LIBRI LETTI: SIGNORELLI

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Siamo di fronte alla storia di Afrodite e la sua incontrovertibile bellezza e di Efesto e della sua poca avvenenza, di un colpo di scena, e di un amore cercato, ma non per questo desiderato.
Siamo di fronte ad Ercole e le sue stramberie, con i suoi pensieri e le metamorfosi, con i suoi pesci rossi e mari di incomprensione, se non con un misero farmaco altisonante: Risperidone.
Siamo di fronte alla storia di un’amicizia, ma anche di un aiuto psicologico che si rivelerà fatale tra Francesca e l’irresistibile Narciso: «posso aiutare quel ragazzo bello come un angelo e infelice di vivere. Proprio io che non riesco neanche ad aiutare me stessa. Solo io lo posso aiutare in questo momento».
Siamo di fronte alla storia di Elena e Menelao di un caffè atteso, di una baruffa, e dell’inaspettato condito da elementi surreali e grotteschi con cui si dovrà fare i conti.
Siamo di fronte alla storia di Cristina, Mario e Daniela di schermaglie personali e di accidentali eventi lavorativi, del piano di simmetria tra privato e pubblico, tra quel che si vorrebbe per gli altri e quello che forse non si vuol vedere/scoprire di sé.
Siamo di fronte alla storia di Mida, di sua moglie, dei figli e dell’arrivo sempre più intenso dei migranti; di come la famiglia si relaziona e di come la struttura sociale stia evolvendo.
Siamo di fronte alla storia di Penelope e Ulisse, di un ritorno immaginato, sperato; di una distanza, del tempo ritrovato, atteso, dilatato, ma anche della menzogna, ma poi: «finirà che tornerai. Ti aspetto per l’ultimo viaggio e saremo come struzzi che si contano le rughe del collo e ridono. Perché si ride quando si è finito di piangere».
Siamo di fronte alla storia di Megera, Sergio ed Ada, di un intreccio familiare 3.0 tinto di qualche elemento surreale – come piace all’autrice – che evolverà nell’esigenza di una propria intimità.
Siamo di fronte alla storia di Anna e dei suoi tulipani, o meglio della ricerca minuziosa dei tulipani perfetti, non gialli o con sfumature di colore diverse, ma rossi, di tonalità non troppo viva, ma anche della sua incertezza, della mani che tremano di un rimorso per un gesto mancato.
Siamo di fronte a Persefone e alla mamma – in pieno stile british – e di quell’arte millenaria che è la degustazione del tè, ma siamo anche di fronte all’incomprensione, all’Inferno e il Paradiso che può generare la distanza.
Siamo di fronte all’amore di Arianna e Teseo, del romantico Teseo che delicatamente si lascia cullare dai ricordi per poi venir svegliato dalla realtà, da ciò che l’amore ti getta indosso anche quando non ti aspetti. Non ci si può far niente, l’amore è anche questo, negazione di un attimo che si vorrebbe rimanesse eterno, e invece poi ti trovi confuso, non riconosci la via d’uscita, perdi l’orientamento, tutto sembra una finestra sulla perdizione.
Siamo di fronte alla storia di una casa di riposo, Villa Serena, di Gino, di Gemma, e di Luciana amorevole assistente degli anziani che si diverte a punzecchiare e rivitalizzare i sogni strambi e stonati di anime che aspettano il passaggio dal qui e ora all’altrove.
Il ciclo delle storie si chiude con il vaso di Pandora, da dove tutto nacque e da dove tutti i mali – e eufemisticamente – anche le storie son venute fuori. Storie che richiamo tutti un riferimento al mondo della mitologia, con contaminazione moderne e hi-tech che l’autrice ha saputo ben gestire, oltre allo stile spesso canzonatorio che non stanca e distende tutta la narrazione.
Se volete entrare e conoscere il vaso di Pandora macchiato di tinte mitologiche ma anche fortemente moderne il libro di Stefania Signorelli può a fare al caso vostro, perché se Afrodite bacia tutti, di certo tutti non sono all’altezza di poter baciare Afrodite.

Note sull’autrice: Stefania Signorelli, classe 1973, è una maestra.Dopo aver conseguito i titoli in “Operatore dei servizi bibliotecari”, “Scienze dell’educazione”, e “Scienze della Formazione primaria” è uscita dal tunnel della saggistica e ne è lieta.

