LIBRI LETTI: CACUCCI

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«Tina è il rosso del vino, così prezioso da lasciarlo posare con delicatezza perché diventi ancor più prezioso»

Tina Modotti, all’anagrafe Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, è stata una fotografa, attivista e attrice italiana. Cacucci in questa monografica c’è la restituisce senza celebrazioni o infingimenti, perché Pino racconta, racconta il farsi di questa donna, il suo diventare compagna, sorella, nemica, rivoluzionaria. Tina con la sua forza e la sua determinazione, Tina maestosa, nobile ed esaltante come ebbe a dire il suo Weston – con cui affronterà una turbolenta storia d’amore –. La Tina amica di Diego Rivera e Frida Kalho, la Tina amica degli scrittori Juan de la Cabada, di Anita Brenner, del pittore Charlot, del fotografo Manuel Alvarez Bravo, dei fratelli Lupe Marin (prima moglie di Rivera) e di Federico Marin, oltre che a Josè Vasconcelos e altre personalità del tempo.
La Tina che dovette affrontare pesanti accuse dai giornali scandalistici del tempo, ed ebbe con mano ferma, vista l’ammirazione che aveva costruito attorno a sé la difesa di Diego:

«Alcuni nudi fotografici rinvenuti nella casa della signora Modotti sono stati usati da un vostro editorialista come spunto per qualificare la suddetta signora e Julio Antonio Mella con epiteti che sono per me un insulto alla memoria di un morto, e rivolti ad una donna che non è attualmente in condizioni di difendersi.
Per di più, questo attacco inaudito rappresenta un precedente gravissimo per il libero esercizio professionale di tutti i lavoratori del campo artistico, dalla scultura e pittura fino alla danza e il teatro. E’ assurdo qualificare come immorale un nudo, poiché si dovrebbe così condannare almeno il cinquanta per centro delle più belle opere artistiche del mondo intero.
Le fotografie che mostrano Tina Modotti nuda sono opera del maestro Edward Weston, riconosciuto come uno dei più grandi artisti nel suo campo. La signora Modotti ha posato per lui in qualità di modella professionista. In quanto alla foto di Julio Antonio Mella, risale a vari anni fa, quando si era iscritto al circolo atletico rematori di L’Avana. Mella è stato uno dei migliori rematori sportivi di quella città, e nella foto compare nudo, sulla porta di ingresso di una doccia, perché il regolamento lo prescriveva ai fini dell’iscrizione.
Tina Modotti ha posato anche per me, e se avete bisogno di un’altra sua immagine senza vestiti, andate a fotografare il mio mural all’Università di Chapingo!».

Lei con passione non si risparmiò nessuna battaglia politica, anzi, visse in funzione di esse, perché la sua vita tra politica e arte, attraverso il filtro della fotografia era rivoluzione sociale, sovvertimento, voce potente in un mondo di muti.
Lei che portò la sua voce dall’Italia al Messico, per arrivare agli Stati Uniti, la Spagna in preda alla guerra civile, la Russia Staliniana, la Francia e Germania nazista. Lei che visse gli amori con tanta intensità, la stessa che presto glieli portò via, lei che giocava con la macchina, e faceva della macchina una prova, un ostacolo per superare sé stessa, ma mai prendendosi troppo sul serio, lei che nel suo ricordo ci ha lasciato parole vive, intense, che non si possono dimenticare, soprattutto per chi vede la fotografia come un’arte, un’arte per catturare la realtà, per esorcizzarla, un po’ come la scrittura, e alle volte anche meglio:

«Ogni volta che si usano le parole “arte” o “artista” in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impegno che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e nient’altro. Se le mie fotografie si differenziano da quelle generalmente prodotte, si deve al fatto che io cerco di realizzare non dell’arte, ma soltanto buone fotografie, senza ricorrere a manipolazioni o artefizi di sorta, mentre la maggior parte dei fotografi continua a cercare “effetti artistici” o imita gli strumenti che appartengono all’espressione grafica. Da ciò risulta un prodotto ibrido, che non distingue l’opera nella caratteristica più significativa che le compete: la qualità fotografica.
In questi ultimi anni si è molto discusso se la fotografia possa essere o meno considerata opera artistica e degna di misurarsi con le arti plastiche. Naturalmente le divergenze sussistono tra coloro che la ritengono un mezzo di espressione al parti degli altri, e i miopi che guardano a questo Ventesimo secolo con gli occhi del Diciassettesimo, incapaci di recepire gli aspetti della nostra civiltà tecnologica. Ma a noi, che usiamo la macchina fotografica come puro attrezzo del mestiere, esattamente come il pittore usa i suoi pennelli, non interessano le opinioni contrarie, perché godiamo dell’approvazione di quanti riconosco alla fotografia molteplici funzioni, e la riconosco come il mezzo più eloquente e diretto per fissare e registrare l’epoca attuale. Pertanto non è indispensabile sapere se la fotografia è o non è un’arte, quel che conta è distinguere tra buona e cattiva fotografia. Buona è quella che accetta i limiti della tecnica fotografica e utilizza ogni possibilità e caratteristica che lo strumento offre. Cattiva è quella fotografia realizzata con una sorta di complesso di inferiorità, non riconoscendo il giusto valore alla specificità della fotografi, e ricorrendo invece a ogni genere di imitazioni. Le opere ottenute in questo modo danno l’impressione che l’autore abbia quasi vergogna di fotografare la realtà, cercando di occultare l’essenza fotografica dell’opera, sovrapponendo trucchi e falsificazioni che può apprezzare soltanto chi è pervaso da un gusto deviato.
La fotografia, proiettata solo sul presente e fondandosi su quanto esiste oggettivamente di fronte alla macchina, si afferma come il mezzo più incisivo per registrare la vita reale in ogni sua manifestazione. Da qui il valore documentario, e se a ciò si aggiunge la sensibilità e l’accettazione dell’argomento trattato, ma soprattutto una chiara idea del posto occupato nell’evolversi della storia, ritengo che il risultato sia degno di un proprio ruolo nella rivoluzione sociale».