LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLA DI FOLLIA

Standard

«C’è così poco da ricordare di ciascuno, un aneddoto, una conversazione a tavola. Ma a ogni ricordo si ritorna più e più volte, e ogni parola, per quanto casuale, si iscrive nel cuore, nella speranza che il ricordo si attui un giorno, e diventi carne, e che i vagabondi trovino una strada verso casa, e che i morti, di cui sentiamo sempre la mancanza, passino finalmente attraverso la porta e ci accarezzino i capelli con affetto sognante e abituale, perché non avevano l’intenzione di farci attendere così a lungo».

Un libro difficile, complicato.
Un libro che richiede attenzione.
Un libro in cui la parola è misurata, come un pendolo che oscilla e ti ricorda il tempo che passa.
Un libro sull’assenza, sull’abbandono, sulla crescita che va gestita, su un’infanzia misera, quella di Ruth e Lucille, accudite dalla sorella minore della mamma Helen, Sylvie.
Sylvie la ragazza scomparsa. Sylvie la dimenticata. Sylvie la creatura solitaria, incompresa, Sylvie che ama il buio e nel buio ritrova sé stessa, Sylvie che ama i piccioni, Sylvie che ama le piccole cose, ma anche la casa, anche se non è proprio la mamma modello che tutti vorrebbero.
La Robinson ci racconta con delicatezza, in cui però c’è complessità la crescita di queste due fanciulle orfane, degli attimi di quotidianità, dei gesti semplici, della natura che sconfina con l’ordinario, della vita che più in generale sembra richiamarci ad ogni pagina un concetto semplice quando doloroso: scopo della vita è vivere, ma morire ne è il processo naturale.

Non l’ho amato, perché una storia del genere difficilmente si fa amare. Ma dopo questa lettura sono sicuro che voglio leggere altro dell’autrice, partendo da Gilead, primo della sua promettente trilogia.

«Sylvie non voleva perdermi. Non voleva che io diventassi gigantesca e multipla, tanto da riempire l’intera casa, e non voleva che diventassi sottile e solubile, tanto da passare attraverso le membrane che separano sogno da sogno. Non voleva ricordarmi. Preferiva di gran lunga la mia semplice, ordinaria presenza, per quanto silenziosa e goffa io potessi essere. Perché così poteva guardarmi senza forti emozioni: una forma familiare, una faccia familiare, un silenzio familiare. Poteva dimenticare che ero nella stanza. Poteva parlare tra sé, o a qualcuno nei suoi pensieri, con piacere e animazione, anche mentre sedevo accanto a lei – a tanto si spingeva la nostra intimità, fino al punto che lei non si dava per me alcun pensiero».

Una chicca che pochi sapranno, è che ne è stato tratto un film diretto da Bill Forsyth, col titolo, Una donna tutta particolare, qui potete trovare la scheda più completa: http://movieplayer.it/film/una-donna-tutta-particolare_19797/
Peccato che non si trovi né un trailer né in versione dvd o streaming.