LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DI VIAGGI

Standard

«Per innumerevoli registi, scrittori, artisti, fotografi e giornalisti, i tremiladuecento chilometri che si estendono da Tijuana a Matamoros, da San Diego a Brownsville, dal Pacifico all’Atlantico, sono stati e continuano a essere un’inesauribile fonte d’ispirazione. Perché questa è la Frontiera per eccellenza, la linea che separa non solo due grandi paesi, ma anche due mondi contrapposti eppure ineluttabilmente attratti l’uno dall’altro, due filosofie del vivere, due diverse concezioni dell’esistente. L’opulenza consumistica e la penuria dignitosa. Il trionfo delle merci e il desiderio di ottenerle. La modernità che non conserva memoria del passato e l’accanita difesa delle proprie antiche radici e tradizioni ancestrali». Questo è il Messico.

Pino Cacucci ci regala un diario di viaggio unico, lontano dagli schemi usuali dei viaggiatori ordinari, che tra poesia e una vena romantica ci fa conoscere quello splendido territorio che è il Messico, attraverso i territori, tra El Paso e Ciudad Juárez, tra il Rìo Bravo e il deserto di Sonora fino allo stato di Chihuahua. Da Sinaloa a Los Mochis, da Topolobampo a La Paz. Da Acapulco sino ai monti di Lucio Cabanas, alla laguna di Chacahua, allo Yucatán, fino a Veracruz.
Ci racconta del Messico parlando dei personaggi che l’hanno vissuta e di quelli che ancora la vivono: da Octavio Paz a Pancho Villa, da Emiliano Zapata a Dolores Olmedo fino a Diego Rivera, da El Che a Cortés, e di tante altre personalità di spicco di questo immenso territorio.
Ci racconta di storie comuni, di esistenze vissute dietro le luci della ribalta, di curiosità e luoghi nascosti, di ciò che è il Messico e di quelli che sono i miti, le tradizioni, come: «i kunkaak [che] non piangono i loro morti. I parenti, dopo la sepoltura, si tagliano i capelli e si cospargono il capo di cenere, e se a morire è un bambino, si tingono il volto di nero, il colore del dolore profondo. Non versano lacrime sui loro volti austeri, scolpiti dal vento e corrosi dalle salsedine. I kunkaak urlano contro la morte, gridano quando il sole diventa rosso nel tramonto, quando i suoi raggi non feriscono le divinità dei morti che possono così scendere tra i defunti. Non è un lamento. È un urlo di rabbia e rimpianto, che fa rabbrividire chi lo sente in lontananza, a molti chilometri, perché il deserto non pone ostacoli alla voce e l’eco attraversa sterminate pianure. A volte un coyote risponde dall’alto di una roccia, e la tristezza dei kunkaak pervade gli animali nella notte, passando di vallata in vallata».
Cacucci col quel suo stile brioso ci fa innamorare del Messico, attraverso un libro che per gli amanti dell’America Latina è imperdibile, anche solo per viaggiare con la mente sperando un giorno di percorrere fisicamente l’itinerario da lui descritto, ritornando ai primordi della civiltà, quando l’opera dell’occidentalizzazione, ormai abituata solo ad analizzare e giudicare, non aveva ancora contaminato l’altro, il diverso, quella mexicanità sempreverde, col suo giudizio prepotente e quella assolute e insensate certezze fatiscenti.