LIBRI LETTI:MUJICA

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«Bisogna imparare dal passato, il passato è una semina, ma la vita, nella sua profondità, è avvenire»

La Felicità al potere è il primo libro del Presidente Uruguay, José Pepe Mujica, che lui stesso ha firmato e contributo alla stesura dello stesso.
Un Presidente molto noto e che ha avuto e ha forte riscontro mediatico per il suo stile di vita così sobrio e semplice, lontano dai poteri forti e dalla ricchezza.
Ma quanti veramente conoscono la storia di quest’uomo? Credo in pochi.
Un uomo che ha vissuto tra la gente e per questo riesce a capirne le esigenze, i problemi, un uomo che ha fatto militanza nei tupamaro: «Ho sempre pensato che la violenza, e in particolare l’eliminazione fisica di qualcuno, dovesse essere limitata quanto più possibile: questo perché, oltre a contraddire il fatto che il valore della vita avesse per noi un’importanza diversa da quella dei regimi dittatoriali, spesso ti si rivoltava contro, soprattutto in termini di accettazione da parte dell’opinione pubblica, nazionale e mondiale».
Un uomo che nella militanza, nella lotta, nella resistenza, riesce a trovare anche l’amore: «[…] Fu un’esperienza terribile; vivevamo all’aperto con quasi nulla, non potevamo neppure accendere dei fuochi per non tradire la nostra posizione. In quelle condizioni estreme, però, avvenne un altro fatto che ebbe un’importanza fondamentale nella mia vita: tra gli altri tupamaros che si trovavano nel bosco c’era anche Lucìa Topolansky».
Un uomo che non si arrende affatto, anzi: «Sembravano come degli ebrei appena usciti dal campo di concentramento e io avevo perso quasi tutti i denti. Nella nuova caserma le condizioni erano sempre dure ma più sopportabili; un giorno, visto il mio stato, mi portarono da una psichiatra. La mia situazione mentale era talmente compromessa che la donna mi sembrò più matta di me , mi diede dei farmaci che io non presi ma, in compenso, fece per me una cosa bellissima: ordinò che mi fossero portati dei libri. Ricevetti dei manuali di fisica, chimica e successivamente di agronomia e zoologia, tutte cose che non avevano nessuna relazione con ciò che accadeva nel mondo esterno. Così mi salvai; leggere e scrivere richiedono metodo e un’organizzazione mentale e, quando uscii, ero diventano coltissimo nel campo dell’agroveterinaria.
In quei dodici anni tutto era cambiato radicalmente e io, come i miei compagni, non sapevano neppure chi fosse Karol Wojtyla e cosa fosse effettivamente diventato il mondo. Pensate di dormire dodici lunghi anni, di svegliarvi all’improvviso e di scoprire che niente è più lo stesso».
Un uomo che al dà degli anni anagrafici mostra una proiezioni al futuro, verso il progresso, verso le evoluzioni sociali ammirevoli: «[…] Sì, per me è una piaga, come le sigarette. Io fumo tabacco, ed è una piaga, non mi metterò a dire che sia buono. E per la marijuana la stessa cosa. Ora, però, nel mio Paese ci sono centocinquantamila persone che fumano, chi più chi meno. Forse sono addirittura duecentomila. Che faccio, dunque? Dico di no? Ma queste persone continueranno a fumare! E allora cadranno nelle mani del narcotraffico! No! Preferisco che lo Stato venda loro la droga in modo legale, e se mi accorgo che stanno esagerando – dirò loro: “Devi stare attento! Aspetta!”. Se invece li lasciassi nel mondo clandestino, li abbandonerei, non li potrei più aiutare il alcun modo».
Un uomo che si scaglia fortemente contro quei paradigmi sociali negativi: «Radiamo al suolo le foreste, le foreste vere, e impiantiamo anonime selve di cemento. Affrontiamo la sedentarietà con i tapis roulant, l’insonnia con le pasticche e la solitudine con i dispositivi elettronici. Ma siamo davvero felici isolati dal contesto umano? Dobbiamo porci questa domanda. Sconvolti, fuggiamo dalla nostra radice biologica che difende la vita per la vita stessa, come causa superiore, e la soppiantiamo con il consumismo funzionale all’accumulazione.
[…]
C’è un marketing per tutto: per i cimiteri, i servizi funebri, le maternità; marketing per i padri, per le madri, per i nonni e per gli zii, passando per le segretarie, le automobili e le vacanze. Tutto, proprio tutto, è commercio. Le campagne di marketing continuano a indirizzarsi in modo deliberato ai bambini e alla loro psicologia, così da influenzare gli adulti e ottenere, per il futuro, un terreno fertile e assicurato. Sovrabbondano prove di queste tecnologie piuttosto abominevoli che, a volte, conducono a frustrazioni o anche peggio».
E ancora affonda le sue critiche fortemente contro il consumismo: «Non esiste una lista obbligata di ciò che ci rende felici. Qualcuno potrebbe pensare che un mondo ideale sarebbe un luogo pieno di centri commerciali, e in quel mondo le persone sarebbero felici perché potrebbero essere cariche di borse ricolme di vestiti nuovi e di scatole piene di elettrodomestici.
Io non ho nulla contro questa visione, dico solo che non è l’unica possibile. Dico che possiamo pensare a un Paese in cui le persone scelgano di riparare le cose invece di buttarle via, o magari preferiscano una macchina piccola a una grande, o scelgano di coprirsi anziché aumentare il riscaldamento.
Le società più mature non sperperano. Andate in Olanda e vedrete le città piene di biciclette; vi renderete conto che il consumismo non è la scelta della vera aristocrazia dell’umanità, è la scelta degli incostanti e dei frivoli. Gli olandesi si spostano in bicicletta, la usano per andare a lavoro, ma anche per recarsi ai concerti o nei parchi, dal momento che sono giunti ad un livello in cui la loro felicità quotidiana si alimenta di consumi sia materiali che intellettuali».
E ancora ci propone riflessioni sulle proprie scelte: «La sobrietà che io ho scelto non è un paradigma, o un vanto, ma soltanto la via su cui io incontro la mia felicità. Tu prova a chiederti dove troverai la tua. Non conformarti. Osa seguire la tua strada. Osa godere della vita!».

