LIBRI LETTI: UNAMUNO

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Nebbia è sicuramente possibile definirlo un classico della letteratura spagnola, che pone le basi ad un nuovo genere letterario, quello della nivola, caratterizzato dalla distanza dell’autore dal realismo che nelle storie esso stesso crea.
Protagonista di questo romanzo è Augusto Perez, un giovane introverso, dubbioso di se stesso e della vita, che è innamorato di Eugenia e cerca in ogni modo di farla innamorare di lui con l’aiuto della famiglia di lei (in particolare delle zia), che vede nelle possibilità finanziarie di lui una buona occasione per sistemare la figliola.
Perez arriva anche a pagare l’ipoteca di Eugenia per riuscire a ricevere il suo amore, o meglio sarebbe più giusto dire ‘comprare’ il suo amore, ma lei prende questo gesto come un’offesa, e non gli è per niente riconoscente.
Ricevuti questi secchi no, e non avendo nessuna corrispondenza amorosa, Arturo, casualmente (si fa per dire..) si innamora di un’altra donna, Rosario, e qui comincia a domandarsi se veramente era veramente innamorato di Eugenia, se veramente era una donna importante per lui. La sua donna. Dopo momenti di riflessione, e dopo aver parlato con amici, si decide lo stesso – ostinatamente – di chiedere la mano ad Eugenia, che inaspettatamente accetta di buon grado.
Pochi giorni prima del matrimonio ad Arturo arriva una lettera, il mittente è Eugenia che confessa che in realtà lei è andata a vivere con Mauricio.
Augusto decide così affranto dal dolore e dal peso della vita di porre fine a tutto, ma la sua indole riflessiva gli impone prima di contattare Unamuno (autore del romanzo, che è presente nel testo anche come personaggio) autore di un articolo proprio sul suicidio che Arturo aveva letto tempo addietro. Lo scambio tra i due porta ad una tragica conclusione: Augusto non è nient’altro che un personaggio creato dalla mente di Unamuno e quindi non può morire in quanto vive solo nella fantasia, e non nella realtà: «“E così no, eh?” mi disse. “E così no? Lei non vuole lasciarmi essere io, uscire dalla nebbia, vivere, vivere, vivere, vedermi, udirmi, toccarmi, sentirmi, soffrire, essere. Così, non vuole? Così, devo morire ente di finzione? Ebbene, mio creatore, mio signor Miguel, anche lei morirà, anche lei, e tornerà al nulla dal quale venne…Dio tralascerà di sognarla! Morirà lei e moriranno tutti coloro che leggeranno la mia storia, tutti, tutti, tutti, senza che uno rimanga! Enti di finzione come me; uguali a me! Moriranno tutti, tutti, tutti; ve lo dico io, Augusto Pérez, ente fittizio come voi, nivolesco tanto quanto voi. Perché lei, mio creatore, mio signor Miguel, lei non è altro che un ente nivolesco, ed enti nivoleschi i suoi lettori, tanto quanto me, Augusto Pérez, sua vittima».
Il finale ormai è prevedibile, per ricordarci che «noi uomini non soccombiamo alle grandi pene o alle grandi allegrie perché queste pene e queste allegrie sono avvolte in un’immensa nebbia di piccoli incidenti. E la vita è questo, nebbia. La vita è una nebulosa [e di questo è bene non dimenticarsene mai, altrimenti si riamane intrappolati come Arturo in una vita che si vorrebbe, e non si ha, in un desiderio che si vorrebbe custodire, ma che non ci è proprio per rimanere delusi e mai uscire dalla nebbia, da un tunnel senza fine – trappola moderna – senza riuscire a disfare la propria esistenza: un limbo infinito, un perenne dolore, un macigno sul cuore n.d.r.]».

«La mia vita è un romanzo, una novella, una nivola, o che altro ancora? Tutto quello che succede a me, e a quelli che mi stanno intorno, è realtà o finzione? Non sarà forse un sogno di Dio o chissà chi, che svanirà nel nulla quando Lui si sveglierà? E non sarà per questo che Gli dedichiamo cantici e preghiere, per continuare a farlo dormire, per conciliargli il sonno? E se tutte le liturgie, di tutte le religioni, non fossero che un modo di cullare Dio mentre dorme, perché non possa mai svegliarsi e smettere di sognarci? […]».