LIBRI LETTI: GALLEGO – RC: OB. 36 – UN ROMANZO DI UN AUTORE RUSSO

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«[…] La pallottola colpisce dove capita, la pallottola è stupida»

“Soltanto le inservienti, le njanecki, non dicevano bugie. Che parola russa straordinaria: njanecki. E’ una parola carezzevole. Ti torna subito in mente Puskin, «beviamoci su, njanja….» Donne di campagna come tante. Che non dicevano bugie. Qualche volta ci portavano persino i cioccolatini. Certi giorni erano cattive, altri buone, ma franche e sincere lo erano sempre. Spesso da quel che dicevano si capiva ciò che contava davvero, mentre era impossibile strappare una risposta chiara agli insegnanti. Loro, invece, ci davano un cioccolatino e dicevano: «Povera creatura che sei, non è meglio che muori, così smetti di tormentare te stesso e noi?» Oppure, quando portavano via un morto: «Oh, grazie a Dio questo ha smesso di soffrire, poverino»”.

Di chi parlano queste inservienti, queste njanecki? Parlano di uomini e di donne che vengono visti e sentiti dalla società come un peso, un peso da sopportare, da accudire, da cui non ci si aspetta molto se non un altro errore dettato dalla loro ‘storpiaggine’.
Questi sono gli uomini che sono spediti come dei pacchi in speciali orfanotrofi, rinchiusi lì, quasi a nasconderne l’esistenza, perché loro in fondo a che servono? Sono nati a metà, senza una gamba, senza un braccio, senza dita, o privi di qualsiasi facoltà intellettuale. Posso avere un posto nella società? Forse. O forse è solo utopia, in quei paesi, che non danno alcuna possibilità.

Questa è la storia di Rubén Gallego cerebroleso fin dalla nascita, nato in un ospedale dell’ex Unione Sovietica dalla figlia di Ignacio Gallego, segretario del Partito Comunista di Spagna in esilio, e da uno studente venezuelano.

Il libro si compone di scritti di Rubén sotto forma di diario attraverso un computer con un solo dito (la determinazione che è maestra di vita), e segna l’autobiografia dell’autore oltre che a scandire attimo per attimo ogni esperienza o meglio disavventura che Rubén affronterà.
La vita di questo triste fanciullo è segnata da orfanotrofi e cliniche psichiatriche, tra il tragicomico e il surreale, fino ad arrivare alla fuga, alla libertà (tanto cercata), per ritrovare quella madre molesta, quella madre matrigna, che l’aveva lasciato andare per volere del padre che lo riteneva nient’altro che un disonore, una fagotto inutile di cui occuparsi.
Questo libro è molto di più di un racconto di vita, è la storia di tanti uomini e tante donne che nel silenzio hanno vissuto e vivono una triste condizione immodificabile, per farti sentire piccoli, insignificanti, egoisti ogni santa volta che ci lamentiamo della nostra condizione o del nostro stato economico.

«Certi libri ti fanno cambiare il modo in cui vedi il mondo, dopo certi libri vorresti morire, oppure vivere diversamente. Se vuoi capire qualcosa, o chiedi a qualcuno, o chiedi a un libro. Anche i libri sono uomini. E come gli uomini, anche i libri ti possono aiutare; e come gli uomini, anche i libri mentono. Io non leggevo tanto per leggere, io volevo capire com’era fatto il mondo. Volevo sapere come stare al mondo. Lo chiedevo alle persone, ma loro non mi rispondevano. Cercavo risposte nei libri, ma anche loro erano sfuggenti. I libri raccontavano in dettaglio, in ogni dettaglio, come vivere se hai tutto. I personaggi dei libri soffrivano, e io ero allibito. Io, vivo e reale, non capivo quegli eroi libreschi, non ammettevo le loro sofferenze cartacee. Erano fasulli, come gli insegnanti a scuola. Gli insegnanti ci consigliavano di leggere, e io leggevo».

“Mai. Una parola tremenda. La più tremenda di tutte le parole usate dagli uomini. Mai. La si può paragonare solo alla parola «morte.» La morte è un grande «mai.» Un «mai» eterno, che spazza via ogni speranza e ogni possibilità. Non ci sono più «forse», né «chissà?» Mai. Io non salirò mai sull’Everest. Niente allenamenti, niente controlli medici, trasferimenti, alberghi. Non dovrò prendermela con il brutto tempo, i sentieri sdrucciolevoli e le sporgenze a strapiombo. Non ci saranno tappe intermedie né montagne grandi e piccole, non ci sarà nulla. Forse, con un po’ di fortuna, con un bel po’ di fortuna un giorno vedrò il Tibet. E con un gran bel po’ di fortuna mi porteranno in elicottero fino al primo campo base, fino al primo e ultimo «non si può.» Vedrò le montagne, gli scalatori folli che sfidano se stessi e la natura. Al rientro, se avranno avuto fortuna, loro, e non avranno subìto perdite, mi racconteranno felici e un po’ imbarazzati che cosa c’era là, oltre il confine del mio «mai.» Saranno gentili con me, lo so, perché sono pazzo quanto loro. Sarà bellissimo. Solo che io non raggiungerò mai una cima. Come non scenderò mai in batiscafo nella Fossa delle Marianne. Non vedrò quant’è bello laggiù, in fondo al mare. Mi resteranno solo le riprese, prova documentale della tenacia e del coraggio di qualcuno. Non mi porteranno nemmeno nello spazio. Non che abbia tutta questa voglia di vomitare per le vertigini, galleggiando dentro una scatoletta di metallo. Tutt’altro, ma è un peccato. C’è qualcuno che vola, lassù, sopra la mia testa, ma io non posso. Non potrò mai attraversare il Canale della Manica a nuoto o l’Oceano Atlantico in zattera. I cammelli del Sahara e i pinguini dell’Antartico dovranno fare a meno di me. Non potrò uscire in mare su di un peschereccio, e non vedrò una balena che nuota, placida, e consapevole di essere più unica che rara. Il pesce mi arriverà direttamente a casa, perfetto, sbuzzato e pronto all’uso. Scatolame, sempre scatolame. Tocco il joystick della mia carrozzella elettrica e mi avvicino al tavolo. Afferro con i denti una cannuccia di plastica e la infilo nel bicchiere. E vada per lo scatolame. Bevo lentamente del vino rosso: sole in scatola dalla lontana Argentina. Premo il pulsante per accendere il televisore, poi quello dell’audio. Su uno dei canali trasmettono in diretta una festa di giovani. Le sagome sullo schermo sembrano felici, cantano e ballano. La telecamera stringe in primo piano. Sono sicuro che anche questo ragazzo con i tatuaggi e l’orecchino, stia cercando di sfuggire al suo «mai.» Ma non per questo mi sento meglio”.