LIBRI: OZPETEK

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image_book (1)Rosso Istanbul è l’esordio letterario del regista cinematografico pluripremiato Ferzan Ozpetek. Uscito nel Novembre del 2013, cos’è Rosso Istanbul?

 Questo racchiude la storia dell’autore, o meglio la storia dei suoi amori, delle sue esperienze, di ciò che l’hanno formato, di ciò che ritiene essere la sua terra, un terrà effervescente, rosso sangue, calda suadente, mai scontata, un vino rosso che ribolle dei suoi stessi sentimenti. Il libro ha una doppia voce narrativa, fatta di una lei e di un lui. Lui è personificato dallo stesso registra che si racconta in modo profondamente autentico, lei invece è una donna italiana partita per Istanbul per una vacanza. Nel corso del libro saremmo posti davanti a tanti interrogati, a tante descrizioni, a una fitta panoramica di una terra ‘pasionaria’, con continui intrecci alla vita personale del registra; verremmo portati alle porte di una famiglia a metà tra l’austero e il progressivo, sentiremo profumi di spezie, di tè, di baci mancati, sperati, donati. Sotto gli occhi del lettore ci saranno vari disfacimenti sentimentali, delle macchie nere, dei lutti. Un dolore subito, intimo, timoroso. Tutto condito con uno stile narrativo veloce, pungente, sempre sull’onda del cambiamento, dell’oltre come motore della vita: “C’è una donna vestita di rosso che va incontro alla polizia, vorrebbe parlare, dire qualcosa, convincerli. Ha un abito scarlatto che è come una bandiera: un vestito più adatto, forse, per passeggiare in riva al Bosforo, o stare seduta al tavolo di un elegante caffè di Babek. E invece è lì. Viene investita in pieno dal getto d’acqua, ma non cade, non vacilla. E’ come se quel vestito fosse un’armatura. La forza delle idee. O forse, solo di un abito rosso. E poi è rosso, rosso ovunque, per tutti i giorni che seguono, freneticamente. Al ritmo delle pentole che le donne anziane con il velo battono alle finestre per dire che sì, anche loro sono d’accordo, stanno dalle parte dei manifestanti. E’ rosso per i garofani scarlatti che i manifestanti portano per strada, che offrono ai militari: segno di pace, di rivoluzione, di resistenza. Una ragazza porge un fiore ad un poliziotto chiuso nel suo casco, lui china la testa. Riusciranno i petali a sconfiggere la violenza? La rivoluzione dei garofani, Lisbona 1974. La Primavera di Praga, nel 1968, e i fiori contro i carri armati. Un ragazzo solo contro i carri armati, in piazza Tienanmen, 1989. Le barricate a Parigi, nel 1830: la Liberté guidant le peuple, una donna che sventola una bandiera alla guida dei rivoluzionari nel quadro di Delacroix, come oggi fanno le ragazze di Gezi Park. Perché tutto cambia, ma non la voglia di cambiare il mondo. Tutto cambia, ma non la rivoluzione. Questa rivoluzione ha un hastag, #occupygezi. E’ fatta di flash mob inventati al momento, piccole azioni rapide che finiscono subito e si propagano per tutta la città, come un virus rivoluzionario”. Infine, il ritrovarsi, il riabbraccio infantile di due persone che credevano di essersi perse senza mai conoscersi veramente. La bellezza delle ribellioni, insieme alla bellezza della comprensione, del volersi bene senza filtri: «Mamma, io?» Mia madre lo sa: ora nella mai vita c’è un uomo, e le piace il giovane uomo che non voglio nascondere né a lei né a nessun altro. Perché l’amore non fa differenze di sesso: l’amore sceglie e basta. «Sì, proprio tu. Un modo si trova, lo sai? Se penso a tutto il tempo che hai sprecato con lei, con quell’orribile donna! E non avete neppure avuto dei figli. Ma ora finalmente ami e sei amato: fai un figlio con lui, cuore mio!». Tutto all’insegna di quello struggimento e leggerezza che hanno condito tutta la produzione cinematografica dell’autore, e che condiscono ancora oggi i sentimenti, quelli veri, e non quelli giusti per una società miope.

“Nella cartolina di mio padre, Istanbul è ritratta in bianco e nero. Istanbul, la città della malinconia, anzi dell’hüzün, quel sentimento a metà tra la tristezza e la nostalgia. Sarà per i palazzi abbandonati che si stanno sgretolando; o per le yali, le antiche case di legno costruite su pontili e affacciate sull’ acqua del Bosforo, usate un tempo per la villeggiatura. Poi bruciate o distrutte, una dietro l’altra. Hüzün sono le sere piovose d’inverno, e i gabbiani in certe albe tristi. Per me Istanbul è, invece, una città a colori. Il blu della Moschea di Rüstem Pasha, avvolta di maioliche di Iznik, in Anatolia, dove sono state create e modellate. E l’azzurro di certe giornate in cui il cielo ti fa venir voglia di diventare aquilone”.

“Gli aeroporti non sono fatti per gli abbracci e nemmeno per gli addii, non hanno il fascino delle stazioni ferroviarie. Sono luoghi di passaggio per gruppi chiassosi di turisti, per passeggeri instupiditi dal jet lag e dalle luci al neon, o per viaggiatori solitari come me. Gli aeroporti sono fatti per uscire di fretta, riaccendendo il cellulare, in attesa di una chiamata che non arriva; o per aspettare un volo in ritardo, con l’iPad accesso, senza neppure la curiosità di guardare in faccia chi ti è seduto accanto”.

“[…] Serap, Serap… ripetevamo, canzonandolo. Ma adesso so che è questo il punto dell’amore: avere qualcuno che ti aspetta davanti alla porta, la sera. Qualcuno che ti abbraccia. Qualcuno tra le cui braccia, anche se solo per un giorno e non per sempre, ti senti a casa. A me è successo: oggi, a Roma, mi aspetta un uomo senza il quale so che non potrei più vivere. Il mio unico eterno amore. Amore. Che cos’ho imparato sull’amore? Quello che ho imparato sull’amore è che l’amore esiste. O forse, più semplicemente, quello che ho imparato e imparo sull’amore è quello che racconto nei miei film., in tutti i miei film. E cioè che non dimentichiamo mai le persone che abbiamo amato, perché rimangono sempre con noi in modo indissolubile, anche se non ci sono più. Ho imparato che ci sono amori impossibili, amori incompiuti, amori che potevano essere e non sono stati. Ho imparato che è meglio una scia bruciante, anche se lascia una cicatrice: meglio l’incendio che un cuore d’inverno. Ho imparato, e in questo ha ragione mia madre, che è possibile amare due persone contemporaneamente: A volte succede: ed è inutile resistere, negare, o combattere. Ho imparato che l’amore non è solo sesso: è molto, molto di più. Ho imparato che l’amore non sa leggere né scrivere: Che nei sentimenti siamo guidati da leggi misteriose, forse il destino o forse un miraggio, comunque qualcosa di imperscrutabile e inspiegabile. Perché, in fondo non esiste mai un motivo per cui ti innamori. Succede e basta. E’ un entrare nel mistero: bisogna superare il confine, varcare la soglia. E cercare di rimanerci, in questo mistero, il più a lungo possibile”.