LIBRI LETTI: GUERRIERI

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Il ladro di baci: Guerrieri ci introduce nella vita di Robert Doisneau, il fotografo dei baci. Baci di ogni tonalità. Baci rubati. Baci sperati. Baci subiti. Baci inscenati. Baci d’amore. Baci nati sotto il cielo di Parigi che fa da sfondo a tutto il racconto, la Parigi di Hugo, di Dumas, di Verlaine, di Rimbaud, di Steiner, di Joyce. E ricorda: «Amami, dice l’immagine con un soffio che ha il potere di sfamare. Amami, e qualcosa di non facile da capire ti sarà dato nella fame del secolo, nel domandare e ridomandare che cosa resti del giorno, quando tutto, anche il giorno, anche questo giorno, sta per chiudersi nell’irreversibile mai più».
Un marziano al mare: Siamo di fronte a Luigi Pirandello sulla spiaggia di Camaiore: «[…] l’uomo che vediamo chiuso dentro il rettangolo grigio non vuol rovesciare una logica, né intende disgregare il senso comune. Quest’uomo, in realtà, sta interpretando la propria morte. Si è ucciso pur restando vivo. Ha compiuto un suicidio platonico». La morte dell’anima. La morte che si accoda alla pazzia, la pazzia di essere dimenticato, la pazzia di cercare una gloria che a stenti gli riconoscerà la sua fama. Fama di penna sublime e di insaziabile Dongiovanni.
Il santo degli elettroshock: La pazzia. La mente geniale e complessa di Antonin Artaud, l’intimità di un proprio credo, ma allo stesso tempo sentirsene estraneo. La follia della psiche. I viaggi tra i manicomi. Tu «eri finito in un lager, signor Artaud. Non in quanto ebreo, ma come malato di mente».
E le tue confessioni, in particolare quella famosa lettera a Latrémolière: «L’elettroshock, signor Latrémolière, mi avvilisce, mi toglie la memoria, m’intorpidisce il pensiero e il cuore, fa di me un assente che si vede assente e che erra per settimane alla ricerca del suo essere, come un morto accanto a un vivo che non è più se stesso […] Ogni volta mi restituisce a quegli abominevoli sdoppiamenti di personalità di cui ho scritto nella corrispondenza con Rivière, ma che allora erano una conoscenza percettiva e non un tormento come sotto l’elettroshock. Provo molta amicizia per lei e lo sa, ma se non fa smettere immediatamente questi elettroshock non potrò custodirla nel mio cuore…».
Un malinconico Gesù: in questa istantanea l’autore ci propone il ritratto di James Joyce e il suo animo dannato, malinconico, a volte anche detestabile, che ha uno sguardo d’intesa con Sylvia Beach, la donna che andando contro tutti gli editori del mondo fu la prima che decise di pubblicare – in quanto proprietaria della Shakespare and Company – il romanzo più famoso di Joyce, l’Ulysses. La narrazione si mescola anche ai fervori del tempo, e alle amicizie/frequentazioni come Ezra Pound – suo mentore e mecenate – o Hemingway e Spender.
Ezra poundation: siamo in compagnia di Ezra Pound, quest’altra storia può essere direttamente collegata con la precedente in quanto si narra del fitto e solidale rapporto di mutuo soccorso che Pound decise di instaurare con J. Joyce, per più di dieci anni. Dieci anni di battaglie, di consigli, di gesta in segno di stima profonda per questo uomo, e per la sfortunata vicenda editoriale delle sue opere, arrivando a fargli assegnare il Royal Literary Fund, pari a 75 sterline. Ezra ribadisce ancora la stima profonda verso questo scrittore, arrivando a mettere in atto una vera e propria “guerra dei libri”, riserbandogli questi pensieri: «scrive quel tipo di prosa che vorrei scrivere io se fossi un prosatore». Precisando: «…scrive con una chiara durezza, accettando ogni cosa, definendo ogni cosa con nitidi contorni. Non è mai affettato. Scrive da europeo, non da provinciale». E ancora: «C’è la vita, là. Joyce guarda senza smarrimento».
