LIBRI LETTI: ROBINSON

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«Si deve perdonare per poter capire. Fino a quando non perdoni ti difendi dalla possibilità di capire».

Proseguo della trilogia di Marilynne Robinson, Casa, è il secondo della serie, dopo Gilead. Ma di cosa parla il libro? Parla del ritorno a casa di Jack Boughton, dopo anni e anni di assenza, quando la sua vita era data per spacciata si ripresenta sull’uscio di casa in cerca di riparo. Il patriarca senza remore decide di accoglierlo, lui fratello di altri 7 figli, forse il più amato tra gli altri ma anche il più problematico, il più corrotto, il meno ligio al dovere e alla buona condotta.
Siamo sempre nella culla del radicalismo a Gilead e ad accudire il padre negli anni c’è stata Glory, una donna di trentotto anni che per una delusione e sporca menzogna si ritrova – nel obiettivo di farsi passare una delusione – nella cura del focolare domestico.
Ed è qui che i giochi e i retroscena familiari si riattivano: «via via che i giorni passavano, Jack la cercava sempre più spesso per parlare con lei, e quando le parole cedevano al silenzio a volte le sorrideva, quasi a dire: Fra tanta gente, proprio tu e io, e fra tanti posti, proprio qui, ad ammazzare il tempo perché non sappiamo cos’altro farci. Un estraneo avrebbe potuto guardarla così, al di là del tedio di quella situazione, al di là della compagnia fortuita derivata dal fatto di ingannarlo insieme, per farle sapere in maniera dignitosa e impersonale quanto gli facesse piacere la sua presenza.
E a volte, quando lavoravano in giardino o rigovernavano, Glory si accorgeva che si era tirato indietro per osservarla, valutarla, come se di colpo avesse accantonato ogni supposizione sul suo conto, come se lei fosse qualcuno che annoverava in qualche proposito e sul cui conto era consapevole di non sapere nulla di fondato, o nulla di importante, qualcuno che doveva riconsiderare attentamente. Dall’infanzia Glory non ricordava il vezzo che lui aveva adesso di passarsi la punta della lingua sul labbro inferiore, però le sembrava di ricordare l’estraniamento del suo sguardo, quell’espressione insistente di calcolo, di calma estremamente attenta. Non poteva che essere paura, e lei avrebbe voluto dirgli “Ti puoi fidare di me”, ma questo glielo avevano sempre detto tutti, e lui rideva fingendo di credere alle loro parole, e avrebbe voluto farlo, ne era sicura, ma non lo faceva mai. Il padre diceva sempre: “Quanta solitudine c’è in lui”, e quando Glory adesso gliela vedeva si sentiva sola, addirittura abbandonata per un attimo, fino a quando non ricominciava la celia confortevole e familiare. Lui le diceva: “Ehilà, bimba”, per distoglierla dai suoi pensieri. Erano davvero pensieri molto tristi, come dovevano esserlo anche i suoi, e le rivolgeva un sorriso solidale, quel compagno perplesso e improbabile».
La Robinson in questa seconda avventura, come fosse una parabola, ci racconta di perdono, di reintegrazione nel contesto familiare di origine, di accoglienza nella casa del padre: «forse il grande dolore o la grande colpa devono semplicemente essere accettati come assoluti, come una rivelazione. La mia iniquità/punizione è talmente grande che mi riesce insopportabile. In ebraico, diceva il padre, quell’unica parola aveva due significati e noi ne sceglievamo uno, trovando così maggiori difficoltà a capire perché il Signore avesse perdonato e protetto Caino, permettendogli di continuare la sua vita, di sposarsi, di avere un figlio, di edificare una città. Il suo delitto fu il suo castigo, e questo doveva significare che in fondo non era poi tanto malvagio. Forse un giorno avrebbe potuto menzionare questo fatto a Jack, se mai avesse avuto l’impressione che il discorso fosse arrivato a un punto in cui poteva osare, poteva trovare la delicatezza sufficiente per paragonarlo a Caino. Rise di sé stessa. Che idea».
Non mi resta che leggere Lila e vedere come fa a finire questa storia di perdono e pentimento, dove la Robinson fa trionfare i sentimenti anche quando questi non corrispondono solo a positività.

«– Be’, dovresti ricordarli, Jack. Tua madre cuoceva sempre qualcosa al forno. In casa eravamo in dieci, e a quei tempi ricevevamo visite in continuazione. Era convinta di dover avere qualcosa di buono da offrire. Le ragazze venivano qui ad aiutarla, a preparare dolci e biscotti. Quante chiacchiere e risate. E di quando in quando anche un po’ di nervosismo e di baruffe. Sì. Ma tu eri sempre da qualche altra parte.
– Non sempre.
– No, non sempre. Era solo la mia impressione.
– Mi dispiace.
– Be’, sentivamo la tua mancanza, sai.
E adesso eccolo qui, pensò Glory, macilento e provvisorio, con ben poche tracce della sua giovinezza tranne quell’elusività, quella reticenza divertita, che sembrava addirittura portare sulla pelle. Era appoggiato contro il piano di lavoro con le braccia conserte e osservava il padre che lo soppesava, sorridendo con quel suo sorriso duro e malinconico di ciò che vedeva attraverso gli occhi del vecchio, quasi a dire: «In tutti questi anni ti ho risparmiato la consapevolezza che non ero degno del tuo dolore».

Ma il vecchio disse: – Vieni qui, figliolo, – e prese le mani di Jack, le carezzò e se le portò alla guancia. Disse: – È una cosa straordinaria, la famiglia.
E Jack rise. – Sì, signore. Sì, lo è. Questo lo so bene.
– Be’, – disse, – se non altro sei a casa».

«Era stata orgogliosa di tutto questo, paga all’idea che era provvidenziale che si fosse trovata là, dopo aver appena assaggiato lei stessa la feccia dell’esperienza, dopo aver conosciuto qualcosa di più squallido del normale insuccesso… era stata una dolce provvidenza a rimandarla a casa, a quel luogo di estrema ed infinità integrità, dove gli sforzi sinceri portavano tanto prevedibilmente al successo, al successo alla maniera dei Boughton, addirittura, quello soggetto a essere mezzo occultato dai rigori di sforzi ancora più sinceri. Non che riuscisse a dimenticare completamente l’amarezza della sua mortificazione, non che preferisse il corso che la sua vita aveva preso a quello che si era immaginata. Però era convinta di essersi salvata dalla vergogna del fallimento nudo e crudo grazie al bene che era in grado di fare al fratello».

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