LIBRI LETTI: KOLITZ

Standard

d0cb091752ad89f4648a07dc1725bca5_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

Un libro illuminante – soprattutto nella prima parte – proprio del monologo/testamento di Yossl, l’ultimo dei combattenti nel Ghetto di Varsavia nel 1943; è il primo caso di resistenza ebraica alle forze armate della SS che irrompono nel ghetto, dopo la resistenza avvenuta nel 135 d.C., al tempo di Adriano. Il libro ci propone una riflessione sulla spiritualità, che credenti o meno, tutti almeno una volta ci siamo posti:

«[…] Non posso dire, dopo aver assistito a tanto, che il mio rapporto con Dio non sia cambiato, ma posso affermare con assoluta certezza che la mia fede in lui non è cambiata minimamente. Prima, quando vivevo nel benessere, avevo con lui un rapporto che si ha con un instancabile benefattore, e nei suoi confronti rimanevo sempre in debito. Ora quello che ho con lui è il rapporto con uno che anche a me deve qualcosa, che mi deve molto. E poiché sento che anche lui è un debito con me, credo di avere il diritto di esigere ciò che mi spetta. Io però non dico come Giobbe che Dio deve puntare il dito sul mio peccato per indicarmi il motivo di ciò che mi accade. Persone più dotte e migliori di me sono fermamente convinte che ora non si tratti più di un castigo per i peccati, ma che il mondo sia in una condizione affatto particolare: un periodo di occultamento del volto divino.
Dio ha nascosto il suo volto al mondo e in questo modo ha consegnato gli uomini ai loro istinti selvaggi; ritengo qui assai naturale, purtroppo, che quando la furia degli istinti domina il mondo, chi rappresenta la santità e la purezza debba essere la prima vittima. Questo pensiero non mi è forse di grande conforto, ma poiché il destino del nostro popolo è stabilito in base a un calcolo non terreno, materiale, fisico, ma ultraterreno, spirituale e divino, chi crede deve considerare questi avvenimenti parte di un grande disegno di Dio, davanti al quale le tragedie umane hanno poco importanza. Ciò non significa però che gli animi devoti del mio debbano accogliere il verdetto, e dire che Dio e il suo operato sono giusti. Dire che meritiamo i colpi che abbiamo ricevuto è una bestemmia, una profanazione del ‘Nome Ineffabile’ di ebreo, ed equivale in tutto e per tutto a profanare il Nome Ineffabile di Dio, perché denigrando se stessi si bestemmia Dio.
[…]
Qualche ora, e lo saprò anche io. Se il mio volto non sarà sfigurato dal fuoco, forse vi aleggerà lo stesso sorriso, dopo la mia morte. Intanto però sono ancora vivo, e al mio Dio, prima di morire, voglio parlare come un vivo, come un semplice uomo, che vive e ha avuto il grande ma disgraziato onore di essere ebreo.
Sono fiero di essere ebreo, non malgrado il trattamento che il mondo ci riserva, ma proprio a causa di questo trattamento. Mi vergognerei di appartenere ai popoli che hanno generato e cresciuto gli scellerati responsabili dei crimini compiuti contro di noi.
Sono fiero del mio essere ebreo. Perché essere ebreo è un’arte. Perché essere ebreo è difficile. Non è un’arte essere inglese, americano o francese. E’ forse più facile e più comodo essere uno di loro, ma certo non è più onorevole. Sì, è un onore essere ebreo!
Ritengo che essere ebreo significa essere un combattente, uno che nuota senza tregua contro una sordida, malvagia corrente umana. L’ebreo è un eroe, un martire, un santo. Voi, nemici, dite che siamo spregevoli? Io credo che siamo i migliori e più nobili di voi, ma se anche fossimo peggiori, mi sarebbe piaciuto vedervi al nostro posto.
Sono felice di appartenere al più infelice di tutti i popoli della terra, la cui Legge, rappresenta il grado più alto e più bello di tutti gli statuti e le morali. Adesso questa nostra Legge è resa ancor più santa ed eterna dal fatto d’essere così violata e profanata dai nemici di Dio.
Penso che essere ebreo sia una virtù innata. Si nasce ebrei come si nasce artisti. Non ci si può liberare dall’essere ebrei. E’ stata una qualità divina insita in noi ad aver fatto di noi un popolo eletto. Chi non lo comprende, non capirà mai il significato più alto del nostro martirologio.
[…]
Credo nel Dio d’Israele, anche se ha fatto di tutto perché non credessi in lui. Credo nelle sue leggi, anche se non posso giudicare i suoi atti, Il mio rapporto con lui non è più quello di uno schiavo verso il suo padrone, ma di un discepolo verso il suo maestro. Chino la testa dinanzi la sua grandezza, ma non bacerò la verga con cui mi percuote.
[…]
Tu dici che abbiamo peccato? Di certo è così. Che perciò veniamo puniti? Posso capire anche questo. Voglio però sapere da te: esiste al mondo una colpa che meriti un castigo come quello che ci è stato inflitto?
Tu dici che ripagherai i nostri nemici con la stessa moneta? Sono convinto che li ripagherai, e senza pietà, anche di questo non dubito. Voglio però sapere da te: esiste al mondo una punizione che possa far espiare il crimine commesso contro di noi?
[…]
Se non sei il mio Dio, di chi sei allora il Dio? Il Dio degli assassini?

Di fronte a ciò bisogna solo meditare, riflettere, stare in silenzio, e non aggiungere altro.