LIBRI LETTI: GNOMO TWINS

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«Amore tenero, forte di nulla, solo determinato a non sfiorire»

E’ la storia di una Vienna algida, fredda, che se ne sta per conto suo con i suoi dettami, i suoi principi invalicabili, il rigore morale e le convenzioni del tempo.
E’ la storia di un fervore artistico, di un sommovimento creativo che animava tanti artisti, è il tempo dei curatori d’arte e dei quadri su commissione; c’è la scoperta sulla tela, l’indugio, lo svolazzare lento delle setole che disegnano geometrie, vissuti, possibilità.
E’ la storia di Thomas Shieller allievo del grande Klimt (anche se in verità, come nelle migliori narrazioni ciò è frutto della pura fantasia dell’autrice) e di sua moglie Edith, del loro scoprirsi, viversi, arrancare e sopravvivere all’interno di una società sempre più altospendente e non sempre l’ispirazione era amica dell’artista per riuscire a fargli vendere le proprie opere.
E’ la storia del ritratto, dei colori, delle sfumature, della fotografia umana che rimane impressa sulla tela, si congela, come il corpo di Edith statuario e sensuale che fa impazzire lo strambo – e anche meschino – Heinrich che farebbe di tutto per mettere le mani su quel corpo.
Ma oltre a tutti questi elementi, l’autrice ci descrive in ogni minimo dettaglio (soprattutto dal lato del vissuto interiore, ma anche fisico) una storia d’amore dannata, precoce, incerta, che si muove come un balletto lento, fa le sue capriole per poi tornare al punto di partenza. Un passo avanti e poi di nuovo l’inizio. Un affondo e poi di nuovo difesa. Uno sguardo e poi di nuovo timore. Le pulsioni del corpo e poi il sentirsi sbagliato, diverso.
E’ la storia dello stesso artista Shieller e il giovane e ingenuo Wilhelm, che accetterà di posare per lui…per Thomas il ragazzo rappresenta la perfezione, l’ideale del suo tipo di ritrattistica, senza difetti, senza sbavature, anzi, forse eccessivo, perturbante. Una perturbazione che provoca dolore, tanto mentale quanto fisico. Può un amore essere foriero di felicità e anche dolore? I due uomini rappresentano questa forma, la forma dell’amore che si scopre timidamente, quasi per caso, per gioco, tra una posa e l’altra, una fantasia e un tentativo di spingersi più in la. Al di la delle regole.
I due si vivranno intensamente – spesso di nascosto –, ma anche fugacemente, lontano da occhi indiscreti; l’emozioni non hanno barriere o campane di vetro, l’ovatta posta alla base del sentimento fuoriesce e tutto ciò che di te vuoi che rimanga privato diviene di pubblico domino, e per il tempo ciò era impensabile, andava fermato. Non poteva essere concesso.
Ma le distanze corporali, non abbattono i sentimenti, quelli veri. A distanza di svariato tempo le geometrie ritrovano la loro originale forza, il loro volume, tra un misto di rassegnazione e incredulità. Ma in fondo l’amore è questo: soggiacere nelle braccia dell’altro senza sapere ciò che il futuro possa decretare, perchè l’amore è istinto e si svincola da logiche di appartenenza, del concetto di mio e tuo.
E alla fine della danza, la musica si spegne, i corpi si ritrovano di nuovo a scoprirsi, a volersi, a invadere ogni centimetro quadrato dell’altro, ed è solo amore, amore ritrovato nella sventura del tempo. Di un tempo andato distante da un sentimento nuovo, e come tale poco comprensibile.
Federica Gnomo Twins torna a regalarci belle emozioni, con un tratteggio lieve, ma mai banale, gioca con la tela e si diverte a tessere e comandare le vite di questi personaggi, ricordando la bellezza dell’autenticità in un tempo sbagliato.

«[…] A un tratto mi blocca e mi fa risalire verso il suo viso. Mi bacia e sente il suo sapore. Per qualche secondo ci guardiamo negli occhi, comprendiamo che stiamo valicando il confine dell’imperdonabile errore. Eppure l’amore ci guida e non c’è giudizio umano che ci possa fermare, mentre il divino sguardo mettiamo a tacere nell’anima tormentata. Perdonami, Wilhelm…sussurro prima di baciarlo di nuovo. “Perdonami tu, che nessuno ci potrà mai perdonare,” penso […]».

