LIBRI LETTI: ERNAUX

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Sinossi: Come accade che il tempo che abbiamo vissuto diviene la nostra vita? È questo il nodo affrontato da Gli anni, romanzo autobiografico e al contempo cronaca collettiva del nostro mondo dal dopoguerra a oggi, nodo sciolto in un canto indissolubile attraverso la magistrale fusione della voce individuale con il coro della Storia. Annie Ernaux convoca la Liberazione, l’Algeria, la maternità, de Gaulle, il ’68, l’emancipazione femminile, Mitterrand; e ancora l’avanzata della merce, le tentazioni del conformismo, l’avvento di internet, l’undici settembre, la riscoperta del desiderio. Scandita dalla descrizione di fotografie e pranzi dei giorni di festa, questa «autobiografia impersonale» immerge anche la nostra esistenza nel flusso di un’inedita pratica della memoria che, spronata da una lingua tersa e affilatissima, riesce nel prodigio di «salvare» la storia di generazioni coniugando vita e morte nella luce abbagliante della bellezza del mondo.

Autobiografia atipica, che trova il suo senso in un semplice obiettivo: rileggere la propria vita, i propri mutamenti, le proprie evoluzioni all’interno di circostanze storiche e sociali che l’hanno condizionata, hanno prodotto ciò che è Annie oggi.

Si racconta un arco temporale di cinquant’anni, attraverso una narrazione partecipata con l’uso del noi, che permette all’autrice una stessa distanza da se stessa, e di coinvolgere il lettore, a volte direi faticosamente, in quanto risulta abbastanza ripetitiva nei ripercorrere il vissuto di come eravamo nel trascorrere quegli anni; però tra pagine noiose, si leggono anche bei concetti.

Non so, onestamente se consigliarlo, anche perché anche il finale mi è sembrato non troppo adeguato, come se l’autrice cercasse di trovare delle conclusioni (possibili? Non credo!).

Non mi è dispiaciuto, ma credevo e speravo in una lettura più avvincente. Per chi ama gli avvenimenti squisitamente francesi potrebbe interessare e – ovvio – se ha curiosità anche di conoscere di più la scrittrice.

«Non sa che cosa stia cercando in quegli inventari, forse, a furia di accumulare ricordi di oggetti, vuole ridiventare ciò che era stata. Vorrebbe unificare la molteplicità di quelle immagini di sé, separate, non accordate tra loro, tramite il filo di un racconto, quello della sua esistenza, dalla nascita durante la Seconda guerra mondiale fino a oggi. L’esistenza di un singolo individuo, dunque, ma allo stesso tempo fusa nel movimento di una generazione. All’atto di cominciare incappa sempre negli stessi problemi: in che modo rappresentare sia il fluire del tempo storico, il cambiamento delle cose, delle idee, dei costumi, sia l’intimità di quella donna, come far coincidere l’affresco di quarantacinque anni e la ricerca di un io fuori dalla Storia, quello dei momenti sospesi su cui scriveva poesie a vent’anni».

«Le donne costituivano più che mai un gruppo sorvegliato, i cui comportamenti, gusti e desideri erano oggetto di una discussione costante, di un’attenzione al contempo inquieta e trionfale. Si riteneva che avessero «ottenuto tutto», che «fossero dappertutto» e che «a scuola avessero maggior successo dei ragazzi». Come al solito i segni della loro emancipazione erano ricercati nel loro corpo, nella loro audacia sentimentale e sessuale. […] Il femminismo era una vecchia ideologia vendicativa e senza ironia, non se ne sentiva più il bisogno e le ragazze ne parlavano con condiscendenza, senza dubitare un istante della propria forza e di un’uguaglianza considerata acquisita.»