LIBRI LETTI: VINCI

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«È cominciata con la paura. Paura delle automobili. Paura dei treni. Paura delle luci troppo forti. Dei luoghi troppo affollati, di quelli troppo vuoti, di quelli troppo chiusi e di quelli troppo aperti. Paura dei cinema, dei supermercati, delle poste, delle banche. Paura degli sconosciuti, paura dello sguardo degli altri, di ogni altro, paura del contatto fisico, delle telefonate. Paura di corde, lacci, cinture, scale, pozzi, coltelli. Paura di stare con gli altri e paura di restare da sola».

Parla, mia paura è l’ultimo libro di Simona Vinci, si colloca a metà tra il racconto e una confessione che non si risparmia, che scava fino all’osso. È un libro autobiografico, in cui l’autrice ci parla della sua vita, del suo rapporto con la paura, con gli attacchi di panico, con il demone della depressione. Simona lo fa con uno scopo: è solo condividendo la propria esperienza con gli altri, facendola fuoriuscire da sé che si riesce a sopravvivere. Nel libro, si leggono pagine dolorose e che portano alla riflessione: «molti di quelli che hanno sofferto e soffrono di attacchi di ansia e panico ricordano perfettamente le circostanze nelle quali si è verificato il primo. Lo squarcio. Il taglio. La cesura. Il momento a partire dal quale tutto cambia e comincia lo stato più spaventoso: la paura della paura. Io non lo ricordo. Il periodo della mia vita in cui questi episodi di terrore hanno cominciato ad accadere era di per sé un periodo «spaventoso». Dunque avevo sempre paura e mi ero come abituata ad averla. Provavo una costante sensazione di attrito sottopelle, come se qualcosa raschiasse le pareti interne del mio corpo.
[…]
C’era un’ora precisa in cui mi capitava sempre più spesso di svegliarmi di soprassalto, con il cuore a mille, la bocca secca e gli occhi spalancati nel buio: tra le tre e le quattro del mattino. Sempre la stessa ora, sempre quella.
L’ora che sta tra la notte e l’alba.
L’ora del lupo.
L’ora in cui molta gente muore e molti bambini nascono, quando il sonno è più profondo, e quando gli incubi ci assalgono, e se restiamo svegli abbiamo paura…».
La Vinci si racconta a tutto tondo, parlandoci dei suoi analisti, del suo rapporto amato e odiato con la chirurgia estetica, di quel percorso verso l’accettazione di una maternità che le sta lontano, che non sente pienamente parte di sé, del comportamento del sistema italiano verso la malattia.
È la prima opera che leggo di questa autrice, ne sono stato piacevolmente colpito, seppur l’argomento non sia dei più allegri. Voglio recuperare il suo La prima verità, Premio Campiello 2016, per conoscerla ancora di più, per conoscere la sua letteratura, quella che a suo dire le ha salvato la vita ed è motivo di esistenza ancora oggi.

«Come definirla, la paura? È un’emozione. È innata nell’uomo e negli animali ed è anche un meccanismo utilissimo di difesa. Se non avessimo paura di niente e di nessuno non saremmo capaci di proteggerci dalle insidie, dai pericoli e da gesti avventati. È anche vero però che la paura può cristallizzarsi dentro, al punto da paralizzare, rendere immobili e granitici, incapaci di decidere, scegliere, rischiare, osare. L’equilibrio tra paura e coraggio è uno dei lavori di accordatura costante che ciascuno di noi esercita ogni singolo giorno. Da quello della nostra nascita, in cui la paura è inesprimibile se non con il pianto: paura di non essere accuditi, nutriti e tenuti in vita».