LIBRI LETTI: OZPETEK – RC: OB. 31- UN LIBRO TRATTO DA UNA STORIA VERA

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Descrizione: Un’auto lascia Roma di primo mattino. Alla guida, c’è un affermato regista. Sul sedile accanto, l’uomo che da molti anni ama di un amore sconfinato. Dove stanno andando? Mentre la città si allontana e la strada comincia a inerpicarsi dentro e fuori dai boschi, il regista decide di narrare al compagno silenzioso il suo mondo “prima di lui”: “La mia vita è la tua e ora te la racconterò, perché domani sarà solo nostra”. Inizia così un viaggio avanti e indietro nel tempo: i primi anni in Italia, dove era giunto dalla Turchia non ancora diciottenne con il sogno di studiare e fare cinema, le persone che hanno lasciato il segno, gli amici, gli amori, le speranze, le delusioni, i successi. Storie che conducono ad altre storie, popolate da figure indimenticabili e bizzarre: una trans egocentrica sul viale del tramonto, un principe cleptomane, un centralinista con il rimpianto della recitazione, una cassiera tradita dalle congiunzioni astrali, una bellissima ragazza dallo spirito inquieto. E poi, raffinati intellettuali, inguaribili romantiche, noti cinefili, amanti respinti e madri niente affatto banali. Sullo sfondo, il palazzo di via Ostiense dove tutto accade, crocevia di solitudini diverse, ma anche di intense amicizie e travolgenti passioni. Il palazzo che nel tempo si è trasformato, conservando però intatti i suoi più intimi segreti.

Un libro imperdibile per chi ama il regista cinematografico, famosi per i suoi immemorabili film, da “Le fate ignoranti” alla “Finestra di fronte”, a “Saturno contro” a “Mine vaganti”.
In questo libro Ozpetek si mette completamente a nudo al lettore, attraverso un viaggio in macchina con lo scopo di raggiungere una vecchia casa di campagna, con un racconto in prima persona Ferzan si svela soprattutto al suo compagno, Valerio/Simone: la sua vita (che dà il titolo omonimo al testo).
Tra i capitoli si respirano gli stessi elementi caratteristici delle sue pellicole, elementi che richiamiamo ormai il binomio che si lega solo e soltanto a lui: Istanbul (di cui già ci aveva deliziato con la sua prima pubblicazione “Rosso Istanbul”) e Roma.
Al lettore verrebbe da chiedersi perché Ozpetek deve raccontarsi al suo compagno attraverso un viaggio in macchina, l’espediente è che Valerio/Simone, il suo compagno soffre di Alzhmeir, quindi smette di ricordare.
Ma l’amore che lega il regista al suo compagno impone un azzeramento, un livellamento di prospettive, di possibilità, di agganci emozionali, e così che leggono pagine commoventi, strazianti:

«Ti tenevo tra le braccia con tutta la forza e tenerezza di cui sono capace, e tu ti eri abbandonato a me completamente. I nostri corpi si sono parlati e si sono detti tutto ciò che c’era da dire. Perché l’amore non ha bisogno di nient’altro per vivere, nient’altro che una di reciproca, assoluta fiducia. È stato in quel momento che ha iniziato a prendere forma questa mia folle idea di abbandonare ogni cosa e andarcene via […]. E ora sto raccontando tutto questo a te, ma anche a me stesso, perché poi anch’io voglio dimenticare. Quando arriveremo nella dimora di pietra che ci sarà di rifugio, mi butterò il passato alle spalle. E allora saremo uguali. Senza memoria, solo un presente da assaporare istante per istante, isolati dal mondo lontani nel tempo e nello spazio da tutto ciò che abbiamo condiviso finora. Da quella che è stata la nostra vita. Perché così ho deciso. Cancellare il passato, abbandonarsi al nulla e riscoprire l’universo in ogni piccolo gesto».

E, forse, solo in questo modo che si raggiunge la vera felicità, in un esasperato livello di comprensione che fa giocoforza ad ogni possibilità di attrazione: ormai soli a sé stessi, lontani da tutti, hanno modo di riniziare, senza pensare alle geografie del passato, ma esplorando continenti d’amore che molti di noi possono solo sognare.