LIBRI LETTI: DISTEFANO

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Questa è la quarta di copertina: “C’è una storia d’amore importante, durata un anno e osteggiata da tutti, il primo grande amore e la sua fine. Perché Antonio è nero e per i genitori di lei il ragazzo sbagliato. E poi c’è la famiglia di Antonio, gli amici, la scuola e altri attimi del cuore. Ci sono incontri, amori, momenti che fanno crescere, istanti indimenticabili. “Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?” è la vita di un ragazzo raccontata di getto, inseguendo le emozioni, passando da un’immagine all’altra. Pagine cariche di sentimento, frasi che colpiscono il cuore e destinate a essere scritte e riscritte. Un racconto fatto di momenti singoli, come singole canzoni, che insieme fanno la playlist di una vita”.
Come sono venuto a conoscenza del libro e dell’autore Antonio Dikele Distefano?
Un libro dal titolo suggestivo “Fuori piove dentro pure, passo a prenderti?”, che però non ha di certo soddisfatto le mie aspettative – non che erano altissime, visto che già immaginavo fosse la solita ragazzata –,. Un libro che non può essere definito tale, forse meglio dire un diario intimo che l’autore scrive – aiutato da degli intermezzi musicali – per presentare agli altri la sua esperienza. Ciò che apprezzo di questo ragazzo è la voglia di mettersi in gioco, e di raccontarsi senza problemi, e a suo modo ci riesce.
Ho scoperto l’autore, e poi il libro il libro grazie ad una serie di video su YouTube che l’autore ha pubblicato, e che hanno avuto un enorme consenso mediatico. Ho preferito di più i video che il libro, che altro non è che l’unificazione di tutti questi pensieri. Forse il canale visivo e vocale in questo caso ha avuto la meglio per immediatezza e empaticità rispetto alla parola scritta. La parola parlata vince sulla parola scritta.
Consigliato per un pubblico giovane, e sei si ha voglia di assorbire esperienze altrui, di vita, ma anche di stupidi preconcetti.

Voglio lasciarvi con i link degli episodi della serie che mi avevano piacevolmente colpito:

Fuori piove, dentro pure “Mi mancherai” Episodio 1:
https://www.youtube.com/watch?v=ND2c36s2Fuw

Fuori piove, dentro pure “Ius Soli” Episodio 2: https://www.youtube.com/watch?v=0qbkgkH9IMo

Fuori piove, dentro pure ” Tutto passa” Episodio 3:
https://www.youtube.com/watch?v=eYOGqZcUM18

Fuori piove dentro pure “Camminavamo tantissimo” Episodio 4:
https://www.youtube.com/watch?v=lQXBCpjRrxY

Fuori piove dentro pure “Tra dieci giorni” Episodio 6: https://www.youtube.com/watch?v=jNaj5u-6BuE

Fuori piove dentro pure ” Per nessuna ragione al mondo” episodio 7:
https://www.youtube.com/watch?v=rxvxNKN5cWo

P.s. l’episodio 5 non sono riuscito a trovarlo nel canale YouTube dell’autore, forse è stato rimosso volontariamente.

