LIBRI LETTI: YANAGIHARA

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“«Non abbiamo le famiglie che ci meritiamo» aveva detto Willem una volta che erano tutti belli stonati. Ovviamente, si riferiva a Jude.
«Sono d’accordo» avevo risposto JB. Ed era così. Nessuno di loro – che si trattasse di Willem, di Jude o di Malcolm – aveva la famiglia che meritava. Ma in segreto, si considerava l’eccezione. Lui ce l’aveva eccome, la famiglia che meritava. Erano tutte persone semplicemente magnifiche, e lo sapeva. Cosa ancor più importante, sapeva di meritarle.
«Ecco il mio ragazzo brillante» esclamava Yvette ogni volta che lo vedeva entrare in casa. Non gli era mai venuto in mente che potesse anche solo lontanamente essere in errore”.

 

Una vita come tante può essere definito il romanzo dell’anno. Per tanti, troppi motivi. Chi mi conosce me l’ha consigliato caldamente e sapeva già in partenza che mi sarebbe piaciuto, che mi sarei affezionato alla vita di questi 4 protagonisti.
È un romanzo dalle fattezze classiche, con un numero di pagine imponente e con un’architettura narrativa complessa, ma non per questo difficile da seguire, anzi.
Il libro ha il pregio di farti entrare in un vortice, di portarti allo straniamento dalla realtà, di instillare nel lettore la voglia pagina dopo pagina di sapere di più della vita di questi giovani.
La vita di questi ragazzi che si presenta come degli affreschi, delle fotografie, che se all’inizio ci vengono presentate da lontano con lo scorrere della narrazione – quasi si avesse un zoom – ci si avvicina, si osserva sempre più da vicino, sentendosi spesso parte della narrazione stessa. Ci si sente smarriti, ma anche felici in una New York senza tempo e senza colori politici, una New York che muta insieme all’evolvere della vita stessa di Willem, di Jude, di JB e Malcolm, prima squattrinati studenti universitari poi ambiziosi uomini alla ricerca di un proprio centro nel mondo. Un posto nel mondo che si gioca sul filo della precarietà. Precarietà di sentimenti, precarietà di aspettative, precarietà di affetti, con uno sguardo sempre volto al passato. Quello che non si dimentica. Quello che fa di te ciò che sei oggi. Quello che anche quando non vuoi ti ricorda chi eri e chi sei stato. L’autrice rappresenta bene il sostrato su cui poggia tutto il romanzo, l’amicizia: «Ora non puoi capire le mie parole, ma un giorno le capirai: l’unico segreto dell’amicizia, credo, è trovare persone migliori di te – non più furbe o più vincenti, ma più gentili, più generose, e più comprensive –, apprezzarle per ciò che possono insegnarti, cercare di ascoltarle quando ti dicono qualcosa su di te, bella o brutta che sia, e fidarti di loro, che è la parte più difficile di tutte. Ma anche la più importante».
Per non dilungarmi troppo la Yanagihara ci racconta molto bene del dolore, ma anche delle gioie, delle conquiste, dei riscatti che questo gruppo di amici, e in particolare uno, si trova a vivere, segno che dopo un grande buio, un’incessante inverno, per tutti può esserci nuova luce, un nuovo inizio, anche per il Post-Umano, che pur essendo post mostra nelle sue cicatrici un’umanità infinita.

 

«Quello che forse non sapete è che questo corso rispecchia – splendidamente e sinteticamente – la struttura stessa della nostra società, i meccanismi di cui una società come la nostra ha bisogno per funzionare. Perché esista una qualunque forma di società, serve prima di tutto un insieme di istituzioni: a questo provvede il diritto costituzionale. Serve un sistema punitivo, e per questo abbiamo il diritto penale. Dovete poi sapere che esiste un sistema che fa sì che tutti gli altri sistemi funzionino: si chiama procedura civile. Occorre un sistema che regoli le proprietà, ed è il diritto privato. Dovete che si è tenuti a un risarcimento in denaro, in caso di danni a terzi, ed è di questo che si occupa il diritto civile. E per finire, dovere sapere che le persone rispetteranno gli accordi che hanno preso e onoreranno le loro promesse, e qui entra in gioco il diritto commerciale.
Fece una pausa. Ora, non voglio sembrarvi riduttivo, ma scommetto che metà di voi si trova qui perché spera, un giorno, do poter spremere denaro alla gente – gente che deve avere un risarcimento, non c’è niente di cui vergognarsi! – e l’altra metà è qui perché è convinta di poter cambiare il mondo. Siete qui perché sognate di discutere una causa davanti alla Corte Suprema, perché credete che la vera sfida della legge si celi negli spazi vuoti tra le righe della Costituzione. Ma sono qui per dirvi…che non è così. La branca del diritto più autentica, più intellettualmente stimolante, più ricca, è quella commerciale, che è alla base dei contratti. Un contratto non è solo un pezzo di carta che vi promette un lavoro, o una casa, o un’eredità; nella sua forma più pura, più autentica, più estensiva, un contratto regola ogni sfera del diritto. Nel momento in cui scegliamo di vivere in una società, scegliamo di accettare un contratto e di rispettarne le regole – la stessa Costituzione, per quanto malleabile, è un contratto, e quando si tratta di stabilire fino a che punto sia malleabile la legge si intreccia con la politica. Ed è in base alle regole, esplicite o meno, di quel che contratto che promettiamo di non uccidere, di pagare le tasse e di non rubare. In questo caso, però, il contratto è una nostra creazione, ma anche un vincolo: come cittadini di questo paese, ci siamo assunti fin dalla nascita l’obbligo di rispettarne e seguirne le regole, e lo facciamo ogni giorno […].

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