Un uomo da ammirare, da prendere come esempio positivo, noi Italiani, che siamo abituati a vedere una politica distante da noi, che pensa solo ai propri interessi, gli interessi dei più ricchi, mentre i reali problemi che affliggono la maggior parte della popolazione diventano mero chiacchiericcio in qualche salotto tivù e mai una discussione parlamentare seria, e onesta.
Un uomo che lascia un’eredità, un’impronta, una speranza, ricordando ai giovani e non di:
«Ai giovani vorrei dire: non fatevi scippare la vita, non lasciatevi trasformare in schiavi per correr dietro a questioni materiali. Non conformatevi a vivere in ginocchio, o sulle spalle degli altri, non trasformatevi in sfruttatori; non vivete neppure in un mondo di sperperi; non fatevi prendere per il naso da una campagna di marketing, perché la camicia che portate non è di moda, i campioni che avete come modelli non sono di moda. La moda è essere liberi, e per essere liberi bisogna avere tempo.
[…]
Non può esserci felicità umana senza tempo per vivere, e il tempo non si compra, il tempo si paga con la vita».

Grazie José, perché la politica può essere meno sporca di quel che sembra da ogni tua azione. Grazie perché la militanza politica seguendo i tuoi paradigmi potrebbe assurgere veramente alla funzione per la quale essa dovrebbe servire: migliorare la società senza personalismi, in modo semplice e onesto, ma in Italia, ormai, è diventato un capitolo che rientra nel genere utopia.

«L’amore da giovani è come una febbre; quando inizi ad essere anziano, invece, è una dolce abitudine, un modo per scappare dalla solitudine. La solitudine è una delle cose peggiori che possano capitare a un uomo e a una donna».