LIBRI: POLITKOVSKAJA

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image_book (3)Chi era veramente Anna Politkovskaja? Partiamo dal suo vero nome: Anna Stepanovna Mazepa (Politkovskij è il cognome dell’ex marito da cui divorzia nel 2000), nasce a New York nel 1958. I suoi genitori sono diplomatici di origine ucraina di stanza all’ONU. L’ambiente familiare e lo status di diplomatici dei suoi le consentono alcuni privilegi, non ultimo l’accesso a materiale e a pubblicazioni proibiti in patria. Si laurea nel 1980 alla facoltà di giornalismo dell’università statale di Mosca con una tesi sulla poetessa Marina Čvetaeva, le cui opere, all’epoca, non circolavano ancora con facilità. Dal 1982 lavora in diverse redazioni: all’«Izvestija» sino al 1992, al «Vozdušnyj transport», giornale della linea Aeroflot; fra il 1994 e il 1999 alla sezione “eventi eccezionali” dell’«Obščaja Gazeta». Nel 1999 approda al «Novaja Gazeta». Sin da subito è inviata di guerra, si reca in Cecenia una quarantina di volte mostrando grande coraggio e determinazione, è odiata dalle autorità locali e dal governo russo. Lei si preoccupa non tanto della sua vita, ma, soprattutto di quella di chi intervista. Se da un lato, come giornalista, dà voce attraverso i suoi articoli alle richieste delle madri di soldati e dei giovani spariti nel nulla, ma anche delle ingiustizie commesse nel territorio ceceno e russo (soprattutto dalle forze dell’ordine), regolarmente insabbiati, come donna, si impegna in prima persona in aiuti umanitari e fornire un supporto in azioni legali. Nel dicembre 1999 organizza, per esempio, l’uscita da Groznyj di un gruppo di ottantanove cittadini anziani sotto il bombardamenti, occupandosi poi della loro sistemazione in Russia. Con la sua iniziativa “Groznyj. Casa degli anziani” vengono portate in Cecenia tre tonnellate di aiuti umanitari e donati 120.000 rubli. Furono decisive anche le sue testimonianze dal vivo in zone in cui la stampa indipendente non aveva accesso e la mediazione durante il sequestro degli ostaggi al Teatro Dubrovka. Clamorosa fu la sua “assenza obbligata” nei giorni di Beslan, per mano di un attentato in aereo le viene servito un tè che la farà star male. Così è costretta a tornare indietro per essere ricoverata in ospedale. Quando si sveglia tramortita l’infermiera le dice: «Mia cara, hanno tentato di avvelenarla. I test che le hanno fatto all’aeroporto sono stati distrutti “per ordini dell’alto”». Lettere di minacce, insulti, tentativi di eliminazione scandiscono in modo irregolare la sua vita, eppure Anna non si è mai persa d’animo, scoraggiata, era donna che compiva il suo dovere al meglio, che aiutava chi non aveva la possibilità di «far giungere un proprio lamento». Si sentiva sola, e non aveva fiducia nella Russia e neanche dell’Occidente. Più tardi scriverà: «Vorrei un po’ di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare». Della sua professione parla così: il giornalista deve produrre reportage, servizi, interviste…Descrivi quello che vedi, metti insieme dei fatti e analizzali. Punto e basta […] Non bevo, no fumo e non amo l’adrenalina. I giornalisti maschi qualche volta giocano alla guerra. Io la odio. E’ orrenda». Una raccolta di articoli, scritti tra il 2002 e il 2006, che riportano le più importanti inchieste della Politkovskaja, che pagherà con la sua stessa vita il prezzo delle parole, come già scriverà nel libro: A volte la gente paga con la propria vita per dire ad alta voce ciò che pensa”, con uno stile asciutto e quasi smanioso di portare la giusta verità nel mondo, il libro e quindi il suo impegno ci ricordano che noi siamo anche ‘quello che scriviamo’.