LIBRI LETTI: WÜRTH

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«[…] che cos’è l’amore? L’amore è accettare la carrozzina che l’altro ha dentro».

Descrizione: Gioia è una ragazza come tante, trent’anni e molti progetti nel cuore: ancora non sa che la vita le riserva una missione straordinaria, e che il suo destino è racchiuso nel suo stesso nome. Gioia ha appena perso il lavoro da infermiera in ospedale, il fidanzato l’ha lasciata, è preoccupata per suo padre malato. I giorni passano, l’ansia cresce, nulla si muove: non c’è lavoro, gli orizzonti sembrano chiusi. Finché una mattina Gioia risponde a un annuncio nel quale si richiede “un’infermiera con spiccata sensibilità” a Bellinzona. È così che conosce Rosaria, una donna malata di sclerosi multipla, che cerca per il suo amatissimo marito, anch’egli gravemente invalido, un’assistente sessuale… Comincia per Gioia – dopo l’iniziale turbamento – la scoperta di un mondo, quello dei disabili, dei loro bisogni, dell’apartheid in cui spesso la società li confina. La scoperta di un universo vibrante di speranza e di coraggio. Molte persone portatrici di handicap sono private della possibilità di sperimentare il piacere fisico o semplicemente un contatto corporeo diverso da quello medicalizzato. Sono private dell’esperienza dell’empatia e dell’emozione di una carezza, con esiti psicologici spesso devastanti. In Svizzera e in diversi Paesi del Nord Europa la figura degli “assistenti sessuali” – dotati di una formazione medica e psicologica – è prevista dalla legge. Non in Italia, dove un moralismo diffuso finisce per lasciare sulle spalle delle famiglie la gestione di queste esperienze…

Un libro che affronta un argomento taboo, almeno per molti, e perdipiù in Italia, la culla dell’ipocrisia. Si parla di assistenza sessuale ai diversamente abili.
Lo fa con uno stile un po’ troppo sul filone chick lit, rendendo ariosa la narrazione, ma al tempo stesso togliendogli quella tensione – che a parer mio serviva – di cui certe situazioni necessitavano.
Il titolo non poteva essere più azzeccato, e racchiude in sé anche un po’ di poesia.
Si leggono pagine su cui riflettere:
«Scusa Michela, ma qual è la differenza con la prostituzione?» chiedo, un po’ bacchettona. Michela scoppia a ridere: «Be’, diciamo che sì, tutt’e due lavorano sulla sessualità. Però, mentre la prostituta si focalizza sul sesso, l’assistente sessuale mette al centro dell’attenzione la persona nel suo insieme, e ha come obiettivo il benessere di chi è affetto da disabilità fisica o psichica, e non è in grado di provvedere da solo alle proprie esigenze corporali. Persone che non hanno la possibilità di interagire col mondo esterno. Persone che vengono discriminate e ghettizzate. Ripudiate. Permettere di scegliere a chi non ha la possibilità di farlo, cara Gioia, è anche una questione di civiltà. E infatti l’assistente sessuale è una figura riconosciuta da anni in molti Paesi europei più civili del nostro. Attenzione però: non è un lavoro per tutti, ma per chi, come noi, è in possesso di un’adeguata formazione medica… operatori che non guardano certo l’orologio mentre hanno un incontro».
E ancora:
«Vedi, Gioia, il corpo di un uomo è come un pianoforte. Ha dei tasti e, a seconda di quale premi, provochi una reazione, produci una nota. Suonare un corpo sano è bello, elegante. Spesso facile. Ma vuoi mettere la soddisfazione e la felicità che può darti far vibrare di musica un corpo rotto? Ecco perché ho deciso di diventare assistente sessuale. Volevo dar luce a qualcosa di bello suonando uno strumento che molti considerano brutto, sterile. Non è così, Gioia. Non è così. E’ come quando arriva un terremoto violento. E’ terribile, sembra che abbia raso al suolo tutto. Ma tu cerchi, cerchi, e alla fine trovi qualcosa. Può essere anche solo un filo d’erba o una fotografia. E’ poco, pochissimo. Ma lì c’è la vita. E da lì devi ricominciare. Non si può fare finta di niente, non si può annientare con l’indifferenza anche quello che la natura ha risparmiato. C’è un senso per tutto, bisogna trovarlo».
E si legge anche dell’ipocrisia e della non comprensione, quando i problemi li hanno gli altri:
[…] Poi, un bel giorno, in quella vita disperata è entrata una ragazza, che di mestiere faceva l’accarezzatrice. Sì, così ha detto, accarezzatrice. Non avevo idea di che cosa significasse, ma mi è sembrata una definizione molto poetica. Diana mi ha spiegato che cosa fa un’accarezzatrice, e ho pensato fosse una cosa molto bella. Molto utile. Mi sono subito mostrato liberale, aperto, favorevole. Ero commosso dalle parole di Diana, che mi raccontava di quanto conforto avesse portato quella ragazza all’esistenza sua, e di suo figlio. Ho persino commentato che dovrebbe essere un lavoro legalizzato, e pagato dallo Stato per quelle famiglie che non possono permetterselo. Sì, ho detto proprio così. Poi, qualche minuto dopo, ironia della sorte, scopro che quell’accarezzatrice è mia figlia. Proprio lei, la mia bambina! E mi è crollato il mondo addosso. Di colpo tutto quell’entusiasmo si è trasformato in indignazione. E sai perché? Perché io sono bravissimo a parlare quando le cose riguardano gli altri. Ma se toccano me, allora divento bigotto, ipocrita ed egoista».

Giorgia Wurth con l’accarezzatrice ci presenta la storia di tanti corpi rotti che riprendono a vibrare come un pianoforte, e noi attraverso la lettura ne risentiamo i suoni, gli odori, i sentimenti, le paure, le debolezze, perché noi esseri umani sotto questo cielo abbiamo tutti qualcosa di rotto, alle volte visivamente evidente, delle altre nascoste nei meandri dell’anima, ma ognuno a suo modo con il tempo deve imparare ad aggiustare sé stesso.