LIBRI LETTI: LAHIRI

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La conoscenza con Jhumpa Lahiri nasce da delle coincidenze particolari, il tutto grazie ad una amica dell’università che mi ha spinto e invogliato a leggere la sua rubrica sull’Internazionale «I misteri di Jhumpa Lahiri», una serie di racconti affascinanti – usciti di settimana in settimana – che sono stati poi raccolti nell’ultimo libro pubblicato da Guanda dell’autrice, dal titolo “In altre parole”.
Ma ora veniamo al libro.
Un libro molto denso, fitto, con un’attenzione per i particolari quasi maniacale, ma che mai annoia e anzi ti porta a vivere la storia con più trasporto, con più tensione, con quella voglia di girare la pagina ancor prima di averla finita.
Il libro parla di due fratelli Subhash e Udayan, fratelli che sembrano quasi confondersi per la loro forte somiglianza, ma che allo stesso modo son distanti, hanno inclinazioni caratteriali totalmente diverse: l’uno riflessivo, silenzioso, responsabile, l’altro combattivo, idealista, alla ricerca sempre di nuovi stimoli.
Il libro è ambientato nei sobborghi di Calcutta, in un quadro sociale dominato dalle lotte per l’indipendenza indiana, ed è da qui che il libro prende piede e muove le sue volte, dalle lotte che hanno animato le università bengalesi sul finire degli anni ’60.
Ed è da queste lotte che la vita dei due fratelli prende due strade diverse: Subbash preferisce estraniarsi dalle lotte e cercare climi più pacifici negli Stati Uniti, Udayan, invece, coglie e vede l’insorgere delle lotte come una battaglia personale, la sua battaglia:
«Dopo la fondazione del partito, Udayan cominciò a vivere una doppia vita. A occupare due diverse dimensioni, a obbedire a due sistemi di regole separati. In un mondo era sposato con Gauri, viveva con i genitori, andava e veniva per non destare sospetti, insegnava ai suoi allievi, li guidava nell’esecuzione di semplici esperimenti a scuola. Scriveva lettere spensierate a Subbash in America, fingendo di essersi lasciato alle spalle il movimento, di non essere più così coinvolto. Mentiva al fratello, nella speranza di ravvicinarsi a lui. Mentiva ai genitori, per non metterli in ansia. […] Gli agenti erano simboli di brutalità, venivano addestrati dagli stranieri. Non sono indiani, non appartengono al nostro paese, sosteneva Charu Majumdar. Ogni nemico annientato avrebbe contributo a diffondere la rivoluzione. Sarebbe stato un passo avanti».
Gli anni di fermentazione politica nel movimento naxalita, però non gli hanno precluso di scoprire e incontrare l’amore. L’amore per la giovane fanciulla, Gauri, che nel corso della narrazione mostrerà di più di quel che sembrava di essere. Forse – i due – si erano trovati per alimentarsi entrambi nella loro sovversività.
E poi la degenerazione, l’inasprimento, la sofferenza d’animo. Il battito inaspettato dell’inganno, credendosi libero per poi cadere a terra.
Subbash torna subito a casa, apprende la triste notizia, e conosce finalmente Gauri, che nel tempo aveva imparato a conoscere – o meglio a fantasticare – attraverso la parsimoniosa corrispondenza epistolare tenuta col fratello.
Ed è qui che l’animo fraterno, la somiglianza, i cuori che pulsano sotto la stessa stratificazione epidermica diventano pienamente un tutt’uno. Subbash decide coraggiosamente di prendersi cura della bambina che porta in grembo Gauri, figlia di suo fratello.
Ma questa convivenza famigliare decisa a tavolino, non spontanea, un rimedio alla solitudine, a Gauri le sta stretta, non si sente bene, e sente tarpate le sue ali, e quindi fugge, fugge lasciando parole scritta su carta, per inseguire i suoi sogni, la filosofia.
Una convivenza che sembra una farsa teatrale, fingersi – o meglio provarci – di volersi bene per l’amore di Bela. Ma in realtà, Gauri, non sta fuggendo solo dai suoi affetti per inseguire i propri sogni, ma fugge anche dalla sua famiglia che l’ha rifiutata per aver scelto di sposare un uomo che loro non hanno scelto per lei, e fugge anche dalla famiglia di Udayan che non la accetta, che non può accettarla per gli stessi motivi che tengono fede ad una tradizione – troppo spesso sbagliata –.
Non voglio raccontarvi altro del libro, anche perché non mi va di spoilerare tutta l’evoluzione di questo splendido romanzo. Aggiungo che nel corso del romanzo viene ampiamente presentata l’evoluzione di tutti i personaggi, con i propri percorsi personali, attraverso tutte le fatiche quotidiane, i momenti di crescita, ma anche i momenti di sconforto, di indagine con sé stessi.
Un romanzo dal titolo eloquente «La moglie», si perché è proprio nella figura della moglie che è racchiuso tutto il senso del libro: moglie perché lo si desidera, moglie perché ti capita senza volerlo, moglie perché devi farlo e basta – e non riesci a tirartene fuori –, moglie che decide di prendere altre strade, pur avendoci provato. Moglie, madre, amante, compagna, amica, persona che cresce, memorizza, sbaglia, fa del passato una brutta copia del presente. Moglie che immagini di sposare, e moglie che realmente poi ti trovi accanto. Ma nonostante tutto, madre, anche a distanza, con un rapporto raffazzonato e con un’affettività precaria.

“A quattro anni Bela cominciò a sviluppare una propria memoria. La parola «ieri» entrò a far parte del suo vocabolario, anche se con un significato flessibile, esteso a tutto ciò che non esisteva più. Il passato si appiattiva, crollando senza un particolare ordine, racchiuso in unico termine. Bela usava la parola inglese. Era in quella lingua che il passato assumeva una dimensione unilaterale; in bengalese, il vocabolo che equivale a ieri, kal, vuol dire anche domani. In bengalese è necessario un aggettivo, o bisogna tener conto del tempo del verbo, per distinguere quanto è già accaduto da quello che accadrà.
Con una pronuncia leggermente diversa, il nome di Bela, che indicava un fiore, designava anche un intervallo di tempo, una porzione del giorno. Shakal bela significava mattino, bikel bela pomeriggio. Ratrir bela era la notte.
Il concetto di ieri era per lei il ricettacolo di qualsiasi cosa avesse immagazzinato nella mente. Di tutte le esperienze o le impressioni che erano venute prima. La sua memoria era a breve termine, con un contenuto limitato. Priva di cronologia, riorganizzata in modo casuale […]”.

“I bambini azzerano l’orologio. Ci fanno dimenticare ciò che è successo prima”.