LIBRI LETTI: HEMINGWAY – RC: Ob. 14 – Un libro che parli di amicizia

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Fiesta (Il sole sorgerà ancora) è il primo romanzo dello scrittore statunitense Ernest Hemingway che venne pubblicato a New York nel 1926.
Un libro doloroso, potente, vero, dannato, che parla di amicizia e di amore, oltre che del viaggio, e del rapporto con l’uomo con la terra.
Fiesta racconta del viaggio di un gruppo di amici espatriati americani e britannici che intraprendono un percorso di vita da Parigi fino a Pamplona per assistere alla famosa fiesta di San Fermìn, una ricorrenza annuale che in sé fa rivivere canti, balli, riti religiosi, ma soprattutto porta con sé la famosa corrida che, ormai da innumerevoli anni, attrae tantissimi turisti che tra divertimento e curiosità si dibattono per assistere a questo tragico-comico avvenimento.
L’armonia iniziale però che anima l’inizio del viaggio di questi sei amici con il passar del tempo viene meno e tra gli amici vengono fuori sentimenti negativi: gelosia, invidie, vizi e scaramucce che animate da alcool e superamento dei piaceri amplificano le liti.
La causa di tutti questi litigi, disarmonie e fraintendimenti sono date da Lady Brett Ashley, una donna divorziata, promiscua, alcolizzata e ninfomane nonché bellissima che attira su di sé gli interessi di tutti gli uomini.
Liti che prendono vita tra Mike Campbell, futuro sposo della donna, Jake Barnes, che è il protagonista del romanzo e che segna l’amore platonico di Brett e Robert Cohn, ricchissimo ebreo che non perde ogni occasione e motivo per importunare la donna.
La donna a chi darà il suo amore?
Ma non contenta la donna piena del suo ego, e del suo infinito senso di insazietà si innamora di un altro uomo, o meglio del giovanissimo matador Romero, con cui scapperà due volte, la prima con lui alla fine della fiesta e la seconda da lui quando gli viene offerta una proposta di matrimonio.

In finale non voglio svelarlo, ma si pone agli occhi del lettore a metà tra il dolce e l’amaro, tra ciò che poteva essere e non è stato. Tra ciò che l’amore ti porta a fare, non chiedendo nulla indietro, tra il rifiuto palese dei sentimenti e la spietata soddisfazione di esserci sempre, anche quando numerose porte, bottiglie, litigi fanno smarrire chi sei, e credi che forse solo con l’altro puoi diventare.

Le descrizioni sono mirabili, dettagliate, e non annoiano (mi ha ricordato vagamente Tabucchi in “Sostiene Pereira”).

Il romanzo segna l’emblema della “generazione perduta” o “lost generation”, definizione coniata dalla scrittrice statunitense Gertrude Stein per indicare i giovani scrittori statunitensi emigrati in Francia fra il 1920 e il 1930, accomunati dalla delusione e dal disincanto.
Si tratta di uomini che, privati di ogni fede nei valori morali, conducono un’esistenza cinica, attenti soltanto a soddisfare le proprie istanze emotive, sullo sfondo stavolta, dello spettacolo cruento della corrida.

Un piacevole scoperta, un Hemingway che al primo suo romanzo che leggo si fa piacevolmente apprezzare.

«Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era».

«Andare in un altro paese non cambia niente. Io ho provato. Non si può sfuggire se stessi solo spostandosi da un posto all’altro. Non c’è rimedio a questo».

«Tu sei un gran bravo tipo e io sono più affezionato a te che a chiunque altro sulla terra. A New York non potrei dirtelo. Significherebbe che sono una checca. È per questo che è scoppiata la Guerra Civile. Abraham Lincoln era checca. Era innamorato del generale Grant. E anche Jefferson Davis. Lincoln liberò gli schiavi per scommessa. Il caso Dred Scott fu montato dalla Lega antialcolica. Col sesso si spiega tutto. La Colonel’s Lady e Judy O’Grady sono lesbiche mascherate».