LIBRI LETTI: MUSIL – RC: OB. 22 – UN LIBRO DA CUI È STATO TRATTO UN FILM

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I turbamenti dell’allievo Törless segna l’esordio letterario dell’autore austriaco, fu pubblicato per la prima volta nel 1906, e può essere considerato un romanzo di formazione. Il libro narra della vita di alcuni giovani in un collegio esclusivo, focalizzando l’attenzione su come questi giovani vivano le relazioni sociali, ricercando i valori morali.

Il libro comincia con la presente intro, che già lascia presagire spessore: «Noi togliamo stranamente valore alle cose non appena le pronunciamo. Crediamo d’esser scesi sul fondo degli abissi, e quando ne riemergiamo la goccia d’acqua che stilla dalla punta sbiancata delle nostre dita non somiglia più al mare da cui viene. C’illudiamo d’aver scoperto una massa di meravigliosi tesori, e quando torniamo alla luce non abbiamo portato con noi che pietre false e pezzetti di vetro. Eppure, nell’oscurità, il tesoro conserva immutato il suo luccichio» (Citazione di Maeterlinck)

Törless era un ragazzo che: «si sentiva in certo modo lacerato tra due mondi: uno solidamente borghese, in cui alla fin fine tutto procedeva nel modo ordinato e razionale a cui era abituato sin da casa sua, e l’altro fantastico, pieno di tenebre, di mistero, di sangue e d’imprevisti colpi di scena. E l’uno sembrava escludere l’altro».
La parola centrale di tutto il libro potrebbe essere identificata con «turbamento», il turbamento di questo allievo che è allievo dei suoi stessi comportamenti, dei suoi stessi pensieri, della sua stessa vita. Il libro procede per gradi, mostrando l’elevamento del giovane verso la crescita sentimentale ed emotiva, che si ravvisa dall’iniziale distacco dei genitori (e in particolare della figura della madre ingombrante), all’esperienza con il Principe H., suo compagno di collegio, con quale condivide una fervida passione per la matematica, al dissestamento dei rapporti d’amicizia che gli provocano sentimenti contrastanti: l’ammirazione per quell’ardore mostrato e il distacco da certi stessi modi di sentire la vita, fino alla definita fuga, che segna la presa di coscienza, la piena consapevolezza del proprio essere.
Törless è un uomo che si interroga, e che interroga la vita, attraverso diversi strumenti, sia accademici che puramente esperienziali come il rapporto con Basini, che segna l’apotesi di pagine bellissime di analisi quotidiana oltre che interiore (alla ricerca dell’anima, anima primigenia da cui sfocia ogni azione).

Törless gioca con i numeri, con la filosofia, con le dinamiche che nei rapporti sociali si istillano e lo fa prima con ingenuità, poi con coscienza.
Musil in questo suo primo romanzo che ci regala innumerevoli sensazioni, a volte positive, a volte negative. L’aver deciso di leggere questo libro, prima di trovare il coraggio di leggere forse l’opera – o uno delle più importanti del Novecento –, come “L’uomo senza qualità” mi dà la conferma e la voglia di voler approfondire questo autore, che ci regala anche pagine indimenticabili su elementi del creato come il silenzio e la morte, che di seguito riporto:

Sul silenzio: «Senti, Beineberg,» disse Törless senza voltarsi, «durante il crepuscolo devono esserci, sempre, dei momenti molto particolari. Tutte le volte che l’osservo mi torna in mente lo stesso ricordo. Ero ancora molto piccolo e una volta, a quest’ora, stavo giocando nel bosco. La domestica s’era allontanata; io non lo sapevo e mi pareva di sentirmela ancora vicina. A un tratto qualcosa mi ha costretto ad alzare gli occhi. Avevo capito di essere solo. Di colpo si era fatto un silenzio! E quando mi sono guardato attorno m’è parso che gli alberi, zitti zitti, facessero circolo e mi fissassero. Ho pianto. Mi sono sentito così abbandonato dai grandi, in balia degli esseri inanimati… Che cos’è? La riprovo spesso, questa sensazione di un silenzio improvviso che è come un linguaggio che le nostre orecchie non afferrano».

Sulla morte: «La morte è solo una conseguenza del nostro modo di vivere. Noi viviamo passando da un pensiero all’altro, da una sensazione all’altra. Perché i nostri pensieri e le nostre sensazioni non scorrono placidamente come un fiume ma ci “saltano in mente”, cascano dentro di noi come sassi. Se ti osservi bene, sentirai che l’anima non è qualcosa che cambia i suoi colori in passaggi graduali, ma che i pensieri saltan fuori come cifre da un buco nero. Adesso hai un pensiero o una sensazione e tutt’a un tratto te ne ritrovi un altro che pare balzato fuori dal nulla. Se ci fai caso, puoi persino cogliere tra due pensieri l’attimo in cui tutto è nero. Quell’attimo, una volta afferrato, per noi è senz’altro la morte. Perché la nostra vita non è altro che un posare pietre miliari e un balzare dall’una all’altra superando ogni giorno mille secondi di morte. Noi, per così dire, viviamo solo quando siamo sui punti d’appoggio. Per questo abbiamo anche una così ridicola paura di morire irrevocabilmente, perché si tratta di qualcosa che semplicemente manca di pietre miliari, del baratro senza fondo in cui precipitiamo. Per questo modo di vivere, è davvero la negazione totale».

P.s. il libro fu portato al cinema nel 1966 dal regista Volker Schlöndorf, e la parte di Törless fu interpretata da Mathieu Carrière.