LIBRI LETTI: GOLDKORN

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«Zia Chaitele era cugina di mio padre. Chaitele è il diminutivo di “Chaia”, vita in ebraico. Sapevo che durante la guerra si era nascosta in una foresta. Lei diceva proprio così, nella foresta, senza mai farne il nome. E non parlava di quello che aveva subìto.
Ho nutrito molte fantasie su questa storia segreta. Poi me l’ha raccontata mia sorella, che l’aveva saputa dalla mamma. E tra donne se l’erano tenuta per loro. Era inverno. Chaitele, assieme ai suoi compagni, ebrei, dovette fuggire in fretta dal nascondiglio. Aveva un bambino piccolissimo. Lo abbandonò nella neve.
Lei si salvò».
Così inizia Il bambino nella neve di Wlodek Goldkorn. Un diario di un figlio di sopravvissuti all’olocausto, che ci racconta del viaggio della sua famiglia in fuga dalla Polonia comunista e il suo ritorno, in vecchiaia, in quegli stessi luoghi, che lui definisce ‘cimiteri’.
Dell’antisemitismo in Polonia si sa poco, o forse nulla, questo libro ci parla di una storia che a molti è sconosciuta.
Il pregio fondamentale di questo libro è oltre al resoconto, sono le riflessioni che Wlodek inserisce all’interno di tutta la narrazione: «questo era il significato dell’opera compiuta dai nazisti: la cancellazione del ricordo e della memoria, come se gli ebrei, in Polonia, non ci fossero mai stati».
E ancora: «avrei dovuto comprenderlo allora: i miei genitori erano rimasti in Polonia finché avevano potuto, non per costruire il socialismo (questa era solo ideologia, una costruzione posticcia cui tuttavia credevano) ma perché volevano che la loro vita proseguisse nel paese del nulla, nel luogo delle tombe. L’unica vita che potesse assomigliare a una vita vera, l’unica forma di vita onesta e decente era in mezzo ai morti e ai fantasmi. La colpa di essere sopravvissuti andava espiata sul luogo. La fuga dalla Polonia sarebbe stata una fuga dalla realtà, un’evasione dalla meritata pena».
«Sono stato fortunato a crescere in una famiglia in cui il rancore, l’odio, l’idea della vendetta erano inconcepibili. Per questo il mio rapporto con la memoria, con l’indicibile, con l’inimmaginabile, è più sereno rispetto a quello di molti miei coetanei, a coloro che si definiscono “la seconda generazione”. Io cerco di comprendere, non cedo alla vendetta. Soprattutto penso che la memoria non serva a rivendicare i torti patiti, a chiudersi in un recinto della propria comunità. Penso che della memoria vada fatto un uso politico. Si dice che una volta si portavano nelle miniere i canarini, uccelli sensibili ai gas. I canarini avvertivano i minatori quando la catastrofe era imminente. Ecco, per me la memoria significa essere un canarino nella miniera, dare l’allarme quando sento l’acre odore del razzismo.
[…]
Per me la memoria della Shoah significa saper parlare e trasmettere agli altri il linguaggio della ribellione, della radicale contestazione delle verità del potere. Altrimenti quella memoria non esiste: si riduce a un esercizio di vuota retorica, un cerimoniale che non serve a niente; a un rituale ripetere “mai più” che non dice nulla a nessuno e niente può dire».
L’autore riporta anche riflessioni su tutti quegli uomini figli di ebrei: «si parla molto della “seconda generazione”, intendendo i figli dei superstiti, uomini e donne soprattutto tra i sessanta e i settant’anni che si riuniscono tra loro definendosi così. Ma diciamolo: in quella definizione c’è un piccolo abuso. Noi, la Shoah, per nostra immensa fortuna non l’abbiamo sperimentata. Non l’abbiamo toccata con mano. Non abbiamo patito la fame né provato la paura che ogni giorno si portava addosso chi doveva nascondersi per sopravvivere. Non siamo stati rinchiusi nei ghetti né siamo stati prigionieri dei lager. E allora, non ne risentiamo gli effetti ugualmente? Sì, li risentiamo: però non in quanto vittime, ma per la sensazione del vuoto. Quel vuoto è dovuto al fatto che ogni giorno dobbiamo confrontarci con l’assurdo: quello che è successo alle nostre famiglie è infatti inconcepibile per la mente umana. E allora quel vuoto viene riempito con una sostanza, un misto di emozioni e di razionalità che chiamiamo memoria. Salvo il fatto che la memoria è un’invenzione: la sua forma e il contenuto ognuno se li costruisce come vuole. Chi per preservare un narcisistico dolore e chi invece pensando che serva per scegliere. Per stare dalla parte degli umiliati, di coloro cui viene negata la dignità umana e che hanno sete di giustizia. La memoria non è né può essere condivisa da un’intera generazione, perché è uno strumento politico e una scelta esistenziale. Riguarda ognuno di noi, personalmente
In fondo Israele è nato perché dopo la Shoah c’erano in giro per l’Europa centinaia di migliaia di profughi ebrei. Li chiamavano “displaced persons”, persone fuori luogo. Erano uomini e donne che non potevano né volevano tornare in Polonia, Ucraina, Bielorussia, Lituania. Erano dei reduci, dei sopravvissuti: senza casa né futuro. L’Europa non li voleva e neanche l’America aveva pensato di aprire le porte a questa massa di derelitti e disperati. Sono stati quindi mandati in Palestina, a combattere per il nascente Stato degli ebrei: una rimozione gigantesca, mostruosa, perpetrata dall’Europa ai danni delle proprie vittime. Il buco nero, il nulla prodotto dalla cultura europea sotto la forma del nazismo e dello sterminio, è stato esportato in Medio Oriente».
Mi piace concludere questi pensieri con una citazione che è all’inizio del testo, una delle più significative: «esiste una bella parola ebraica, “Tikkun”, significa la riparazione del mondo. Ecco, io penso che dopo la Shoah non è possibile il Tikkun: il mondo rimane e rimarrà senza riparazione». Niente di più vero, ormai nessuna riparazione è più possibile!