LIBRI LETTI: HARUF

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Sarà che io sono strano e particolare, e forse tendo al tragicismo nelle storie, però devo dire che “Benedizione” mi aveva coinvolto di più (ma non voglio dire che questo non mi sia piaciuto, eh).
Ci troviamo sempre nella cittadina di Holt nel Colorando, ma in questo libro se le ambientazioni restano le stesse i personaggi cambiano, come anche il corpo centrale del messaggio che l’autore vuole far fuoriuscire è opposto.
Haruf ci delizia come aveva fatto nel libro precedente di descrizioni di paesaggi, di vita rupestre, di comportamenti animali, oltre che a parlaci dei sentimenti degli uomini, dei legami affettivi minati, dell’adolescenza precoce che segna l’esistenza.
Le due storie principali potrebbero essere riassunte da la vita di Victoria Roubideaux che rimane incinta in età precoce e che viene cacciata per questo motivo dalla casa da una madre disturbata, insoddisfatta dalla vita, e da un marito assente, e la storia dei due fratellini Ike e Bobby, che devono combattere a mani nude con le difficoltà della vita, trovandosi a scazzottarsi con l’assenza di una madre troppo presa da sé, dai suoi problemi, dal suo egoismo.
Se le figure femminili in questo romanzo vengono affossate, son ritratti di donne che non ce la fanno (forse l’unica che ne esce positivamente è Maggie Jones), in Benedizione avevano dei tratti amorevoli, le vere figure che fuoriescono dalle pagine di questo romanzo sono i personaggi maschili: in primo luogo Guthrie che accudisce i suoi due figlioli nel miglior modo possibile, cercando di non fargli mancare nulla, ma soprattutto la bellezza che si rivela da questo romanzo è dato dai due fratelli Mcpheron, abituati a vivere nella solitudine, nel silenzio della campagna, nel rumore della natura e nel suono delle anime della fattoria, che decidono provvidenzialmente di prendersi cura della giovane Victoria, senza casa, senza metà, senza una ragione di vita (se non in quella piccola creatura che porta in grembo). Lo fanno in maniera ‘rude’, come è stato da sempre il loro modo e la loro abitudine, lo fanno in silenzio quasi per non oltraggiare quell’intimità femminile mai conosciuta, lo fanno comprando tutto ciò che serve a far crescere dignitosamente la creatura che arriverà.
Non si può non rimanere affascinati da un canto corale di questo personaggi che ci raccontano la vita, l’amore, l’imprevisto, elementi centrali di Canto della Pianura, ma d’altr’altra parte ripenso ancora a Dad Lewis e al suo disfarsi in maniera elegante, a Mary e Lorraine e al loro accudimento, e a Frank e al loro rapporto distante, senza cifre decimali, ma con cifre d’amore silenziose, alternate da incomprensioni e intensioni d’amorosi sensi che non ammettono linguaggio alcuno (ed è forse per quanto detto poc’anzi che l’ho preferito, ma siam comunque a livelli alti di scrittura).

«ll termine inglese Plainsong, che dà il titolo a questo romanzo, significa “canto piano” (forma di canto a cappella monodico – ossia privo di accompagnamento musicale ed eseguito all’unisono – diffuso nel Medioevo in ambito ecclesiastico; il Canto Gregoriano, per esempio, è un tipo di canto piano), oppure si può utilizzare per riferirsi a qualsiasi melodia o motivo musicale semplice e sobrio; nel contesto di questo romanzo, il termine evoca anche un terzo concetto, più un’immagine che un significato in senso stretto: “canto della pianura”».