Il diavolo a Hollywood: Chi è Louise Brooks? «Louise Brooks li invadeva, Louise Brooks sobillava il loro desiderio, Louise Brooks colmava il loro eros. Non era Lolita, poiché aveva passato i vent’anni, anche se da poco. Non possedeva la morbida perversione della bambina-donna, non incarnava l’impubere che sa accendere misteriosamente il sentimento maschio, ma spargeva intorno a sé la medesima folata di desiderio con cui, trent’anni dopo, la ninfetta di Nabokov avrebbe legato i sensi del povero Humbert Humbert». Louise Brooks e il cinema, Louise Brooks e la fuga dall’amore, Louise e i suoi trasferimenti fin ad arrivare ad Hollywood, la casa della sua condanna: «Quando, nel 1940, lasciai Hollywood per sempre, pensavo che fuggire da quel posto mi avrebbe automaticamente guarita da quel morbo pestilenziale a cui in genere si alludeva scherzosamente chiamandolo “sindrome di Hollywood” […] Nel 1943 mi trasferii a New York, dove mi resi conto che l’unica carriera ben retribuita che mi si offriva, in qualità di attrice fallita di trentasei anni, era quella della squillo. Cancellai il mio passato, rifiutai di vedere i pochi amici che mi legavano ancora al mondo del cinema, e cominciai ad affezionarmi a delle bottigliette piene di piccoli sonniferi gialli […] Nessuno sapeva capire perché io odiassi tanto quel terribile posto distruttivo che a tutti gli altri sembrava un paradiso meraviglioso. «Che ti succede, Louise? Tu hai tutto! Che cosa vuoi?» Per me tutto questo era come un sogno terribile che faccio – sono perduta tra i corridoi di un grande albergo e non riesco a trovare la mia stanza: la gente mi passa davanti come se non potesse vedermi né udirmi. Così dapprima fuggii da Hollywood e da allora sono sempre fuggita. E ora, a sessantanove anni, ho messo da parte la speranza di trovare me stessa. La mia vita è stata niente».
La profumiera di Venere: Guerrieri in questa istantanea ci racconta di Lina Cavalieri, la donna più bella del mondo, «Lina soffriva e cantava, cantava perché soffriva, cantava perché non si sentiva al suo posto».
Nella sua vita la Cavalieri ricevette 840 proposte di matrimonio, ebbe cinque mariti e un numero incalcolabile di amanti. Sette spasimanti si uccisero per lei. Idolo d’amore e soprattutto di desiderio, riceveva ogni mattina 1300 tra rose e orchidee. E Gabriele d’Annunzio, che a tutto resisteva tranne che al fascino femminile, nel settembre 1900 le donò una copia del Piacere con la dedica: «A Lina Cavalieri, alla massima testimonianza di Venere in terra, questo libro ove si esalta il Suo potere». E nel maggio 1902, inviandole un omaggio, scriveva: «A Lina Cavalieri – che ha saputo comporre con arte una insolita armonia tra la bellezza del suo corpo e la passione del suo canto – un poeta riconoscente».
Conobbe enorme e inaspettata fama inimicandosi anche molte colleghe dell’ambiente come la Bella Otero, che arrivò fino ad odiarla; il posto da diva nei teatri di tutto il mondo era il suo. Nessuno poteva competere. Arrivarono i cambiamenti, e con loro anche le prime stroncature – le prime architettate a tavolino da un amore rifiutato –, ma lei non si scoraggiò, anzi, questo forse fu il motivo che per tutta la vita le smosse dentro sempre un monito: raggiungere sempre i propri obiettivi. Ma Luisa era anche una donna imprevedibile, particolare, tantoché all’apice della sua carriera cambia rotta: «fuori ormai dalla mia attività preferita: il teatro, mi dedicai intieramente a questa nuova forma d’arte, che ritenni anche manifestazione pratica di altruismo. Fondai a Parigi, città sacra alla moda e alle infinite manifestazioni della femminilità, un Istituto di bellezza, presso i Campi Elisi. Ho sempre pensato che l’estetica sta alle possibilità di una donna, come la carrozzeria sta al successo di una marca automobilistica. […] Perché, dunque, non aiutare le mie compagne ad assicurarsi, nei limiti delle loro possibilità, la più possente arma di vittoria? Fu così che le macchine di massaggio e di ondulazione, le ciprie, le creme, i rossetti e le lozioni sostituirono, per circa dieci anni, le orchestre, le scene, le partiture, le parrucche e i costumi. I miei compagni di successo non si chiamarono più: musicisti, tenori, baritoni, bassi, ma: parrucchieri, massaggiatrici, manicure e pedicure. Il pubblico non applaudiva più il mio canto, ma le mie clienti uscivano radiose di felicità dai miei gabinetti di cura estetica».