LIBRI LETTI: REGINA PRADETTO TONON

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Oggi voglio parlarvi di un libro dedicato, che è la prima raccolta omogenea di vari componimenti poetici della cara Regina Pradetto Tonon.
Incominciano con il presentarla attraverso alcuni suoi versi: «Amaro è il pensiero/d’un angelo/che nel sole/s’è visto bruciare le ali./Amare le labbra/di un amore che nel buio/ha saputo/morire solo».
Già da questi primi versi si denota lo spessore generazionale, la maturità, e la descrizione di un amore che in corsa è sfuggito, ha perso il suo ossigeno vitale.
«Aree sconnesse./Cortei di poveri amanti/dispersi fra foglie cadute./Polvere di luci in notti eterne/dove la fame riaffiora/fra ostentati sospiri d’amore./[…] Non chiedi dov’è, che fa,/se l’han visto./Sai che non sempre/rilascia il mittente./Sai che non sempre/mormora/i sogni che fa».
E ancora di nuovo torna il tremolante sentimento, quasi intimorito, che si è privato della vitalità amorosa, che non sa più chi è e nemmeno quando.
«[…] Il cielo si rischiara/e arrivi tu./[…] Rinnego il sonno ancora una volta/aspettando/[…]. Nasce il sole dietro i vetri./Nasce il giorno nel cuore/dalle labbra che bacio./Ora».
I versi di Regina tra un amore amorfo e un amore sperato, decantano anche l’attesa, quell’attesa che aumenta il desiderio, che all’arrivo diviene certezza, riscolora, trova una sua regolarità, tra le cianfrusaglie della vita.
«Canzoni davanti al fuoco del camino/fra caldarroste e grigliate./Amori, amicizie confuse/in fraterne ambizioni e speranze/che insieme auspicavamo./Al Mulinetto della Croda/abbiamo lasciato i nostri vent’anni/in un caffè alpino, un coro a più voci/e tanta, tanta voglia di esistere».
I versi si rimescolano al passato, ai ricordi, alle speranze che erano, e alla realtà che è. Tutto ciò che abbiamo lasciato, e poteva essere, lì in quell’angolo di mondo, con una tremenda voglia di vivere e forse di viversi.
«Ho smesso di credere/[…]. Persuasioni radicate/dal tempo/che annientano/dubbi sofferti./Pensieri oscurati/nei forse./L’indefinito primeggia/perché/il nostro domani/viene dopo l’infinito».
Senza più certezza alcuna sembra che la poetessa Tonon si spoglia da ogni suo orpello, sovrastruttura, abito di circostanza per presentarsi al lettore senza maschere, senza protezioni, ponendoci attraverso il verso breve e coinciso – caratteristico del suo poetare, nonché, intriso di una semplicità soave –, una domanda, un’esortazione: il nostro domani, che si ascrive tra tutto ciò che può essere fatto – limite della possibilità – e tutto ciò che l’umano, in quanto essere pensante può fare, procreare, progettare, costruire – illimitatezza delle possibilità, e quindi infinito –.
La vita oscilla tra questi due parametri, che nella complessità delle cose ho cercato di spiegare, forse vanamente.
Perché se è vero che il verso della poetessa richiama spesso alla semplicità, dietro ogni parola, concetto, c’è un mondo: quel mondo navigato, da cui il lettore può trarne esperienza, vita vissuta, amarezza, ma anche voglia di non arrendersi. E in tutto ciò provare a crescere, crescere dell’esperienza altrui, del messaggio imbevuto nelle parole; ed è questo che tutti i libri devono aspirare a fare, e Regina nel suo piccolo toccando le sue esperienze di vita ha cercato di regalarci. Grazie.

