LIBRI LETTI: LIEBRECHT – RC: OB. 12 – UN TESTO TEATRALE

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Il libro: «La pièce è incentrata sull’amore tra Hannah Arendt e Martin Heidegger, l’azione si svolge in due luoghi diversi, con salti di tempo e di spazio.
Il primo luogo è l’interno della baita di Raphael Mendelsohn, un caro amico (fittizio) di Hannah ai tempi dell’università, innamorato di lei ma non ricambiato. Il secondo luogo è il soggiorno dell’appartamento di New York dell’ormai anziana professoressa Hannah Arendt.
La baita di Raphael è altresì il teatro della relazione proibita fra la diciottenne Hannah, studentessa di filosofia all’università di Friburgo, e il professor Heidegger, sposato e di parecchi anni più anziano di lei. Nel soggiorno dell’appartamento di New York la professoressa Arendt, reduce da un infarto, riceve invece nel 1975 la visita di Michael Ben Shaked, giovane israeliano che si spaccia per uno studente di filosofia dell’università di Gerusalemme ma che in realtà è il figlio di Raphael Mendelsohn, venuto a cercarla dopo la morte del padre per scoprire una parte a lui ignota della sua vita. Mediante i dialoghi tra i due e i flashback del passato (gli incontri tra la giovane Hannah e il professor Heidegger nella baita di Raphael) la pièce ripercorre le tappe della storia d’amore impossibile, irrazionale e drammatica tra i due protagonisti».

Riporto due estratti che mi hanno colpito particolarmente, entrambi fanno riferimento all’Atto primo.

ATTO I – SCENA TERZA:

HEIDEGGER: Quando il falegname usa il martello, il falegname non è il soggetto e il martello non è l’oggetto. Mentre il falegname lavora non pensa necessariamente al martello che sta usando. Potrebbe pensare al pranzo che lo aspetta, oppure (addolcisce la voce) alla bellissima donna che ama…

Pausa. Hannah è imbarazzata.

HEIDEGGER: Può lavorare per ore senza nemmeno prendere in considerazione il martello per un istante. È d’accordo?

HANNAH: Sì. Non è assolutamente una questione di soggetto e oggetto.

HEIDEGGER: Esatto! E questa percezione trascendente quando giunge a una conclusione…?

HANNAH: Presumo quando accade qualcosa che permette al falegname di acquisire consapevolezza del martello.

HEIDEGGER: Eccellente supposizione! Il filosofo, Fräulein Arendt, è perennemente alla ricerca della verità. Ma la verità è velata e allora noi cerchiamo di interpretarla mediante i nostri bisogni fondamentali: devo mangiare, devo dormire, ecc. Solo allora siamo in grado di definire le cose a parole. E qui comincia il problema perché le parole, di fatto, nascondono. È d’accordo con me, Fräulein Arendt?

ATTO I – SCENA NONA

MICHAEL: Scholem sostenne che lei non avesse “amore per il popolo ebraico”.

HANNAH: Cos’è l’amore per il popolo ebraico? Me lo dica lei! Io non ho mai amato un popolo né una comunità, in vita mia. Non il popolo tedesco, né quello francese e nemmeno quello americano. Non ho mai amato neppure la classe operaia. Io amo soltanto, tra virgolette, i miei amici e l’unico tipo di amore che conosco e in cui credo è quello per gli esseri umani. Inoltre, quando si mischiano sentimenti e politica, io divento sospettosa. È una cosa che ha sempre portato a spargimenti di sangue.

MICHAEL: Lei ha criticato gli ebrei sostenendo che fossero andati a morte come un gregge di pecore.

HANNAH: No, al contrario! Io ho criticato il pubblico ministero, il signor Hausner, che pose ripetutamente domande in questi termini ai testimoni. Perché? Per umiliarli ancora? In fondo tutte le vittime dell’Olocausto, non solo gli ebrei, andarono a morte senza ribellarsi. Potevano fare altrimenti?

[…]

MICHAEL: Col suo permesso, vorrei concludere…

HANNAH: No, non ancora, per favore. Non prima che io spieghi l’espressione “la banalità del male” che è stata erroneamente interpretata come un atteggiamento di indulgenza nei confronti di quei crimini, quasi fossero banali. Quei crimini furono di un’atrocità inaudita. Ciò che era banale era l’ubbidienza totale di chi li commise. E la triste verità è che la maggior parte delle azioni malvagie viene compiuta da uomini che non hanno mai scelto consapevolmente di essere buoni o cattivi. Molti gerarchi nazisti amavano la cultura, avevano una famiglia ed erano padri devoti. È la loro normalità a fare paura. È questa la banalità del male. E la paternità di questa espressione, per inciso, appartiene a Heinrich Blücher, il mio defunto marito.