LIBRI LETTI: MONTALCINI – RC: OB. 18 – UN’AUTOBIOGRAFIA/BIOGRAFIA

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Quale modo migliore c’è per conoscere in maniera dettagliata la vita di una grande donna, oltre che eccelsa studiosa quale Rita-Levi Montalcini? Leggere sicuramente una sua autobiografia, forse, è il migliore dei modi.

Sin dalle prima pagine si legge di questa bambina timida, indecisa, spaventata quasi dalla vita, ma soprattutto da un padre austero (di cui ha sempre detestato i baffi, forse per il loro pizzicore), con cui avrà sempre un’affettività distante, e del rapporto con la madre e con i fratelli, che nella loro diversità prenderanno strade differenti, Paola, e Gino si dedicheranno al mondo delle arti, Nina si dedicherà alla vita matrimoniale, e lei Rita seppur avesse propensioni per gli studi letterari si dedica agli studi scientifici. Rita assieme ai suoi affetti è una libera pensatrice (grazie all’appoggio del padre), tantoché può decidere in autonomia della sua vita, e dei suoi studi e della sua religiosità divisa tra la fede cattolica (osservante della madre), e la fede ebraica, ma sempre più laica del padre.

Rita decide di intraprendere Medicina presso l’Istituto anatomico della facoltà di medicina a Torino, dopo aver visto sotto gli occhi morire la propria governante Giovanna Bruatto per un cancro allo stomaco, alla sola età di quarantacinque anni. Si dedica alla vita universitaria, tanto strana quanto difficile per le donne del tempo, e qui conosce un uomo tanto geniale quanto mai fallace, quale Renato Dulbecco, che vinse il premio della medicina nel 1975; tra le pagine  si legge del suo tirocinio e del tema di ricerca che Levi gli assegnò. Il tema assegnato da Levi fu il seguente: ‘in base a quali processi si formano le circonvoluzioni del cervello dei feti umani’ rispetto a sua cugina Eugenia a cui le fu assegnata la ricerca su le ‘tonofibrille nello zoccolo del feto di vitello’, ricerca molto più semplice e di facile compimento (forse, anche perché il professor Levi assegnandoli una ricerca più semplice volesse cercar di togliersi quel magone sulla coscienza per la morte – se non provocata –, ma quantomeno alimentata del prof. Tullio Terni noto sciupafemmine invaghito di Eugenia).

Si legge dei primi invaghimenti, e corteggiamenti da parte di S. e poi di Guido (che risulterà più incline ai suoi interessi), e del vero primo amore per Germano, e dell’intensificarsi del rapporto di amicizia e stima con Dulbecco (che deve molto ai consigli della Montalcini e di studio e di opportunità lavorative che lei riuscì ad aprigli). Si legge del suo trasferimento in Belgio per continuare le sue ricerche e del suo ritorno in Italia, dello sconforto per la situazione italiana, e della tenacia (alimentata anche ai consigli di alcuni amici) di continuare i suoi studi tantoché con l’appoggio della famiglia e dei suoi fratelli Paola (che lei chiamerà sempre Pà) e Gino, farà della sua cameretta il proprio laboratorio personale cui contribuì successivamente anche il suo maestro, Levi. La Montalcini riesce poi a trovare la sua strada nelle ricerche grazie ad un articolo letto su un treno sulla teoria proposta da Hamburger che lei riesce a smentire, asserendo che «la morte [delle cellule nervose e delle fibre emergenti n.d.r.]  era   causata   dunque   dalla   mancanza   di   un   fattore   trofico,   e   non,   come   aveva   ipotizzato Hamburger, di natura induttiva, della categoria definita degli organizzatori». Nelle pagine si sente lo sconforto di lei nei confronti dei suoi studi, della sua ostinazione, della sua indifferenza, verso ciò che dietro le mura del suo laboratorio stava accadendo, si sente il disprezzo di Hitler e l’ascesa falsamente miracolosa di Badoglio. Si assiste al matrimonio di Gino con Mariuccia molto più giovane di lui, dell’arruolamento come Crocerossina in guerra, e dell’arrivo di Emanuele (figlio di Gino e Mariuccia), del viaggio con Dulbecco verso gli Stati Uniti seppur con approfondimenti di studi differenti, la Montalcini era lì per ripetere l’esperimento direttamente con il professor Hamburger in persona. Successivamente si legge di disquisizioni più scientifiche come del vitalismo, della teoria neuronale a contatto e a rete (che scatenò idee contrapposte nel tempo (tra Cajal, His, M. Lenhossek  e  W.   Waldeyer, che tra gli italiani trovò approvazione in Levi e Lugaro – portavoci della teoria neuronale a contatto – in contrapposto a Camillo Golgi – portavoce della teoria neuronale a rete –.La controversia tra i sostenitori delle due teorie, è nota come “the battle between the soup and the spark”). Successivamente si legge di Paula Broca, Karl Lashley, Paul Weiss, Roger Sperry, e George Bishop, e poi ancora di Luria, Watson, Sonneborn, Muller. Si legge del rincontro con il suo professore Levi e della sua prima idea vincente (da lei definita come un tartufo, espressione che usa in una lettera mandata alla sorella e alla mamma) sulla validità sulla natura umorale del fattore rilasciato da due tumori (nei topolini e nei polli).