LIBRI LETTI: DELLA POSTA

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Quest’oggi vi voglio parlare di un libro che in sé esprime la piena maturità del poeta Fernando della Posta, prima di iniziare a parlavi di lui, voglio presentarlo con alcuni dei suoi versi di una poesia che da il titolo a questo libro: «Gli aloni del vapore d’inverno/che anima le bocche degli amanti […]e ogni fiato si rimescola nel bacio/della vita che si agita nel mondo/difesa o tocco e di rimando/che sia di morso o lingua a lingua».
Già da questi primi versi si può notare quanta è la passione del poeta, e quando sia lucido il suo indagare, che passa dall’esterno per arrivare ad interrogarsi esso stesso, interiormente, come in questi versi: «L’io poeta che mi porto sulla schiena/come una granata già brillata,/graffia come un’unghia sulla guancia […]».
Un’io poetico struggente, che sembra attraverso gli occhi delle parole voler trovare una direzione, la sua direzione, senza però trovare l’esatto percorso. E ancora con lo stesso phatos racconta: «Ogni giorno scamparla la mano di Dio/a redimere tutte le colpe/con un unico taglio netto/guardando la vita che schianta e se ne va […]».
Il poeta si interroga sui moti della condizione umana, su i suoi processi, sugli impercettibili meccanismi che la regolano, e resta a galla, perché indagare a volte significa costruire anche sensi, dare un senso: «Quei tiranti che ci tengono attaccati/alla vita mentre dormiamo/e quei sostegni che ci impediscono di cadere/mantengono l’equilibrio/delle palpebre che nel sonno non si sciolgono/nel sogno immobile […]».
E ancora pensieri, su pensieri, questa volta volti all’incedere della poesia, che in sé porta una duplice veste: sazia, e non sembra mai abbastanza, si dilunga e par sembrar non aver detto nulla, anzi aver aggiunto nulla di nuovo. Par, ma non è così.
«A volte la poesia/pare non mi basti./L’idea si fa più ampia,/si fa discorso, divaga/aggiunge aneddoti,/dilaga […]».
E poi ritratti fatti con l’inchiostro, con la lingua tremante di un poeta all’artista, che in questo caso si chiama Frida: «Avevi le ciglia del nero dello scandalo/e d’un tratto scioglievi dal seno il cuore,/le vene degli arti fino al ventre e il mare./Il banano dalle lunghe palme,/il macaco dalle guance rosse e il riso forte,/come gli occhi fissi, sempre fissi/neri e sempre fissi, sull’anima del toro […]».
Ma nella poetica di Della Posta c’è molto e tanto altro, che non posso raccontarvi per intero, c’è amore e struggimento, c’è origine e territorio inesplorato, c’è libertà, e fedeltà alle tradizioni, c’è inquietudine, c’è politica, e ancora cultura, elementi storici, richiami alla letteratura, e tanto altro sicuro avrò dimenticato o forse mantengo per me.
Per concludere, l’elemento fondante dei versi di questo mio conterraneo è l’indagine – come ripetuto più volte nel corso di questo scritto –, ed è proprio da qui che in un modo o nell’altro per ogni percorso d’arte inizia il proprio cammino, un cammino di crescita, di riflessione, un cammino che se percepito con i giusti filtri aiuta a trovare tante risposte, ma anche a farsi tante altre domande. Perché nel dubbio è racchiusa la vera bellezza, come nella Poesia che si veste di provvisorietà. Mi piace concludere con dei versi che aprono questo libro: forse l’Eden/è solo un’invenzione degli umani:/alcuni partono altri restano lontani/ma, ad entrambi i tipi/molti soffi di paura, l’animo scolora./Per ogni preda che cade/c’è un gabbiano che vola. Ecco, impariamo a volare, ognuno attraverso la propria forma d’Arte: che sia Poesia, Pittura, o Danza, – solo per dirne alcune –, impariamo a pretendere da noi, ciò che abbiamo dentro.

