LIBRI LETTI: ORWELL– RC: OB. 7 – RILETTURA DI UN CLASSICO LETTO ALLE SUPERIORI

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La fattoria degli animali è un romanzo satirico del 1945, scritto da George Orwell. In italiano è stato pubblicato per la prima volta nel 1947.
Stupendo, profondo, illuminante, nei must del genere distopico. Il romanzo per me può essere riassunto in questo passo che vi riporto:

«Compagni, avete già saputo dello strano sogno che ho fatto ieri notte. Del sogno, però, vi parlerò dopo. Prima ho altro da dirvi. Non penso che rimarrò tra voi per molti mesi ancora, compagni, quindi, prima di morire, sento che è mio dovere trasmettervi quel tanto di saggezza che ho acquisito. Io ho vissuto a lungo; nella solitudine della stalla ho avuto molto tempo per riflettere, e credo di poter dire che la mia conoscenza della natura delle cose di questo mondo non è inferiore a quella di nessun altro animale vivente. E’ di questo che desidero parlarvi.
Ora, compagni, com’è fatta questa nostra vita? Ammettiamolo: è infelice, gravosa, e breve. Nasciamo; ci danno un bel po’ di cibo che ci consente di restare vivi; chi tra noi è in grado di lavorare viene costretto a farlo finché possiede ancora un briciolo di energia, e poi, nel preciso istante in cui la nostra utilità viene meno, ci macellano in maniera orrenda e crudele. Una volta compiuto il primo anno di vita, nessun animale d’Inghilterra conosce il significato delle parole felicità e riposo. Nessun animale d’Inghilterra è libero. La vita degli animali è sofferenza e schiavitù: ecco la nuda verità.
Ma ciò fa semplicemente parte dell’ordine naturale delle cose? E’ forse dovuto al fatto che la nostra terra è povera da non poter garantire una vita decorosa a chi l’abita? No, compagni, mille volte no! Il suolo dell’Inghilterra è fertile, il clima è buono ed è in grado di fornire cibo sufficiente a un numero di animali di gran lunga superiore a quello attuale. La nostra fattoria potrebbe da sola dar sostentamento a una dozzina di cavalli, venti mucche, centinaia di pecore, e farli vivere tutti in condizioni di agiatezza e dignità superiori a ogni nostra fantasia. Per quale motivo continuiamo dunque a vivere in tanta miseria? Perché il frutto del nostro lavoro ci viene quasi interamente sottratto dagli esseri umani. Questa, compagni, è la causa di tutti i nostri problemi. Si può riassumerla in una parola: l’Uomo. L’Uomo è l’unico vero nemico che abbiamo. Eliminiamolo dalla scena, e la causa prima della fame e del superlavoro sarà abolita per sempre.
L’Uomo è l’unica creatura che consumi senza produrre. Non dà latte, non depone uova, è troppo debole per tirare l’aratro, non corre abbastanza veloce da catturare un coniglio. Però è padrone di tutti gli animali. Lì fa lavorare e in cambio concede loro il minimo necessario alla sussistenza, tenendo il resto per sé. Il nostro lavoro dissoda la terra, il nostro escremento la fertilizza, tuttavia non c’è fra noi chi possegga altro che la nuda pelle. Voi mucche, che vedo qui davanti a me, quante migliaia di litri di latte avete prodotto quest’anno? E che ne è stato di quel latte che avrebbe dovuto svezzare vigorosi vitelli? Ogni singola goccia è stata trangugiata dai nostri nemici. E voi, galline, quante uova avete deposto quest’anno? E quante di quelle uova sono state covate fino a far crescere dei pulcini? Tutte le altre sono finite al mercato perché Jones e i suoi uomini potessero trarne guadagno. E vengo a te, Trifoglio: dove sono quei quattro puledrini che hai messo al mondo e che sarebbero stati il sostegno e la gioia della tua vecchiaia? Tutti venduti all’età di un anno…non li vedrai mai più. E’ cos’hai avuto in cambio dei tuoi quattro parti e di tutto il lavoro nei campi, se non delle magre razioni di cibo e un posto nella stalla?
E non ci permettono neppure di giungere al termine naturale di una vita già tanto infelice […]»

Non gli manca niente a questo libro, c’è tutto. Orwell ha pensato ad ogni minimo dettaglio, ad ogni nome, ad ogni carica, ad ogni spigolosa evoluzione della storia. La rivincita del sottomesso contro il padrone.
Dovrebbero leggerlo tutti, insieme a 1984, che ad oggi, è uno – e forse – il mio libro preferito.