LIBRI LETTI: PEREC

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La vita, istruzioni per l’uso è un romanzo del 1978 di Georges Perec. Il libro valse all’autore, nello stesso anno, il Prix Médicis. Il libro, probabilmente il più noto di Perec, è dedicato alla memoria di Raymond Queneau ed è stato indicato da Italo Calvino come esempio di iperromanzo. Ma che cos’è l’iperromanzo? Per la prima volta fu usato da Calvino e fu da lui definito come luogo “d’infiniti universi contemporanei in cui tutte le possibilità vengono realizzate in tutte le combinazioni possibili”.
Il romanzo narra la vita dei diversi abitanti di un immobile parigino sito al numero 11 di Rue Simon-Crubellier (una via immaginaria situata nel XVII arrondissement): un caseggiato composto da 10 stanze per piano poste su dieci piani a formare un “biquadrato” di 100 elementi. Il racconto procede, tra le stanze del caseggiato, seguendo lo schema ad “L” del movimento del cavallo nel gioco degli scacchi e tocca così tutte le stanze, tranne una: i capitoli del libro sono infatti novantanove, non cento.
Il romanzo: Protagonista della storia principale del libro (ma, come detto, molte altre si intrecciano a questa) è il miliardario Bartlebooth (il cui nome sintetizza quelli di altri due personaggi letterari: Barnabooth il miliardario di Valery Larbaud e Bartleby lo scrivano di Herman Melville) il quale sceglie «di fronte all’inestricabile incoerenza del mondo […], di portare fino in fondo un programma, ristretto, sì, ma intero, intatto, irriducibile. […] di organizzare tutta la sua vita intorno a un progetto unico la cui necessità arbitraria non avrebbe avuto uno scopo diverso da sé»; inizia così, all’età di vent’anni, a compiere il suo progetto: per dieci anni, pur non essendone interessato, impara l’arte dell’acquerello dal pittore Valène, poi, per vent’anni, viaggia per il mondo dipingendo su fogli di carta Whatman, ogni quindici giorni circa, una «marina» e spedendo poi il quadro ad un artigiano specializzato, Winckler, il quale, dopo aver incollato l’acquerello su di una tavola di legno, costruisce un puzzle di 750 pezzi; infine, nei vent’anni successivi e dopo essere tornato in Francia, Bartlebooth ricompone, di nuovo uno ogni quindici giorni e nell’ordine nel quale sono stati creati, i puzzle di legno: i quadri, staccati dal loro supporto e ricomposti come fossero i dipinti originari grazie ad una sostanza speciale, sono rispediti nei luoghi nei quali erano stati dipinti e quindi immersi «in una soluzione solvente da cui non sarebbe riemerso che un foglio di carta Whatman, vergine e intatto. Così, non sarebbe rimasta traccia alcuna di quella operazione che, per cinquant’anni, aveva completamente mobilitato il suo autore.» Bartlebooth non riuscirà però a compiere per intero la sua impresa; al momento della morte rimane infatti un solo pezzo per completare il 439-esimo puzzle: ma mentre il pezzo mancante ha la forma di una “X”, quello rimasto nelle mani di Bartlebooth ha la forma di una “W”.
E voi direste, ma ormai, ci ha svelato tutto, non ha più senso leggerlo.., niente di più sbagliato. Perché il libro di Perec è un libro che va vissuto pagina dopo pagina come una missione, con coraggio e dedizione, il lettore distratto probabilmente butterà in aria anche qualche colorita bestemmia, ma dopo aver raggiunto l’ultima pagina sarete sazi, e probabilmente anche impotenti di fronte a ciò che la letteratura, – se messa in mano a forze geniali – può creare. Si distruggono tutti i confini, ogni cosa è possibile, tutto può essere oggetto di narrazione anche una semplice e infinita lista di oggetti o miseri scontrini (e Perec ne dà prova più volte). Concludo con il dire che è un libro che può anche essere messo da parte per un po’ per poi essere ripreso per farci pace, questo perché l’alta densità narrativa è ansiogena, e a volte stancante, ma finito il viaggio avrete una percezione diversa della letteratura e di ciò che con essa può essere narrato attraverso le forze umane, la mente umana primo grande seme da coltivare.