LIBRI LETTI: ERNAUX

Standard

thumbs.php

Sinossi: La storia di un uomo – prima contadino, poi operaio, infine gestore di un bar-drogheria in una città della provincia normanna – raccontata con precisione chirurgica, senza compatimenti né miserabilismi, dalla figlia scrittrice.
La storia di una donna che si affranca con dolorosa tenerezza dalle proprie origini e scrive dei suoi genitori alla ricerca di un ormai impossibile linguaggio comune.
Una scrittura tesissima, priva di cedimenti, di una raffinata semplicità capace di rendere ogni singola parola affilata come un coltello.

Libro dell’autrice che ho apprezzato di più, abbiamo sempre una voce narrante, che nient’altro è che la scrittrice, che ci racconta della sua vita, della sua storia, del suo percorso.
Ci racconta del suo crescere e del formarsi con quella precarietà che gli è tipica, del raggiungimento all’insegnamento in una scuola di Lione, dopo l’esame di abilitazione, e la successiva morte del padre, descritta negli attimi e nella sua cronologia in maniera soave, leggera, quasi come se la Ernaux volesse prendere le stesse distanze dal lutto personale e disvelarsi al lettore: «da poco so che il romanzo è impossibile. Per riferire di una vita sottomessa alla necessità non ho il diritto di prendere il partito dell’arte, né di provare a far qualcosa di “appassionante” o “commovente”. Metterò assieme le parole, i gesti, i gusti di mio padre, i fatti di rilievo della sua vita, tutti i segni possibili di un’esistenza che ho condiviso anch’io. Nessuna poesia del ricordo, nessuna gongolante derisione. La scrittura piatta mi viene naturale, la stessa che utilizzavo un tempo scrivendo ai miei per dare notizie essenziali».
Racconta attraverso digressioni la vita della sua famiglia, l’operato del padre con i suoi elementi negativi, quella sua analfabetizzazione e i suoi conseguenti comportamenti burberi, l’incontro con la madre in fabbrica, dei mutamenti sociali e delle visioni miopi, della non accettazione di una padre di una carriera accademica o dello scrivere libri…, per un uomo che ha passato la vita in fabbrica tutto ciò non può avere senso, non può essere giusto e accettabile. Attraverso questo ripercorrere se stessa la scrittrice rinsalda le proprie radici, e ci presenta una famiglia comune, come tante altre, e “Il posto” viene ad essere una dedica a quel padre scomparso, ma più in generale alla sua famiglia, simbolo e risultato di ciò che è adesso e attraverso cui ha potuto creare sé stessa.

«Scrivo lentamente. Sforzandomi di far emergere la trama significativa di una vita da un insieme di fatti e di scelte, ho l’impressione di perdere, strada facendo, lo specifico profilo della figura di mio padre. L’ossatura tende a prendere il posto di tutto il resto, l’idea a correre da sola. Se al contrario lascio scivolare le immagini del ricordo, lo rivedo com’era, la sua risata. E la sua andatura, mi conduce per mano alla fiera e le giostre mi terrorizzano, tutti i segni di una condizione condivisa con altri mi diventano indifferenti. Ogni volta, mi strappo via dalla trappola dell’individuale […]».