LIBRI LETTI: DEFFENU

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Questo romanzo è vincitore del premio IOSCRITTORE 2011 di GeMS, esce in cartaceo per Farnesi Editore con il titolo “Domani sarà un giorno perfetto”, è figlio di una penna sarda, che suole fare chiamarsi col nome di Carlo Deffenu, che è al suo esordio.
In questo romanzo la lettera D ha un peso enorme, fondamentale, è l’ascrizione e allo stesso tempo la condanna di tre esistenze, che vivono per inerzia, quasi come se è una cosa che debba essere fatta a tutti i costi, quasi se si fosse firmato un patto alla nascita e niente può essere lasciato decadere.
Questi tre esseri vivono, o meglio sopravvivono alla vita, ognuno con i propri dolori, con i propri soffocamenti interiori, con i propri malanni e le proprie manie.
C’è chi cerca di fermare l’incedere del tempo cercando di catturare porzioni d’esistenza, fotogrammi sgangherati, flash casuali, messaggi da regalare ,con la propria macchina fotografica.
Pure e semplici immagini in affitto, delle derive dell’anima scritte e scattate con un proprio codice che dire personale è poca cosa; qui siamo di fronte all’insensatezza che diventa giovane e acquista un senso solo sotto gli occhi di un giovane, un amico distante che è vicino grazie a questo rapporto.
Lui porta sulle sue spalle un’altra d, con tutto il suo carico di afflizioni, problemi, negatività, e solo grazie a questo rapporto virtuale si sente protetto dalle grinfie del mondo. La paura di una vita maligna, di un dialogo forzato, dalla mancanza di altre consonanti magari salvifiche lo portano ad essere diffidente, a perdere la cognizione della quotidianità, a rinchiudersi in se stesso.
Infine, con passo felpato ma ancor di più sommerso dalle brutture della vita, – che come nel romanzo vediamo non si scelgono, ma ti capitano e basta –, c’è un’altra d, una lady che sin dai primi momenti si fa notare per le sue stranezze, i suoi capricci, le sue richieste all’apparenza assurde.
Tre rapporti invischiati nelle ombre buie della vita, con i propri demoni, con le proprie paure, con le proprie ansie, con i singoli pensieri invadenti:
«Denis avrebbe voluto liberarsi di quel peso opprimente e parlare con qualcuno del suo disagio, del suo male, della sua bestia indomabile, ma non poteva farlo senza sentirsi profondamente fuori posto».
[…]
«[…] Tirando un lungo respiro comincia a guardarsi intorno per capire se quello che pensa di aver visto è solo frutto della sua fervida immaginazione.
Chi sei? chiede a voce bassa.
A risponderle è solo il silenzio.
[…]
Guardando la parete di fronte allo specchio si rende conto che il buio è così spesso e impenetrabile da aver inghiottito le porte che conducono allo studio e alla camera dei genitori. Per quanto tenti di intuire le forme nascoste oltre la patina di buio, non scorge nient’altro che una compatta macchia scura.
Murmur si agita tra le braccia e inizia a soffiare con il pelo dritto sulla schiena, le orecchie abbassate contro la testa e la coda rigida come un bastone.
Danette cerca di calmarlo grattandogli la base del collo. Avvertendo i muscoli contrarsi sotto la pelliccia, decide di raggiungere rapidamente le scale. Si volta per muovere il primo passo e uno strattone improvviso le impedisce di concludere il movimento […]».
Ognuno coccola e alimenta il suo male, forse inconsapevolmente, fino a perdere essi stessi le proprie ali, come quelle mosche nel barattolo, oppressi dall’esistenza hanno eretto un muro incrollabile, senza fine. Perché in fondo ai bambini nessuno ci ha imparato a prenderli troppo sul serio, ingiustamente.
Lo stile è preciso e ricco di descrizioni, non c’è nulla da difettare nello scrivere dell’autore se non nella marginalizzazione di qualche personaggio – ma come è ovvio, succede in ogni romanzo di porre il focus solo su determinati personaggi e tralasciarne alcuni –.
Un romanzo particolare, – anche nell’evoluzioni di certe situazioni – che si muove tra il filo della realtà e il filo della fantasia – quindi anche certe evoluzioni acquistano un senso –, che si discosta dai soliti romanzi, che accomuna tre destini che meritano di essere letti e commentati.
Quindi lettori non lasciatevi spaventare da un inizio nebuloso, tutto prenderà forma, anche il buio che dipinge la vita di questi tre cavalieri.

LIBRI LETTI: DELICATO

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 Pic6Roma sud. Cinque personaggi. Gli angoli più polverosi del mondo, eppure ancora così convinti di poter servire a qualcosa. Personaggi disperati alla ricerca di una risposta, topi ciechi allo sbando nel labirinto di una Roma animale dove le vite si scontrano violentemente, forse per caso, forse per destino o forse per volontà divina.
Una storia vissuta, sentita, diretta, senza filtri, sconsigliata per chi ama le mezze misure, e per chi è debole di stomaco; ricorda nell’approccio un po’ Bukowski un po’ quelle pagine dolorose, ma profondamente vere di De Catalgo, in quel ‘Romanzo criminale’ che lo celebrò come romanziere. Una storia da retrocopertina, per fare esperienza della Capitale sotto altri occhi..se lucidi o condizionati però dovrà deciderlo solo il lettore.

