LIBRI: HAYGOOD, ROTH

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image_book (1)Nel 2008, alla vigilia delle elezioni che avrebbero portato Barack Obama alla Casa Bianca, Wil Haygood pensò di celebrare quel momento grazie a un testimone privilegiato, qualcuno che avesse vissuto in prima persona gli ultimi cinquant’anni di storia americana. Si mise così sulle tracce di Eugene Allen, il maggiordomo che aveva lavorato alla Casa Bianca dal 1952 al 1986. Dopo decine e decine di telefonate e lunghe ricerche, finalmente il giornalista ottenne l’indirizzo di Allen. Era ancora vivo. Aveva quasi novant’anni e viveva con la moglie Helene in un modesto e decoroso quartiere di Washington. Haygood ebbe quindi modo di intervistare Allen, il maggiordomo che conosceva la vita privata di ben otto presidenti degli Stati Uniti, da Harry Truman a Ronald Reagan. In seguito il giornalista scrisse in proposito un lungo articolo sul “Washington Post” che ebbe enorme risonanza. Così è nato il libro “The Butler”, che racconta la vita di Eugene Allen e svela tutti i segreti che le mura della Casa Bianca hanno protetto per decenni. Una storia che sembra una lunga accozzaglia di avvenimenti, un personaggio che così risulta banale, tutto sullo sfondo delle principali vittorie emancipatorie dei neri d’America: dalla resistenza passiva di Martin Luther King al Black Power, passando per il Civil Right Act promossa da Kennedy. Non so, la figura di questo uomo maggiordomo è solo marginalmente tratteggiata. Non lo consiglierei, e forse è il caso di dire che era meglio che restava solo un lungo articolo di giornale, e non un libro collage con notizie qui e là.

 

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Patrimonio, una storia vera, tocca la corda delle emozioni con la forza di sempre. Lo sguardo di Philip Roth si posa sul padre ottantaseienne che, famoso per il suo vigore, il fascino, il repertorio di ricordi connessi a Newark, lotta contro un tumore al cervello destinato a ucciderlo. Il figlio, colmo d’amore, ansia e paura, accompagna il padre attraverso ogni fase del suo spaventoso viaggio finale, e nel processo mette in luce la determinazione a sopravvivere che ha caratterizzato la lunga e testarda relazione di Hermann Roth con la vita. Un compito assai arduo si pone questo romanzo, raccontarci la figura di  Hermann – padre di Philip – nella sua lenta decadenza, nel suo vociferare silenzioso, nelle sue lunghe pause, per approdare nella perpetuità della quiete, la morte. La morte che non è solo quella del cuore, ma è la morte di un amore cesellato di attenzione, quelle banali, e forse insignificanti, ma che in certi momenti trovano tutto il loro profondo senso. Un rapporto che si invertirà, se prima il padre era un uomo risoluto, determinato, e con un carattere forte dopo subirà l’angheria molesta della malattia, e Philip cercherà di occuparsi al meglio di ogni suo bisogno, venendo a configurarsi come una madre per lui. Commovente su più punti, e quel ‘devo lasciarti andare’ è frutto di una consapevolezza che alla morte non si scappa neanche con l’inganno, e che nonostante tutto un Patrimonio ora e sempre resterà nella sua memoria, anche se ormai tumuli di cenere sembra essere l’unica tangibilità – falsamente -.