LIBRI LETTI: DOSTOEVSKIJ

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Libro oltremodo complesso, che – credo – avrei abbandonato se non fosse che lo stavo leggendo in una lettura condivisa a tappe con il mio Club di Lettura. Un Dostoevskij che tra i suoi libri risulta meno scorrevole e che si focalizza molto sull’introspettività dell’animo umano, in cui ogni personaggio mostra il peggio di sé, dando sfogo ai propri Demoni interiori, le proprie brutture, i propri mostri che fagocitano di venir fuori e prendersi la loro rivalsa, ma il Dosto ci dà ampia immagine di tutti i personaggi anche in altre sfaccettature della personalità (non lascia nulla al caso, anzi), oltre che affondare pagine e pagine sull’aspetto intimo di una propria religiosità, di un proprio credo, di un proprio io, coscienza, ego, o anima (come la chiamerà Dostoevskij) che in noi è sempre viva, anche quando spesso è rinnegata, involuta.
Un romanzo faticoso, che però ci regala pagine di immenso splendore e caratura, vale la lettura solo per la parte del testo che ho deciso di riportare (per il resto delle pagine ci vuole tanta fermezza del lettore allenato, e incallito):

Da la Parte II capitolo VII

«Sapete» cominciò quasi minacciosamente piegandosi in avanti sulla sedia, con lo sguardo scintillante e con l’indice della mano destra alzato davanti a sé (evidentemente senza accorgersene neanche lui), «sapete qual è oggi in tutta la terra l’unico popolo “portatore di Dio”, quello che verrà a rinnovare e a salvare il mondo con il nome di un nuovo Dio, l’unico a cui sono state date le chiavi della vita e della nuova parola… Sapete qual è questo popolo e quale è il suo nome?»

«Nessun popolo» cominciò, come leggendo riga per riga e nello stesso tempo continuando a guardare minacciosamente Stavrogin, «nessun popolo fino ad ora si è organizzato secondo i principi della scienza e della ragione; non c’è mai stato un simile esempio, se non per un attimo e per stoltezza. Il socialismo, per la sua stessa essenza, deve essere ateismo, poiché ha proclamato, sin dalla prima riga, di essere un’istituzione atea e che ha intenzione di organizzarsi secondo i principi della scienza e della ragione esclusivamente. La ragione e la scienza hanno sempre adempiuto, ora e fin dal principio dei secoli, una funzione unicamente secondaria e ausiliaria e così sarà fino alla fine dei secoli. I popoli si formano e si muovono con un’altra forza che comanda e domina, ma la cui origine è sconosciuta e inesplicabile. Questa forza è la forza del desiderio inestinguibile di raggiungere la fine e allo stesso tempo negarla. È la forza della continua e incessante affermazione della propria esistenza e della negazione della morte, lo spirito della vita, come dice la Scrittura, “i fiumi di acqua viva” del cui inaridimento tanto minaccia l’Apocalisse. Principio estetico come dicono i filosofi, principio morale, secondo la loro stessa identificazione. “La ricerca di Dio”, come la chiamo io più semplicemente. Lo scopo di tutto il movimento popolare, in ogni popolo e in ogni periodo della sua esistenza, è unicamente la ricerca di Dio, del suo Dio, assolutamente proprio, e la fede in lui come nell’unico vero. Dio è la personalità sintetica di tutto un popolo, dalla sua origine alla sua fine. Non è ancora mai accaduto che tutti i popoli o molti di questi avessero un Dio comune, ma sempre ognuno ne ha avuto uno in particolare. È un segno della distruzione della nazionalità quando gli dèi cominciano a diventare comuni. Quando gli dèi diventano comuni, allora muoiono gli dèi e muore la fede in loro, insieme ai popoli stessi. Quanto più forte è un popolo, tanto più particolare è il suo Dio. Non c’è ancora mai stato un popolo senza religione, cioè senza concetto del bene e del male. Ogni popolo ha il suo proprio concetto del bene e del male, e il suo proprio bene e male. Quando molti popoli cominciano ad avere in comune il concetto del bene e del male, i popoli si estinguono, e allora la stessa distinzione fra il bene e il male comincia a scomparire. Mai la ragione è stata in grado di definire il bene e il male e nemmeno di distinguere il bene e il male, sia pure approssimativamente; al contrario, li ha sempre confusi in modo vergognoso e meschino, e la scienza ha offerto soltanto soluzioni brutali. In questo si è segnalata particolarmente la semiscienza, il più terribile flagello dell’umanità, peggio della peste, della fame e della guerra, ignoto fino al nostro secolo. La semiscienza è un despota come fino ad oggi non ve ne sono mai stati. Un despota che ha i suoi sacerdoti e i suoi schiavi, un despota, dinanzi al quale tutti si sono inchinati con amore e con una superstizione fino ad ora inconcepibile, dinanzi al quale la stessa scienza trema e gli indulge vergognosamente. Sono tutte vostre parole, Stavrogin, ad eccezione delle parole sulla semiscienza; queste sono mie, perché io stesso non sono la semiscienza, e quindi la odio in particolar modo. Delle vostre idee e delle vostre parole non ho cambiato nulla, nemmeno una sillaba.» «Non credo che non abbiate cambiato nulla» osservò cautamente Stavrogin, «voi le avete accolte con ardore e con ardore le avete alterate, senza accorgervene. Per il solo fatto che abbassate Dio a un semplice attributo della nazionalità…»
All’improvviso cominciò a seguire Šatov con intensa e particolare attenzione, e non tanto le sue parole quanto lui stesso. «Io abbasso Dio a un attributo della nazionalità?» gridò Šatov. «Al contrario, innalzo il popolo a Dio. Ed è forse mai stato in altro modo? Il popolo è il corpo di Dio. Ogni popolo è popolo solo finché ha un suo Dio particolare, ed esclude tutti gli altri dèi del mondo senza alcuna conciliazione, finché crede che con il suo Dio vincerà e scaccerà dal mondo tutti gli altri dèi. Così hanno creduto tutti fin dal principio dei secoli, tutti i grandi popoli almeno, tutti quelli che in qualche modo si sono distinti, tutti quelli che sono stati a capo dell’umanità. Non si può andare contro i fatti. Gli ebrei vivevano soltanto per aspettare il vero Dio ed hanno lasciato al mondo il vero Dio. I greci divinizzavano la natura e hanno legato al mondo la propria religione, cioè la filosofia e l’arte. Roma ha divinizzato il popolo nello stato e ha legato ai popoli lo stato. La Francia durante tutta la sua lunga storia non è stata che l’incarnazione e lo sviluppo del Dio romano, e se alla fine ha gettato nell’abisso il suo Dio romano e si è data all’ateismo, che là ora chiamano socialismo, è unicamente per il fatto che l’ateismo è pur sempre più sano del cattolicesimo romano. Se un grande popolo non crede che la verità sia in lui solo (proprio in lui solo, ed esclusivamente in lui), se non crede di essere l’unico capace e designato a risuscitare e a salvare tutti con la sua verità, smette immediatamente di essere un grande popolo e si trasforma immediatamente in materiale etnografico e non è più un grande popolo. Un vero grande popolo non può mai rassegnarsi a una parte di secondo ordine nell’umanità e nemmeno a una parte di prim’ordine, ma vuole unicamente ed esclusivamente la parte di protagonista. Chi perde questa fede non è più un popolo. Ma la verità è una sola e quindi un solo popolo può avere il vero Dio, anche se gli altri popoli hanno i loro dèi particolari e grandi. L’unico popolo “portatore di Dio” è il popolo russo […]».