LIBRI LETTI: MARCHESINI

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«Questi gerani, pensai allora, sollevando lentamente il capo senza smettere di fissarli, sono gli stessi di quando ero piccola, sono rimasti allo stesso posto, solo un po’ cresciuti, in quella stagione si erano tutti di nuovo inutilmente riempiti di fiori: provai allora una tenerezza immensa, non tanto per il fatto che fossero cresciuti con me, quanto perchè li avevo sempre considerati bruttini e tuttavia essi avevano resistito alla mia disaffezione, di cui sicuramente dovevano essersi accorti, mi avevano aspettato, erano rimasti in piedi, senza cambiare aspetto e adesso mi guardavano insignificanti, senza ostentazione e sembravano chiedermi se un po’ di bene almeno avrei potuto provarne per loro che avevano visto tutto. Avevano visto e sentito tutto, sapevano tutto».

Marchesini scrittrice, mi aspettavo qualcosa di diverso da questo libro, o forse dalla Anna che tutti conoscono per il suo lavoro teatrale.
Credo che in questa opera prima l’autrice non sia distaccata molto dal modus operandi proprio del suo teatro caratteristico: eccesso, e fiumi di parole, che se nel teatro ben ci stanno nella sua opera prima affaticano il lettore, lo disorientano, lo fanno anche arrabbiare.
Il libro non ha una vera e propria trama, se non questa ragazzina, Anna, – e dal nome già si evince che è una semibiografia forse – che combatte con la vita, con la solitudine, col silenzio, e nel suo terrazzino di gerani timidi, ma soprattutto nell’amore per i libri trova la sua oasi felice, il suo centro d’esistenza, e nella prolissità, e nell’ampollosità che la Marchesini presenta al lettore si leggono pagine felici come questa:
«[…] leggere, poi, leggere sarebbe diventato un istinto, più di una inclinazione primitiva e naturale
[…]
Nella bella stagione, andavo a sedermi nel terrazzino fiorito, portando con me tutti i libri letti e da leggere, in quei pomeriggi così intensi mi circondavo di volumi impilati l’uno sull’altro, li stringevo intorno al corpo, negli spazi lasciati liberi dai gerani li disponevo, li tenevo in grembo, li assicuravo a me con una tale voluttà come fosse pane, come fosse una provvista di acqua, leggere non era un bisogno solo del pensiero, era un bisogno del corpo ed era anche un bisogno d’amore.
[…]
Entravo ed uscivo dai libri, almeno parte di me lo faceva, e mentre leggevo, sentivo un amore dentro i miei occhi e un amore fuori, sulle pagine, sulle parole del discorso intimo e perfetto dei personaggi, dei loro colloqui appassionati con sé e con me, sulle loro avventure; un amore esterno che specchiava quello interno immenso, di me che leggevo.
Avrei letto cinquemila libri, diecimila libri nella mia vita; feci un rapido calcolo di quanti anni all’incirca avevo ancora a disposizione per leggere e decisi che avrei potuto farcela.
La letteratura era il mio grande amore».

Non sono entrato in sintonia con Anna come scrittrice, e di ciò me ne dispiaccio, non so se sia mia la colpa o se sua data da un eccesso di verbosità ed elargizione di aggettivi.
Sta di fatto che ritenterò con altro suo, sperando in meglio.
Sperando in meno artificiosità.