LIBRI: PECORARO

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image_bookCosì inizia il libro di Francesco Pecoraro “La vita in tempo di pace”:

 “Ivo Brandani era perseguitato dal senso della catastrofe. La vedeva in ogni iniziativa di trasformazione della realtà, in ogni edificio (che può crollare), in un aereo in volo (che può precipitare), in un’automobile in corsa (che può sbandare), in una presa di corrente (che può andare in corto), in una pentola sui fornelli (rischio di incendio), in un bicchiere d’acqua (che può rovesciasi), in un uovo fresco (che può rompersi): tutto ciò che stai in piedi può cadere, tutto ciò che funziona può smettere di farlo. Anzi, prima o poi avrebbe smesso di farlo, questo era sicuro. Ma come si sarebbe potuto evitare, quella catastrofe? Era un evento molto lontano nel tempo, non avrebbe dovuto importagliene. Invece gliene importava. Quelle genti non si era mai saputo bene chi fossero, né da dove fossero venute, né con precisione quando, né perché. Si sapeva solo che erano una secrezione etnica dell’Asia Centrale. Qualcuno aveva addirittura sostenuto che fossero nient’altro che greci che avevano cambiato religione e costumanze. Di sicuro si sapeva che di un paio di secoli dopo la loro prima comparsa sulle sponde del Mediterraneo avevano preso Costantinopoli. E questo per lui era inaccettabile. Del resto, a partire dal 29 Maggio del 1453, in ogni generazione umana sono esistite persone che non riuscirono a farsi una ragione della caduta di Bisanzio. L’ingegner Ivo Brandani era tra queste […]”. Il titolo potrebbe sembrare un ossimoro, perché in realtà tutto il libro è incentrato sulla guerra, sul potere che nasce dagli uomini e che ne annienta le loro stesse qualità: “Il Tempo di Pace è solo una guerra silenziosa di tutti contro tutti. […] La lotta è maligna e crudele, nel doversi fare spazio, nel lottare per ottenere una parte anche piccola delle risorse disponibili, o anche il potere, per quelli a cui interessa… Una guerra senza eroi, combattuta a botte di cocaina, di alcol, di antidepressivi, di ansiolitici”. Lo scrittore nel libro ripercorre trasponendo la sua figura in quella di Ivo Brandani tutto il suo percorso evolutivo: l’infanzia nella Città di Dio, le estati al mare, gli amori dell’adolescenza, i movimenti del Sessantotto, il Settantasette, il carrierismo vile da ingegnere rampante (e qui ritorna in modo marcato il tema del potere), l’ombra di un Padre disfattista, l’ombra di una Madre riparatrice, l’abisso dei mari greci. Il vero snodo del romanzo è racchiuso nella decadenza fisica e morale di un Occidente ormai alla deriva: “una città normale crede in qualcosa, in un futuro, nella possibilità di migliorarsi, Città di Dio invece non credeva a niente”. La morte di un Italia, che ormai non ha neanche più la voglia di alzarsi; molti critici lo hanno accostato a Cèline, Gadda, Fenoglio, devo dire che mi trovo parzialmente d’accordo, io ci ho visto molto di più un collegamento a Siti (vincitore dello Strega 2013 con “Resistere non serve a niente”). La città di Dio di cui ci narra Pecoraro è la Roma senza tempo, ormai racchiusa e sommersa in una fanghiglia inestricabile: di rabbia, di rimorsi, di passato alterato, dal consumismo, di una terra che si arrende, pone la resa alla guerra, come il corpo di Ivo che da quel fiume è travolto, è dominato, con la mente e il corpo di chi non ha più possibilità di tornare indietro. Perché quel passato è ormai conseguenza di un presente decadente. Bello il libro, non si potrebbe dire il contrario. Corposo, vivo, che fa riflettere, non un romanzuccio scritto con quella fretta che tanti scrittori hanno; si potrebbe dire che il libro è la ricomposizione di più storie messe insieme, che da sole hanno già gambe ben salde. Unico neo per me è l’uso dei frequenti termini angolofoni, che mi hanno disturbato, e non poco la lettura. Secondo me uno dei favoriti allo Strega di quest’anno, si colloca in modo perfetto con la temperie che respiriamo quotidianamente. Tenendo fede ai miei gusti personali preferisco però altri tipi di romanzi.