LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CON UN ANIMALE NEL TITOLO

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«Insomma, è la storia di Giovanni, questa.

Giovanni che va a prendere il gelato.
– Cono o coppetta?
– Cono!
– Ma se il cono non lo mangi.
– E allora? Neanche la coppetta la mangio!
Giovanni che ha tredici anni e un sorriso piú largo dei suoi occhiali. Che ruba il cappello a un barbone e scappa via; che ama i dinosauri e il rosso; che va al cinema con una compagna, torna a casa e annuncia: «Mi sono sposato». Giovanni che balla in mezzo alla piazza, da solo, al ritmo della musica di un artista di strada, e uno dopo l’altro i passanti si sciolgono e cominciano a imitarlo: Giovanni è uno che fa ballare le piazze. Giovanni che il tempo sono sempre venti minuti, mai piú di venti minuti: se uno va in vacanza per un mese, è stato via venti minuti. Giovanni che sa essere estenuante, logorante, che ogni giorno va in giardino e porta un fiore alle sorelle. E se è inverno e non lo trova, porta loro foglie secche.
Giovanni è mio fratello. E questa è anche la mia storia. Io di anni ne ho diciannove, mi chiamo Giacomo».
E’ la storia di una famiglia, della famiglia che rincorre i dinosauri, di Giacomo che narra la sua crescita attraverso i suoi occhi avendo la lente d’ingrandimento su Giovanni, per tutti Giò, che è affetto dalla sindrome di Down.
Giacomo con delicatezza e ironia racconta l’entusiasmo e la gioia di sapere che in arrivo c’è finalmente un fratello, la paura mista ad incomprensione quando Giò nasce, la debolezza e l’insicurezza che traccia il periodo dell’adolescenza e il convivere con un fratello diverso, ma speciale, e la difficoltà a raccontare di questa parte di sé agli altri. Quasi come se gli togliesse qualcosa. Quasi come fosse un demerito. Quasi fosse una cosa di cui vergognarsi, aver paura.
Eggià, la debolezza di credersi sempre sotto scacco. Il mostrarsi in ogni situazione sempre e comunque sul pezzo. Il divieto dei sentimentalismi e la negazione dei momenti in cui la forza viene meno.
Giacomo, e il tempo che passa. Giacomo e la musica. Giacomo e la consapevolezza della diversità, diversità che diventa ricchezza: «Scrollai le spalle. Non lo sapevo se era buffo. A dire il vero mi faceva un po’ impressione. Ma in fondo, pensai, anche il mio migliore amico, Andrea – per essere esatti, quello che era appena tornato a essere il mio migliore amico dopo un periodo di esilio; era colpevole di aver convinto Lavinia, una nostra compagna, a dichiararsi fidanzata sua e non mia – ecco, lui, tanto per dirne una, non aveva i lobi: le orecchie gli sbucavano dalla testa tese e compatte. Siamo tutti fatti diversi, pensai, e il fatto di avere un dito in meno magari avrebbe permesso a Giovanni di calciare il pallone con maggiore precisione, come accade con le scarpe da calcio senza cuciture. Siamo fatti diversi e la diversità a volte può essere un gran vantaggio. Pensai a quegli angeli caduti sulla terra che devono nascondere le ali sotto i cappotti di lana. A Scott Summers, quello degli X-Men detto Ciclope, costretto a indossare sempre un paio di occhiali da sole. Giovanni avrebbe usato calze e scarpe come tutti, salvo poi togliersele nel bel mezzo di una partita, al momento giusto, per scattare al limite dell’area e colpire la palla in quel modo suo, speciale, lasciando il portiere attonito».
Giacomo che combatte con i comportamenti e le ritualità del fratello, Giacomo che oltre ogni cosa prova ad entrare nell’universo di Giò, universo fatto di piccoli gesti, di baci rubati, di risate e saltelli improvvisi, e di tanti e tanti pupazzi lanciati quasi a cancellare distanze, ponti, percorsi aerei.

«Questo perché la sua vita è come un’istantanea. Gio scatta una foto, ci entra dentro e la vive, la tocca, la sporca, magari la straccia, poi ne fa subito un’altra. Tutto si esaurisce nel presente. In quel momento la cosa più importante era il nuovo regalo, punto.
[…]
Gio invece continuava a rimanere nel suo universo parallelo.
Gio giocava con lo stegosauro. Da solo. In silenzio.
Di tanto in tanto ci voltavamo a osservarlo.
E andò così per tutto il giorno.
Dopo pranzo lo chiamammo per il dolce, ma niente: c’era lo stegosauro. E quando venne l’ora di andarsene, di salutarsi, sapendo che ci saremmo visti chissà tra quanto tempo, provai a scuoterlo, a dirgli che venisse a salutare i cugini e gli zii. Ma nulla. C’era lo stegosauro.
Quando ci ritrovammo soli gli andai vicino e gli chiesi: – Gio, perché non sei stato con noi?
Lui mi indicò lo stegosauro.
– Sì, ma ora non li vedrai per un anno, se non di più.
Lui mi indicò lo stegosauro.
– Ma il pupazzo lo vedi anche domani. Ci hai fatto fare una brutta figura.
Lui mi indicò lo stegosauro. Come fossi io a non capire.
E io, io gli avrei dato fuoco, a quel dannato stegosauro».
Questo è Giò, ma questo è anche Giacomo, due fratelli che si tendono la mano per annullare le differenze. Quelle che mai dovrebbero esistere.
Giacomo ha avuto il grande merito di raccontarci con spontaneità il percorso che un fratello ha quando vive e sente ogni giorno l’amore, un amore unico, ma esposto a tante fragilità.

Riporto qui il video – da dove è partito un po’ tutto – che Giacomo ha dedicato a Giovanni per la XXI Giornata Mondiale della Sindrome Down.
The Simple Interview: www.youtube.com/watch?v=0v8twxPsszY