LIBRI LETTI: BUSI – RC: OB. 34 – UN LIBRO CHE AVEVI INTERROTTO

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Seminario sulla gioventù è il romanzo d’esordio dello scrittore Aldo Busi, il romanzo è pubblicato dall’editore Adelphi nel 1984 e vince il Premio Mondello Opera Prima.

Così si legge dal risvolto di copertina: Un romanzo che è la storia di un’autoeducazione selvaggia, attraverso una folta sequenza di avventure, incontri, fagocitazioni, seduzioni e soprattutto fughe, perché la vocazione del protagonista è quella di evadere da ogni esperienza che tenda a chiudersi su se stessa. E ogni fuga lascia in dono al lettore un personaggio, una storia, avvolti da quella dolorosità peculiare della gioventù, del primo urto di una pelle impreparata, che qui si scopre in tutta la sua irreale acutezza.
Di questo libro iniziale di Busi possiamo dire oggi che offre uno dei rari esempi di lucentezza che non si offusca con il tempo. E si accende ora di nuovi riflessi in questa nuova stesura «interamente riscritta, e interamente per davvero», nonché sigillata, come da una sorta di epilogo, dall’inesorabile Seminario sulla vecchiaia. Questa, fra tutte le versioni, comprese le numerose mai pubblicate, è «la più a puntino e definitiva», sono ancora parole di Busi, «ultima, forse estrema e forse no, autenticazione in divenire della vita in Letteratura».

Celebre è l’incipit, ormai memorabile, che per me racchiude anche tutta la genealogia del testo (articolato, difficile, borghese, artificioso, con il sentimento forse di allontanare il lettore per dirgli quasi: ‘Tu non puoi arrivare a tanto, lievemente sbeffeggiandolo”, sentimento poi contrario alle pubblicazioni moderne degli autori contemporanei che scrivono o dovrebbero scrivere per coinvolgere il lettore, renderlo partecipe):

«Che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Niente, neppure una reminiscenza. Il peggio, una volta sperimentato, si riduce col tempo ad un risolino di stupore, stupore di essercela presa per così poco, e anch’io ho creduto fatale quanto poi si è rivelato letale solo per la noia che mi viene a pensarci. A pezzi o interi non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato».

Il tutto inizia a Montichiari, dove il protagonista Barbino fa esperienza del mondo attraverso l’osservazione. Tra i lavori di campagna, le diversità di cui si accorge troppo presto con i fratelli, l’operosità della madre (di cui pensa sempre di provocare dolore) e le scaramucce del padre. E ancora la frequentazioni con le donne, e la scoperta del sesso (prepotente, sovrastante, un fagotto sulle spalle) che porterà all’esasperazione il suo lato femminile.
Divenuto consapevole che Montichiari non è la sua realtà, la realtà che lo rappresenta e può dargli ciò che cerca, viaggia tra Milano, Parigi, Londra, sviluppando in sé un percorso di educazione indotta, che lo porta a superare quei dettami e convenzioni sociali che l’avevano formato nell’atto della nascita e della normificazione sociale, riuscendo ad essere veramente indipendente da ogni radice che lo lega all’origine.
Questo distacco però lascia un sottile filo rosso che permette a Barbino di ritornare lo stesso con ciclicità nella sua Montichiari.
Tra Parigi e Londra scopre la perversione (per pura voglia di esplorare, di capire la vita), e stabilitosi a Milano conosce Eugenio Montale, e anche qui intreccia rapporti omosessuali di vario tipo e forma a volte violenti, a volte dettati da una pura bramosia di denaro.
Questo suo atteggiamento da uomo fatto e costruito gli vale l’ammirazione delle donne del tempo che lo considerano un uomo brutale, passionale, un «lupo mannaro».

Un libro che da molti lettore e critica è definito autobiografico, ma che l’autore Busi, nella nuova riedizione con una postazione curata da lui stesso tiene a precisare che nulla c’è di autobiografico. Se sia autobiografico o meno poco importa, certo è che elementi specchio ravvisabili nella sua vita odierna ci sono; del testo al lettore rimane l’ampollosità della forma, della scrittura (come di solito ci ha abituati Busi anche nei suoi libri successivi), ma non solo, il lettore si arricchisce anche di un’esperienza di crescita, di vita, di superamento di ogni tipo di barriera: sociale, familiare, politica, avendone poi a fine romanzo a distanza di anni solo: «[…] le reminescenze contraffatte, delle fiabe apocrife».

P.s. ammetto, ad onor del vero che alcune pagine le ho saltate perché non ce la facevo proprio, ma per fortuna anche questo è un diritto del lettore, come direbbe Pennac.

P. p. s. è un libro che avevo provato a leggere svariati anni fa, ma che avevo abbandonato (forse perché ancora non ero pronto, ma ora son felice di averlo portato a termine, pur saltando qualche pagina).