Gregorio del Pilar: questa è la storia di Gregorio Fuentes Betancourt, il capitano di Hemingway, o meglio, come amava farsi chiamare lui: l’amico di Hemingway. La storia di un marinaio, di una vita votata al mare, all’avventura, allo scoprire gli abissi, non avendo paura di sfidarlo. E’ la storia di un giovane che si fa strada nella marineria, con le sue rughe, con la sua pazienza, con la sua abilità e arguzia. Questa è la storia de l’inizio del Vecchio e il Mare, di Pilar, e della conquista del mondo, un mondo che si è arenato quando l’ultima ruga del volto ha scoccato l’ultimo battito.
Le latrine papali: siamo in compagnia di Carlo Emilio Gadda, e tutto il racconto si caratterizza per l’indolenza dell’ingegnere – prima, poi impiegato della Rai democristiana, e successivamente scrittore –, nei confronti del lavoro, lavorare fintantoché gli bastava, né di più né di meno. Ci viene raccontato del suo lavoro al Vaticano: «Nel ’32 arrivai a Roma sempre per il mio lavoro d’ingegnere… A rigore, non dovrei neppur dire Roma… dovrei parlare dello Stato estero che si trova dentro Roma, il Vaticano, una superficie di zero virgola otto chilometri quadrati, un niente, ma un niente relativo, poiché niente al mondo mi è mai parso più pieno, più denso, più alacre, più industrioso di quel niente. Fui chiamato per costruire la centrale elettrica e termica dello Stato. In altre parole, fui chiamato per occuparmi della luce, dell’energia, dei termosifoni, delle latrine, dell’acqua e del gas. Se una latrina s’intoppava, ero io che dovevo correre, per evitare conseguenze spiacevoli. Sovrintendente dei cessi del papa… un Gadda poi…! Se penso che nel 1871 un altro Gadda era stato il primo prefetto di Roma capitale! Quando arrivai cercai subito il modo di ripartirmene. Non per la faccenda del cesso papale… che non mi procurava umiliazione, no, tutt’altro… ma per una malformazione della mia natura. Succedeva sempre così. Ogni lavoro che cominciavo lo consideravo a tempo… Ero deciso a lavorare quel tanto, o quel poco, che mi avrebbe consentito di metter da parte un discreto gruzzolo da investire nelle mie amate Edison, in modo da attendere tranquillo ai miei esperimenti letterari […]».
Stalag XII D: Cos’è la Stalag XII D? «Questo è un hangar dello Stalag XII D. In questo campo non lontano da Treviri, in Germania, il nazismo recludeva non soltanto i prigionieri di guerra, ma anche coloro che, nel delirio igienista del Führer e dei suoi gregari, erano considerati i bastardi del genere umano. Qui fu deportato nel 1940 Jean-Paul Sartre, e qui, proprio in questo camerone procurato da un caparbio prete cattolico, Sartre rappresentò da regista e interpretò da attore una delle opere più sconvolgenti e meno conosciute della sua produzione drammatica: una commedia religiosa».
Si racconta di Sartre e la sua crescita, del suo rapporto con il nonno (che gli farà da padre) e della figura della madre adorata, un’amica più che una mamma, fino al giorno dei ‘due ceffoni’. Si racconta di Sartre e del suo rapporto difficile con i compagni di scuola, delle sue domande esistenziali che smuovevano le sue sinapsi sin dalla tenera età, fino ad arrivare all’arruolamento per lui vissuto come una ‘rivelazione’, e al suo rapporto con Dio da sempre contrastato e negato per concludere con i primordi di quello che sarà poi l’Esistenzialismo.

Guerrieri con queste istantanee ha trovato la sua dimensione ottimale, riesce a dipingere in modo chiaro gli animi di diversi personaggi, senza stancare, anzi, si arriva alla fine di ogni racconto con la voglia di saperne di più, e questo è sicuramente un pregio. L’avevo già apprezzato in “La schiava di Picasso”, in cui si racconta la storia dell’artista poliedrico, sicuramente merita la lettura di altri suoi libri, spero presto di poter leggere “Curzio”, che è in lista lettura da immemore tempo.