LIBRI: NOTHOMB

Standard

71WOGNtFExL._SL1148_«Al galoppo sul mio cavallo, sfilavo tra i ventilatori. Avevo sette anni. Niente era più piacevole che avere troppa aria nel cervello. Più la velocità fischiava, più entrava ossigeno che faceva piazza pulita. Il mio destriero arrivò alla piazza del Gran Ventilatore, volgarmente detta piazza Tien An Men. Prese a destra, per il viale della Bruttezza Abitabile. Tenevo le redini con una mano. L’altra mano si abbandonava a un’esegesi della mia immensità interiore, carezzando ora il dorso del cavallo, ora il cielo di Pechino».

Sabotaggio d’amore è un romanzo di Amélie Nothomb del 1993. Dopo aver vissuto a lungo in Giappone, la protagonista (una bambina che è facile identificare con l’autrice stessa) e la sua famiglia, causa trasferimento del padre all’ambasciata di Pechino, vanno a vivere in Cina. In realtà la vita della bambina si svolge quasi interamente all’interno del ghetto di San Li Tun, dove sono confinati i residenti stranieri. La principale attività dei bambini all’interno del ghetto è farsi la guerra divisi in due bande: quella dei francesi e dei loro alleati (belgi, italiani, camerunesi e altre nazionalità) contro i tedeschi (ma solo quelli dell’est). La protagonista partecipa alla guerra con tutte le sue energie e con tutta la sua anima, finché un giorno non arriva Elena, una bambina molto bella della quale la nostra protagonista si innamora. L’innamoramento, non corrisposto, modifica la sua vita: al centro del mondo ora non c’è più lei stessa, ma Elena e la sua indifferenza. Un’altra perla della scrittrice belga, che se nei primi anni d’infanzia era stata idolatrata e servita, e quindi non aveva potuto assaporare appieno anche le delusioni e le difficoltà della vita, successivamente si innamora di Elena donna bellissima, di cui la bambina/scrittrice stessa si innamora, di un amore che fa male, che si prostra, che è abbandono di sé: “Sabotare era un verbo che in me evocava delle risonanze. Non avevo alcuna nozione di etimologia ma in ‘sabotare’ ci sentivo degli zoccoli tipo sabot, e quegli zoccoli erano i piedi del mio cavallo, erano cioè i miei veri piedi. Elena voleva che io mi sabotassi per lei: significava volere che io calpestassi il mio essere sotto quel galoppo. E io correvo pensando che il selciato era il mio corpo e che io lo calpestavo per obbedire alla bella e che l’avrei calpestato fino alla sua agonia. Sorridevo a quella prospettiva magnifica e acceleravo il mio sabotaggio passando alla velocità superiore”. Detto ciò, solo una penna del genere poteva creare un opera così cinica ed evocativa allo stesso tempo.