LIBRI LETTI: PERA

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Descrizione: Per molti versi, avrei preferito non dover pubblicare questo libro, che non esisterebbe se una delle mie scrittrici preferite – non posso nemmeno incominciare a spiegare l’importanza che ha avuto nella mia vita, professionale ma soprattutto personale, il suo Orto di un perdigiorno – non si trovasse in condizioni di salute che non lasciano campo alla speranza. Eppure L’orto di un perdigiorno si chiudeva con una frase che mi è sempre sembrata un modello di vita, un obiettivo da raggiungere: «Ho la dispensa piena». Oggi questa dispensa, forse proprio grazie alla sua malattia, Pia ha trovato modo di aprircela, anzi di spalancarcela. E la scopriamo davvero piena di bellezza, di serenità, di quelle che James Herriot ha chiamato cose sagge e meravigliose, di un’altra speranza. È davvero un dono meraviglioso quello che in primo luogo Pia Pera ha fatto a se stessa e che poi, per nostra fortuna, dopo lunga riflessione ha deciso di condividere con i suoi lettori. Non posso aggiungere molto, se non raccomandare con tutto il mio cuore la lettura di un libro che, come pochi altri, ci aiuta a comprendere la straordinaria avventura di stare al mondo.

Il titolo poetico e metaforico Al giardino ancora non l’ho detto ha una sua genesi ed è stato scelto dall’autrice ispirandosi ad una poesia di Emily Dickinson, I haven’t told my garden yet, in cui la poetessa americana ribaltava la percezione della propria morte, guardandola con gli occhi di chi resta (il giardino, appunto, di cui nessuno si prenderà più cura). L’opera che Pia Pera ha deciso di donarci, di regalarci non è un romanzo, ma un memoir, un insieme dei suoi pensieri di fronte la decadenza del proprio corpo, di sé stessi. Può essere collocato in quel filone di libri che racchiudono in sé una mole di pensieri e riflessioni, uno zibaldone. Pia è colpita da una malattia neurodegenerativa, e mostra ai lettori tutta la sua intimità, le sue paure, ansie, preoccupazioni di fronte alla perdita della propria indipendenza, della propria autonomia, perché gli esseri umani come le piante anche appasiscono, ingrigiscono e perdono il loro fogliame vivace. Ma più di tutto quello che esorta l’autrice alla riflessione è il tormento, le delusioni o remore verso ciò che non si è colto e si poteva fare, e che nessuno – ormai – può più darci, e l’essere in quanto tale può perdonarsi, vivere di questi atti mancati? Pia ci racconta il suo fatto di bellezze e anche di momenti tristi, come tutti, come un’esistenza ordinaria, che potrebbe essere quella di chiunque, persino anche la nostra in un prossimo futuro: «Accettare il qui e ora, e questo significa: non sprecare energie nell’anelito vano di mutare ciò che è stato, sperarlo diverso. Abbracciando per quanto possibile con tenerezza quest’anima tremebonda che teme di avere sbagliato tutto. […] Forse, raggiunto il deserto della malattia, cui probabilmente porta quasi ogni strada, rinnegare il cammino percorso arriva spontaneo ma fallace. […] Perché mai tormentarsi giudicando retrospettivamente attraente ciò di cui non avevo avuto, allora, nessunissima voglia?»