La Montalcini poi per continuare e validare le sue ricerche si trasferisce a Rio de Janeiro, grazie all’aiuto di Herta Meyer, e qui riceve una delusione, perché si accorge che le sue ricerche sui topi sono più complicate di quelle che si aspettava e non danno i risultati da lei aspettati, ma passato questo primo momento di sconforto, riprende con vigore e arriva alla conclusione che l’effetto tumore esiste (seppur nei topi la faccenda si complichi). Successivamente al rientro negli States, la Montalcini viene affiancata negli studi da Stanley Cohen sulla natura chimica del fattore di crescita rilasciato dai tumori. Continuando strenuamente la sua ricerca riesce però a riavvicinarsi a sua sorella Paola con cui condivide una felice analogia nelle relazioni, Paola con Felice Casorati e lei con Giuseppe Levi, rapporti entrambi dettati da profonda ammirazione e affetto. Questa felicità viene disarmonizzata dalla morte della mamma, inaspettata, dopo solo un semplice malore. E li si ritrovano di nuovo tutti assieme, lei, Paola, Gino e Nina, vite diverse sotto lo stesso dolore. E subito dopo per Rita arriva un altro dolore profondo, la morte della sua guida, del suo professore, del suo maestro, Giuseppe Levi, per un carcinoma allo stomaco, all’età di 92 anni.

Scossa da questi dolori la sua vita poi sarà divisa tra St. Louis e Roma, in entrambi i centri si  indagavano gli stessi problemi concernenti lo studio della struttura del Ngf  e del suo meccanismo e spettro d’azione, e qui gli fu di grande aiuto un vecchio amico Pietro Angeletti, che si divise con lei il lavoro quando lei era negli Stati Uniti gestendo il centro di Roma. In questo viaggio alla ricerca e alla validazione del Ngf si aggiunsero poi Vincenzo Bocchini, Pietro Calissano e Luigi Aloe e giovani ricercatori alle prime armi con la speranza attraverso il tirocinio di far fortuna.

Infine il libro si conclude con una riflessione sull’evoluzione dell’uomo, di Lucy, bipede arrivato fino ai nostri giorni, e si discorre sul senso dell’azione dell’uomo, se le emozioni e la temperie culturale siano causa concatenanti  –  nel bene e nel male – dell’azione dello stesso: «i figli dell’uomo   differiscono   da   quelli   di   altri   mammiferi   nella   lentezza   del   loro   sviluppo   somatico   e intellettuale, che li rende dipendenti dai genitori o da chi ne fa le veci, per il lungo periodo che decorre dalla nascita alla pubertà. La lentezza della maturazione delle facoltà cerebrali favorisce lo sviluppo di quello stupendo e complesso congegno che è il cervello dell’Homo sapiens, ma la protratta dipendenza dagli  adulti  lascia  un marchio  indelebile  sulle  strutture  nervose che  presiedono  al  comportamento dell’individuo,   quando,   uscito   dalla   minorità,   entrerà   a   far   parte   della   società   umana.   Il   periodo dell’imprinting che nell’anatroccolo e nei mammiferi si attua nei primi giorni o nelle prime settimane post-natali, nell’uomo non soltanto si protrae sino alla pubertà, ma si estende per tutta la durata della vita, “dalla culla alla bara”. I sistemi etico-sociali ai quali l’individuo è stato esposto nell’età giovanile, sia quelli delle tribù isolate dal resto della civiltà che quelli più elaborati ed evoluti delle civiltà occidentali e orientali contemporanee, determineranno la condotta del giovane e dell’adulto».

 

Un’autobiografia che seppur complessa in alcune parti ci restituisce l’immagine di una donna unica, forte, dalla tenacia mai sopita, di una donna dagli affetti precari, che amava i treni, i viaggi, la libertà di pensiero, votata alla scienza e per la scienza.

Grazie Rita per aver smosso e promosso l’attività di ricerca, anche quando ogni seme di sapere ti si rifiutava davanti gli occhi, ma che tu con ostinazione poi hai fatto fiorire.

 

Postilla: Ngf (nerve growth factor) o fattore di crescita nervoso, è una proteina segnale coinvolta nello sviluppo del sistema nervoso nei vertebrati. È studiata ancora oggi per trovare la cura ad alcune delle più gravi malattie che colpiscono il sistema nervoso, come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e la malattia di Alzheimer, e ha dato numerose informazioni anche per spiegare la crescita dei tumori. L’Ngf è infine, anche la prima ‘molecola degli innamorati’. Pare che la presenza di questa proteina è più alta all’inizio dell’innamoramento e molto più presente che in coppie consolidate o nei single.

Per questo Rita Levi Montalcini insieme a Stanley Cohen ricevette nel 1986 il premio Nobel per la medicina. Nella motivazione  del Premio si legge: «La scoperta dell’NGF all’inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell’organismo».

Visivamente la Molecola proteica NGF:

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