LIBRI LETTI: MENZINGER

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 image_book Ho faticato non poco a leggere questo libro. Ma non per la storia in sé, che risulta anche godibile, anche se non rientra nei miei generi preferiti.  Il colombo divergente fa parte del genere ucronico, o meglio allostorico, una particolare sottospecie del romanzo storico, in cui si immagina che un determinato evento storico non sia accaduto come ci narrano gli storici, ma in modo completamente diverso, fuori gli schemi. Il libro di Carlo Menzinger pone all’attenzione una figura chiave del percorso evolutivo, e storico, e geopolitico del nostro pianeta, la figura di Cristoforo Colombo che come tutti sanno – o almeno si spera – nel 1492 scoprì l’America attraverso i passaggi commerciali Orientali, e che convenzionalmente nella datazione storica segna la fine dell’età antica e l’inizio del Medioevo.  Ma fin qui sarebbe tutto normale, e nulla si discosterebbe dalla storia ordinaria, ma l’autore non pone di certo questo scenario davanti gli occhi del lettore, ma un altro – forse possibile? Rivoluzionario? -, in cui Colombo avrebbe sempre intrapreso questo epocale viaggio, ma non passando per l’Oriente, ma scontrandosi con l’Oceano, andando incontro al buio, alla precarietà, all’incertezza, di un viaggio che già per essere organizzato e finanziato ebbe non poche grane da dover affrontare.  Lo sbarco anche si discosta dalla storia ordinaria, si arriva non nel paese che Colombo intimamente immaginava, ma in luogo totalmente diverso, abitato da un popolo meno docile, come gli aztechi, che di questo viaggio di scoperta ed esplorazione per conto della corona spagnola faranno un disastro senza precedenti, – pensate se fosse veramente successo?-.  I punti di vista si mescolano nel libro, così come la prosa e la poesia, e questi elementi aggiungono difficoltà al lettore – per chi come me al principio non è amante del genere ucronico –, ma nonostante tutto apprezza questa evasione, questo livello immaginifico, questo porre sé e ma, davanti a qualunque evento storico, che qui è circoscritto a Colombo, ma che potrebbe benissimo essere rivolto a qualsiasi scoperta/evento storico.

P.s. il carattere del testo è veramente troppo piccolo, consiglio all’autore di aumentarlo.

LIBRI LETTI: TORTELLI

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10906074_737430926325834_8333550657299446446_nStorie di razza, religione, di opinioni politiche. Storie di discriminazione, emarginazione e fuga. Doppia fuga. Dall’Africa centrale al centro di accoglienza di Falerna (CZ) passando per la Libia, il Mediterraneo e Lampedusa. Le storie di chi viaggia più che con la fantasia, con la speranza. Pietro Caroleo, direttore della cooperativa sociale Promidea che si occupa di accoglienza, nella prefazione del libro di Tortelli, scrive: “I profughi della guerra in Libia sono giunti nel nostro paese con l’aspettativa di essere accolti e di rifarsi una vita. Hanno trovato tempi lunghissimi per andare in audizione, per avere l’esito, per avere il rilascio del titolo di soggiorno e quello di viaggio dalle questure”. Un libro che racconta queste vite, queste esperienze, questi viaggi, di andata, di attesa, di speranza, di rifugio, di azzardo, di aspettative.  Affascinato dal titolo, o meglio, più precisamente dal termine «alhamdulillah», – sì senza spazi – , che è la verità di tutti gli arabi e dei musulmani e significa nient’altro che ‘grazie a Dio’, nonostante le fughe, le miserie, la povertà, i viaggi disperati, nonostante tutto, nonostante, riuscendo ad apprezzare la vita, la sua bellezza, con tutte le sue debolezze.

LIBRI: PARENZAN

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2014-12-28_2011Babel Hotel è un progetto di scrittura in cammino, una “presa di parola” collettiva sul tema delle città plurali e delle diverse forme di marginalizzazione sociale causate anche dal sentimento di paura legato alla venuta degli immigrati. Ma soprattutto è una potente metafora del futuro sociale e politico che verrà (o che forse già viviamo). Cosa accade ogni giorno all’interno di un gigantesco condominio composto da 480 appartamenti e abitato da tremila persone con lingue, culture e provenienze differenti? Come le esistenze e i sogni degli inquilini di questo strano posto si intrecciano (e a volte si scontrano) con quelle degli abitanti della limitrofa cittadina di mare? Scrittori, poeti e musicisti, ma anche mediatori e operatori interculturali di diversa provenienza geografica, ispirati da alcune interviste agli abitanti dell’Hotel House di Porto Recanati, hanno provato a immaginare la realtà babelica di questo mondo, traducendo in racconto i dati reali e le esperienze vissute in prima persona. Bella la coralità, la pluralità di voci, di approcci, di stili, seppur non tutti risultano avvincenti. Ho amato la creazione di un spazio interculturale, di una comunità di reciproco aiuto, di crescita, di scampo di arti e saperi, secondo il principio della condivisione. Il libro è supportato anche da dei dati che aiutano a rendere meno ipotetica – e erronea – la percezione della stratificazione degli stranieri, che rappresenta il 10% della popolazione e non il 35/40 % come leggo di solito.