LIBRI LETTI: MURGIA

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Chirù

«[…] sapevo di non avere più bisogno di spiegargli che una famiglia è il posto dove essere sangue del sangue significa essere l’uno la ferita dell’altro».

Queste parole segnano l’inizio di un ritorno tanto atteso della scrittrice sarda, Michela Murgia, che torna alla pubblicazione dopo svariati anni di assenza dal panorama editoriale:
«Chirú venne a me come vengono i legni alla spiaggia, levigato e ritorto, scarto superstite di una lunga deriva. Era vestito da adulto e ostentava una disinvoltura sfrontata, ma sotto la giacca da orchestrale gli s’intuivano due braccia troppo lunghe per essere qualcosa di piú che goffe. Aveva un violino con sé, e chi lo aveva convocato gli aveva fatto credere che avrebbe potuto suonarlo sul palco accanto a me. Temendo l’inesperienza che gli si leggeva addosso, trovai un modo gentile per dirgli che preferivo recitare in silenzio e lui, senza mostrare alcun risentimento per quel primo battesimo di sfiducia, accettò. Si sedette nella terrazza del centro storico e mi ascoltò con la stessa attenzione degli altri presenti.
Alla fine dello spettacolo, nel buio ancora tiepido di ottobre, mi sorprese chiedendomi se poteva seguirmi a cena. Lo guardai con attenzione. Era giovanissimo, forse neppure diciottenne, ma aveva nello sguardo qualcosa di slabbrato, come se osservasse il mondo da una prospettiva già offesa. Vorrei poter dire che quella tra noi fu un’immediata affinità elettiva, ma sarebbe una menzogna: io Chirú lo riconobbi dall’odore di cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell’odore era lo stesso mio».
Da tale premessa è fuor di dubbio che la Murgia torna con una pubblicazione a parlare di temi forti, duri, che ci riguardano tutti. Se in “Accabadora” – romanzo, forse, suo più famoso –, ci parla della vedova benestante, Bonaria Urrai, che si scaglia contro la morte pietosa, attraverso un atto consapevole e amorevole proprio dell’«accabadora», ultima madre, madre benevola; in questo suo nuovo libro ci parla dei rapporti di dipendenza umana, dei legami sottostanti che ti condizionano l’esistenza, e che ti riportano alla realtà, ma che alle volte ti fanno anche perdere l’orbita del senso, generando caos, disordine, subbuglio interiore.
Questa è la storia di una maestra, di una madre, di un’amante, ma forse di nessuna di tutte e tre le cose, e di uno studente, un uomo devoto alla musica, al violino, al suono perturbato delle note. Un rapporto pieno di contraddizioni, dove ogni emozione, sentimento, diviene elemento di riflessione. Nora e Chirù, un rapporto di dipendenza che degenera, come solo l’autenticità dei rapporti porta con sé: «[…] Non riuscivo ad abituarmi all’adolescenza che si portava nascosta addosso e che a volte mi appariva all’improvviso, con lo scatto spaurito di una bestia di bosco. Sapevo che avrebbe imparato presto a nascondere quella sua fame emotiva, come sempre si fa con ciò che è nudo o indifeso, ma quel pomeriggio mi pareva che tutte le innocenze fossero ancora possibili, persino le mie. Della sua fragilità in quell’istante amai proprio quello che dell’amore si paga più caro: l’assenza di calcolo e di misura che appartiene solo alle cose nate libere».
Nora, con un unico e centrale obiettivo, quello di accrescere il potenziale di questo giovane, – passero smarrito tra il fogliame aguzzo della vita –, ne rimane essa stessa intrappolata. Lei, proprio lei, che aveva tratteggiato la sua vita con pennellate di solitudine, lei che era stata capace negli anni di: «[…] di mandare in pezzi rapporti consolidati per dimostrare a me/sé stessa che non avevo bisogno di nessuno per sentirmi/si intera». Il mondo fatto di angoli e fortune smarrite, riserba ai due epiloghi e futuri inimmaginati, loro legati dal profumo di lavanda, forse sono destinati a cercarsi nel ricordo, nell’affanno dei pensieri, nell’agrore di certi abiti consunti dal tempo, presi dopo anni e anni, ma mai svaniti nell’essenza, sempre uguali, e pieni di possibilità. Possibilità stroncate, dalla contingenza dei momenti, di distanze materiali, e forse, anagrafiche, di solitudini che sommate si disgregano – già nella loro originaria precarietà –.

Piccola nota a margine: il libro merita, perché porta ad indagarci (attraverso lezioni che scandiscono i capitoli), a porci degli interrogativi, con una scrittura della Murgia ancora più matura. Se non altro il libro merita anche solo per altri due motivi: l’analisi dell’intrapersonalità, e dell’interpersonalità, dell’analisi dei rapporti familiari (con riflessioni argute sulla presenza/assenza), e la legge di Jante (che leggendo il testo capirete, e che io ignoravo completamente).