LIBRI LETTI: GINZBURG – RC: OB. 11 – UN LIBRO DEL MESE (CLUB DI LETTURA)

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Lessico famigliare è forse l’opera più famosa di Natalia Ginzburg, che in questo suo libro autobiografico ci parla delle origini della sua famiglia, con uno stile particolare, anzi, direi unico nel genere: fatto di espressioni, parole, modi di dire cari a personaggi che Natalia ci presenta nel testo.
Natalia ci descrive con una buona caratterizzazione i personaggi che si sono avvicinati alla sua vita, come familiari, amici, parenti, personaggi della cultura del tempo.
Numerosi i riferimenti all’opera magistrale di Proust “La Recherche” (che ancora mi aspetta al varco), su cui la scrittrice pochi anni prima dell’uscita di questo romanzo stava lavorando alla traduzione italiana. L’influsso è inevitabile. Come quel descrivere le vicende familiari goccia per goccia (reminescenze proustiane di quanto avevo iniziato la lettura).
La bellezza di questo libro sta, almeno per me, soprattutto nel linguaggio, e nella sua rivitalizzazione, un parlato come detentore di un entroterra, di memoria, di storie racchiuse dietro un lemma, di esperienze che all’inizio appaiono vaghe, ma che poi la scrittrice decripta.

Natalia descrive molto bene le gesta del padre, Giuseppe Levi, ebreo, docente di anatomia comparata, che nel testo viene descritto come il classico ‘padre padrone’ del nucleo familiare, che fa il bello e il cattivo tempo con la sua famiglia. Autoritario, scorbutico, pignolo, tanto che impone alla famiglia docce fredde, o gite in montagne sfinenti, a dispetto della madre di Natalia, dolce, che nient’altro avrebbe desiderato che una villetta con giardino.

Ci troviamo negli anni ’30 a Torino, una città intellettuale che le farà incontrare Cesare Pavese, gli Olivetti, l’editore Einaudi, Eugenio Montale e tanti altri. Nel libro si parla anche di Mussolini e di leggi razziali, ma anche dell’incarcerazione del padre, il confino dei fratelli e l’uccisione del marito Leone da cui prenderà il cognome.

Oltre la bellezza e la radicalità con cui Natalia fa espressione nel libro dei termini cari alla sua terra di vita, quello che sorprende – forse di più – è la levità con cui descrive tutti gli avvenimenti, quasi ne avesse ormai distacco completo, quasi che non avessero coinvolto lei, e lei stesse facendo solo una telecronaca, ma invece no, Natalia va al di là di questo distacco, decide di non cambiare neanche i nomi, facendo restare nella narrazione quelli originali.

Nel libro indimenticabili sono queste bellissime espressioni:

«Negrigure» (atto o un gesto inappropriato), le «Babe» (le amiche), «Malegrazie» (sgarbi, gesti da villani), gli «Sbrodeghezzi» o «Potacci» (comportamenti ineducati a tavola o i quadri moderni), «Sempio» (stupido) o «Pipite» (pellicine).

«Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone.
Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, la testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo.
Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti più diversi della terra, quando uno di noi dirà ‒ Egregio signor Lippman ‒ e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte!”».