LIBRI LETTI: AILHAUD

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Un libro sorprendente, per il contesto italiano potremmo dire anche futuristico. Sull’amore, sull’istinto e l’importanza della procreazione, della forza del seme e dell’uomo e della difesa della Costituzione

«[…] Parliamo in una vicinanza dei nostri corpi che mi fa vibrare. Mi insedio in quell’involucro che fa maturare il frutto acerbo che sono. Una sera, mentre il sole sta per sparire all’orizzonte, il frutto abbandona il ramo. Mi appoggio dolcemente contro il petto di Jean che impiega un bel po’ di tempo – cos’ mi sembra – prima di richiudere le braccia su di me. Tremiamo un lungo istante per il desiderio che ci invade.
Il nostro primo incontro fisico durerà molte ore. Fino al mattino mi accarezzerà e mi amerà mille volte prima di lasciarmi palpitante e stupefatta.
All’inizio mi trattengo dall’affondare i denti in quell’uomo che aspetto da tanto tempo, da sempre credo. Conosco la mia fame ma non so cosa bisogna fare. Non so come deve essere una donna la prima volta che incontra la pelle dell’uomo. Eppure conosco le cose dell’amore: ne abbiamo parlato spesso tra donne. Ma ignoro i segreti del primo giorno, di come nasce l’incontro di due corpi. Ogni donna conserva in sé quel segreto che non rivela ma che le altre donne indovinano perché è quella nascita che condiziona la loro vita di donne nella relazione con l’uomo.
Aspetto e lascio innanzitutto che sia Jean a guidare questa prima danza. Dico a me stessa che lui deve sapere e che sta all’uomo agire. Ma questo è un semplice bagliore in me. Quando stringiamo le gambe, io stringo, per impedire loro di staccarsi: la violenza contenuta, il desiderio, l’attesa del piacere, tutta questa forza del vivere bloccata da due anni dietro la diga che ha tagliato il corso della mia vita. Fin dalla mia infanzia di bambina mi ero lanciata verso questa vita di donna che sognavo a immagine della felicità di mia madre. Mi sentivo un fiume placido il cui scorrere era stato interrotto e che cercava ora di riprendere, nella collera, il suo corso.
Fuori, a due passi dal paese, esplode un tuono violento. Nello stesso istante in cui il cielo si rompe per liberare la pioggia che aspettiamo da mesi, la mia diga cede e dentro di me tutto si apre. Mi getto sul mio Jean, forte di quella certezza della vita che abbiamo noi donne, che ci fa camminare con passo deciso e superare qualunque barriera. Afferro, mordo, colpisco, non so più dove sono, scompaio. La forza, la profondità di quel piacere è così inattesa che per un attimo penso che sto per morire o per impazzire. Lui si ritrae spaventato, credendo di avermi fatto male. Lo riporto a me per andare fino in fondo a un viaggio che mi lascia spossata. La notte scorre così, piena di pioggia, della fame dei nostri corpi, dei grandi momenti di tenerezza, e di carezze. E’ la vita che penetra la terra e il mio corpo. Scopro il meraviglioso utensile che sono le sue mani d’uomo su di me. Ne apprezzo la forza e la debolezza la violenza e la capacità di amore. Mentre l’alba rischiara il cielo e la pioggia si placa, non riesco quasi più a parlare. Ho male alla gola per aver tanto gridato. Gli confesso però che quelle mie grida sono di grida. Lui mi dice che quando scoppia a ridere è per liberare il suo piacere e non per prendermi in giro. Parliamo, e quello scambio di parole non ci abbandonerà mai più».

Violette Ailhaud è nata nel 1835 ed è morta nel 1925 a Saule-Mort, nell’Alta Provenza. Nel suo testamento c’era anche una busta , che non poteva essere aperta dal notaio prima dell’estate del 1952. Dopo l’apertura, la consegna indicava che il suo contenuto, un manoscritto, dovesse essere affidato al maggiore dei discendenti di Violette, tassativamente di sesso femminile, in un’età compresa tra i quindici e i trent’anni. Yvelyne, ventiquattro anni, si è così ritrovata in possesso di questo testo nel luglio del 1952.