LIBRI LETTI: HARUF

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Chiudere il libro e sentirsi smarriti. Sì, è proprio questo che il lettore prova quando chiude questo terzo e ultimo volume della Trilogia della Pianura.
Si rincontrano i fratelli McPheron evoluti e non poco anche dal lato dei sentimenti, come se la convivenza con Victoria Roubideaux, la madre single che avevano preso ad abitare con loro e che ora ha lasciato il ranch per iniziare il college, fosse stata salvifica, fosse stata una trampolino di lancio per l’esplorazione dei propri sentimenti, proprio loro, sempre e solo abituati ai lavori della terra, all’accudimento dei vitelli. Si rincontrano Tom Guthrie e Maggie e si legge del loro amore incondizionato per questi due fratelli.
Ma in Crepuscolo si leggono anche tante altre micro-storie, ognuna potrebbe portare con sé una propria solidità, una propria pubblicazione, perché ha gambe tanto forti da poter camminare da sola. Forse, in Crepuscolo, anzi, quasi sicuramente accadono molto più cose, rispetto al precedente Canto della Pianura.
Ci si affeziona anche all’imperfezione di Luther e Betty Wallace, ci si commuove per Joy Rae e Richie bambini resistenza, che vogliono difendere la famiglia e un amore sbagliato, poco sorvegliato.
Ci si affeziona a DJ e al suo rapporto con la testa dura del signor Kephart, ma anche e soprattutto al rapporto con Dena, alla loro casa costruita per caso, al loro antro d’amore dove ogni sofferenza, ogni malumore, ogni bruttura della vita è ovattata, ma si rimane legati anche a Mery Wells che cerca un senso nella propria vita, si attacca all’esistenza altrui per trarne la giusta linfa, che nient’altro sarebbe che l’amore. Un amore fuggito, e un amore soffocato, lei, come una trottola sola, decide di cambiare la propria vita, ormai sul ciglio di un burrone.
Si prova pena per Hoyt Raines, e quel suo tentativo tra una bevuta e l’altra di provar a fare l’uomo per bene, ma che poi in ogni occasione dà il peggio di sé, lui con i suoi attacchi di violenza, con la sua visione di educazione distorta, lui in fondo solo, che verrà emarginato da ogni affetto, perché l’affetto lui non sa affatto cos’è.
Si legge della scoperta e dell’esplorazione dell’affettività di Raymond con Linda May, dove tutto appare tanto strano quanto autentico, anche se poi l’inesperienza fa sfumare tutto via come una grande bolla di speranze che poi ritrova la sua rivincita.
Si legge di ritorni, e di partenze, di storie che nascono per caso, e di storie che nascono dalla disperazione e dalle mancanze, come quella di uno dei fratelli McPheron che perirà sotto la forza brutale di un toro che loro stessi avevano amorevolmente accudito.
Ma la natura non fa distinzioni, è una questione di attimi, di situazioni, di circostanze avverse, lei si fa amare, ma tante volte riesce anche a farsi odiare, perché la perfezione non esiste, come nella vita così in natura, e la sua rivolta è sempre dietro l’angolo.
Nell’introduzione al libro viene detto: «Questo libro è per chi ama guardare la danza delle candele sul muro, per chi ascolta la “Pastorale” di Beethoven, per chi ricorda quando da bambini ci si arredava una stanza con tutto quello che si trovava in giro, e per chi è rimasto solo, al freddo, per tanto tempo, e oggi ha deciso di rimettersi in gioco e correre il rischio di diventare una persona diversa», ed io mi sento di sottoscriverlo con tutti i sentimenti, perché leggendo i libri di Kent Haruf ci si mette in gioco, si attraversa l’esistenza di queste persone, si diventa partecipi delle loro gioie ma anche dei loro dolori, ma a fine del percorso, alla fine della corsa, riusciamo ad uscire dal recinto dei nostri schemi mentali, dal recinto del quotidiano per sentirci persone nuove, persone vere.

«[…] lui disse a Victoria che il fratello sentiva molto la sua mancanza e parlava di lei ogni giorno, cercando di indovinare cosa stesse facendo a Fort Collins e immaginando come se la stesse cavando la bambina, e man mano che andava avanti con quel discorso la ragazza capì che stava parlando del fratello e insieme di se stesso […]».

«Dena l’aveva fissato e gli aveva toccato una mano e lui aveva continuato a osservarla, poi lei aveva ritratto la mano e lui aveva distolto lo sguardo.
Vuoi altri crackers? le aveva chiesto.
E tu?
Io sì.
Allora anch’io».