LIBRI LETTI: CLINE

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le ragazze

«[…] nei racconti c’era una somiglianza che ci faceva sentire tutti vittime dello stesso complotto […] stavo cominciando a riempire tutti gli spazi vuoti dentro di me con le certezze del ranch»

Proclamato come l’esordio dell’anno della scrittrice Emma Cline di origine Californiana, che l’ha scritto a soli 24 anni.
Mi sento di poter essere d’accordo con l’idea di un esordio memorabile – non so se dell’anno o meno – ma di certo memorabile, che non si fa scordare, che ti rimane impresso nella mente, ti fa entrare nel vortice dell’adolescenza.
Emma Cline lo sa bene, e conosce bene tutti gli stigmi che la crescita porta con sé, e tra le pagine ne dà una prova superba, oltre che originale.
Protagonista è Evie Boyd, una ragazzina in piena tensione adolescenziale, appena quindici anni, e tutto il mondo davanti, tutti i problemi davanti, tutta l’inadeguatezza che si cova dentro per ogni minima cosa.
La piccola Evie è sola, è lasciata sola nella durezza della crescita, dell’esplorazione di sé, e del mondo che la circonda; figlia di una madre che pensa solo ai suoi problemi, spinta da un egoismo affettivo che pare ritrovare in un nuovo compagno, non accorgendosi in alcun modo dei cambiamenti della figlia, dei mutamenti interiori quanto esteriori. Evie una piccola bambola di porcellana che fa i conti col mondo, ma non ha ancora imparato tutte le operazioni.
Per non parlare del padre, ormai lontano dalla sua esistenza, che si è rifatto una vita con una donna – o meglio con una ragazza – più giovane di lui, e sembra ormai che una figlia non l’abbia più, o pare ricordarsene solo quando son presenti grosse incombenze.
Evie è sola, fai conti con la solitudine della adolescenza e col giudizio che ci si sente addosso ogni secondo, comincia a riflettere sulla sua condizione, sul suo stato di donna in mutamento: «mi ci volle un attimo per elaborare quest’idea che i genitori non avessero il diritto. Di colpo mi sembrò clamorosamente vera. Non ero di proprietà di mia madre solo perché era stata lei a mettermi al mondo. Non mi poteva mandare in collegio solo perché le girava così. Forse quello era un tipo di vita migliore, anche se mi sembrava alieno. Far parte di quel gruppo amorfo, convincersi che l’amore poteva venire da ogni direzione. Così da non restare delusi se non ne veniva abbastanza dalla direzione sperata».
Evie per porre rimedio a queste mancanze, a questi buchi neri che la stanno divorando interiormente si affida – quasi per caso – ad un gruppo di ragazzi, pare sembra una setta con rigide regole di accoglienza e di approvazione, un gruppo di ragazzi che sente finalmente la guarda, si accorge di lei. Evie esiste. Evie è umana. Evie non è sola.
Dall’ingresso in questo gruppo di ragazzi, nel ranch, comincia la parabola discendente di Evie, una mucca smunta dalla forza di ragazzi che sono cresciuti prima di lei, cresciuti secondo le proprie regole, regole non codificate, e qui fa esperienza, esperienza di strada: conosce il proprio corpo e la propria sessualità, conosce cos’è il fumo e la cocaina, ma conosce anche cos’è l’affetto e come funzionano i battiti del cuore.
«[…] Dopo la festa del solstizio ero stata al ranch solo altre due volte, ma avevo già cominciato a introiettare certi modi di vedere il mondo, certe abitudini mentali. La società era zeppa di gente inquadrata, ci diceva Russell, gente paralizzata nelle grinfie degli interessi del capitale, persone docili come scimpanzé da laboratorio intontiti. Noi al ranch, invece, vivevamo su un piano totalmente diverso, lottando contro quel meschino schiamazzare, quindi che importava se bisognava fare fessi gli inquadrati per raggiungere traguardi più grandi, mondi più grandi? Se ci si svincolava da quel vecchio contratto, ci diceva Russell, se si rifiutavano tutte le insensate tattiche di terrore delle lezioni di educazione civica, dei messali e dell’ufficio del preside, si capiva che non esistevano il bene e il male. Le sue equazioni permissive riducevano questi concetti a vuote reliquie, come medaglie di un regime che non era più al potere».
Dentro al ranch Evie si annulla, e in tutto ciò la madre non si accorge di nulla, pur presentando imbarazzanti cambiamenti la madre pare accogliere tutto con normalità, e credere alle millemila bugie che Evie le riserba.
Evie impara a conoscere anche la propria identità, le proprie pulsioni amorose:
«Nessuno mi aveva mai guardata davvero prima di Suzanne, perciò da un certo momento in poi era stata lei a definirmi. Mi ammorbidivo cosí facilmente sotto il suo sguardo che anche le sue fotografie sembravano mirate a me, accese di un significato particolare. Era diverso da Russell, il modo di guardarmi di Suzanne, perché il suo sguardo conteneva anche quello di lui: e faceva sembrare più piccolo lui, e chiunque altro. Eravamo state con gli uomini, gli avevamo lasciato fare quello che volevano. Ma non avrebbero mai conosciuto le parti di noi che gli tenevamo nascoste: non ne avrebbero mai sentito la mancanza e non avrebbero neppure capito che c’era qualcos’altro da cercare».
Emma Cline disegna bene quando sia difficile convivere con la propria crescita, con il proprio senso di inadeguatezza, con la propria solitudine, con chi per paura di farti del male si eclissa completamente e paradossalmente ti fa ancora più male, ti dà il colpo di grazia:
Certo che le ragazze non scapparono dal ranch: c’è un sacco di roba che si può sopportare. A nove anni mi ero rotta il polso cadendo da un’altalena. Il terrificante schiocco, il dolore accecante. Ma anche in quel momento, anche con il polso che mi si gonfiava di un anello di sangue intrappolato, insistevo a dire che stavo bene, che non era niente, e i miei mi credettero fino al momento in cui il dottore gli fece vedere la radiografia, le ossa spezzate di netto».
Evie sembra star bene, e il mondo fuori pare continuare il suo compiersi, ma in realtà dentro di sé tutto ormai è rotto e in piccoli pezzi, come quando fu lasciata sola per un semplice sussulto del cuore in una strada completamente abbandonata, sembrava uno stupido scherzo, e invece…ora, ricomporre i pezzi forse non è più possibile, le cicatrici restano e rappresentano la donna che è diventata sotto braccia di genitori che non sono stati.

«– Comunque, – disse Julian, illuminandosi in volto. – Ho sempre pensato che sia stata una cosa bellissima. Malata ma bellissima, – disse. – Una forma di espressione perversa, ma sempre una forma di espressione, non so se mi spiego. Un impulso artistico. Per creare bisogna distruggere, come dicono gli indú eccetera eccetera»

«[…] sapevo che il semplice fatto di essere una ragazza a questo mondo ti riduceva la capacità di credere in te stessa. I sentimenti sembravano qualcosa di totalmente inaffidabile, come balbettii sconnessi ricavati da una tavoletta per le sedute spiritiche. Da piccola, andare a farmi visitare dal medico di famiglia era stressante proprio per questo motivo. Mi faceva domande delicate: come mi sentivo? Come avrei descritto il dolore? Era più acuto o più diffuso? Io lo guardavo con disperazione. Avevo bisogno che mi dicesse lui qualcosa, era quello il senso dell’andare dal dottore. Fare un esame, passare dentro una macchina che mi setacciasse gli organi interni con raggi di precisione e mi dicesse qual era la verità».