LIBRI LETTI: POLICASTRO

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«Cella. Dario e Elena mi chiamano così, l’ho scoperto origliando. Rimangono chiusi in camera per ore, busso giusto per segnalare che vado in giardino, rispondano al telefono, se squilla. Perché mi chiamano Cella, chiedo al cane. Forse perché sto chiusa in casa, perché non vado al di là del cancello, tranne che per la spesa, le necessità. O forse perché amo un uomo che in cella, in effetti, dovrebbe finirci, anche se nessuno ha ancora trovato il modo. La colpa non coincide con la punizione quasi mai. Sarebbe bello se la sofferenza avesse quel risarcimento. Lui mi ha lasciata e ora paga. Invece a rimanere dentro, sconfitta, sono io. Cella».

Un monologo interiore in cinque capitoli in cui una voce femminile si racconta, racconta di sé stessa e della sua vita, del suo abisso fisico e interiore.
Una donna nella parte – forse – a lei più congeniale, la reclusa, l’emarginata, la sottomessa di un uomo potente, Giovanni, con quella sua aura di invincibile, di speranza altra, dall’alto della sua carriera politica e medica, tutto credeva, e tutto poteva ottenere.
Lei, Cella, misera amante di Giovanni, da cui è nata Elena, credeva in un mondo diverso, in un mondo fatto di speranze e progetti, anche con quell’uomo dall’alto della sua autorità, che aveva già una moglie e un figlio, Dario; eppure lei aveva altri progetti, aveva altri occhi, aveva una destinazione.
Giovanni il tipico stronzo di quelli che se ne incontrano almeno una volta nella vita, è fatto di gesti sgraziati, di umiliazione, di codardia, dell’amore calpestato e macchiato, è fatto per imprigionare.
Ma Giovanni non è esente da segreti, da cose nascoste che rintana nel proprio mondo interiore, e che presto o tardi sotto la scorsa dura e insensibile son destinati a venir fuori, ad eruttare attraverso una lettera inaspettata che sarà un doppio dolore per Cella, perché guardare in faccia il proprio dolore, le proprie storture a volte è più brutto che viverlo in prima persona, perché negli attimi di dolore ripetuto ci si crea un’anestetizzante spontaneo che annulla tutto, e sembra sia giusto essere sotto quella sorte, e invece, rileggersi ti ridona consapevolezza e paradossalmente ulteriore dolore.