LIBRI LETTI: MACIOCE

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Sinossi: La democrazia è il punching-ball del Terzo Millennio: clientelare, degenerata, utopistica, strumentale, anticamera delle dittature di massa, vive il suo periodo più buio e , di fatto, in Italia è stata sospesa. Ecco perché sempre più elettori disertano le urne e si definiscono “democratici non praticanti”. Ma come si è arrivati a questo sconforto generale? Un viaggio letterario, politico e filosofico alle radici del male di votare, una appassionata dichiarazione d’amore per la libertà, un manifesto critico per il “voto difensivo”. Perché la democrazia alla fine sarà salvata dagli astenuti.

Tutto l’ardore e l’animo di Vittorio l’ho sentito in un questa porzione di testo, che ne riassume tutte le intenzioni, orientare le persone sui grandi temi contemporanei:

“Pensa che il futuro dell’Italia sia arrivato grazie ai tanti sconosciuti che, per realizzare una visione, si sono incamminati in direzione ostinata e contraria. Contro lo Stato, i burocrati, le consorterie, fuori da ogni appartenenza, come cani sciolti, sospettati o ignorati, invidiati e boicottati, insabbiati. Di cosa sono fatti questi lupi fuori dal branco? Di coraggio, di ambizione, di amore, di costanza, di sacrificio, di quel pizzico di follia che dà il gusto come il sale che ti fa credere nell’impossibile. E se non hanno la forza di cambiare il mondo provano perlomeno a far deragliare il destino del loro giardino di casa. Non importa che sia un quartiere, una valle, un’isola, un pezzo di costa, un’azienda,, un centro di ricerca, un’accademia, un ospedale, una scuola, una strada, un negozio, un’officina, perfino una squadra di calcio. Se ognuno cercasse un pezzo di futuro da innestare intorno a sé potrebbe ridare forza alla democrazia. Il vecchio li voterebbe tutti, pensando per una volta che sia un voto inutile”.

Grazie Vittorio, grazie per questa riflessione, grazie per aver innestato e ridato voce ai più che spesso non l’hanno con il Festival delle Storie, perché Vittorio non è solo un paroliere, un affaccendiere della parola, è anche uno uomo che traduce la teoria nella pratica, e il suo Festival che è il Festival di tutta la Valle di Comino ne è espressione, espressione di una democrazia, sovente dimenticata!

 

LIBRI LETTI: SEARLS, WEINBERGER

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Cluetrain manifesto è un insieme di 95 tesi organizzato e presentato come un manifesto, o invito all’azione, per tutte le imprese che operano all’interno di ciò che si propone di essere un nuovo mercato interconnesso. Le idee presentate, con l’obiettivo esplicito di esaminare l’impatto di Internet sia sui mercati (i consumatori) sia sulle organizzazioni. Inoltre, mentre i consumatori e le organizzazioni sono in grado di utilizzare Internet e Intranet per stabilire un livello di comunicazione precedentemente non disponibile tra questi due gruppi ed all’interno di essi, il manifesto suggerisce i cambiamenti che saranno richiesti da parte delle organizzazioni per rispondere all’ambiente del nuovo mercato.
Il manifesto è stato scritto nel 1999 da Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls e David Weinberger.
Nel gennaio 2015 Doc Searls e David Weinberger pubblicano una nuova edizione del Manifesto, in 121 punti, dal titolo New Clues, tradotto in italiano col titolo ‘Nuove Tesi’.

“Ascolta, Internet. […] La vera essenza di Internet è che ci permette di connetterci, in quanto individui diversi e distinti. […] Il super-potere della Rete è la connessione senza bisogno di autorizzazione. Il suo massimo potere è che possiamo fare di essa quello che ci pare”.

Internet siamo noi, connessi.

4: “Internet è un nostro bene comune, non una nostra proprietà”.
6: “La Rete è di noi, da noi, per noi”.
9: Internet è una totale non-cosa. Alla sua base c’è un insieme di accordi, che i più nerd chiamano “protocolli”.
13: “[…] Internet […] è adatto a fare qualsiasi cosa”.

La Rete non è un medium

20: “Sulla Rete, il medium siamo noi. Noi portiamo i messaggi. Lo facciamo ogni volta che pubblichiamo un post, ritwittiamo, mandiamo un link in una email o lo postiamo su un social network”.
21: “Contrariamente ad un medium, tu ed io lasciamo le nostre impronte digitali […]”.
22: “Tutte le volte che portiamo un messaggio attraverso la Rete, esso porta con sé un piccolo pezzo di noi”.

Il Web è World Wide

25: “Nel 1991, Tim Berners Lee usò la Rete per creare un regalo, che donò gratis a tutti noi: il World Wide Web”.
26: “Tim ha creato il Web fornendo dei protocolli (di nuovo questa parola!) che dicono come scrivere una pagina che può linkare a un’altra pagina senza chiedere il permesso a nessuno”.
30: “Diversamente dal mondo reale, ogni cosa e ogni connessione sul Web è stata creata da qualcuno di noi, mostrando un interesse e un punto di vista […]”.

Tuttavia, come abbiamo potuto lasciare che la conversazione fosse trasformata in un’arma?

34: “E ancora sentiamo le parole “frocio” e “negro” molto più in Rete che fuori”.
35: “La demonizzazione degli altri – persone con look, linguaggi, opinioni, appartenenze, o altri modi di stare insieme che con capiamo, apprezziamo o tolleriamo – su Internet è peggiore che mai”.
36: “Le donne in Arabia Saudita non possono guidare? Nel frattempo, metà di noi non possono parlare liberamente sulla Rete senza doversi guardare le spalle”.
37: “C’è odio in Rete perché c’è odio nel mondo, ma la Rete rende più facile la sua espressione e il suo ascolto”.
39: “[…] Non è e stato l’odio a creare la Rete, ma sta portando la Rete – e tutti noi – indietro”.
42: “La Rete ci offre un luogo condiviso dove possiamo essere noi stessi, insieme ad altri che apprezzano le nostre differenze”.
43: “Nessuno è padrone di questo luogo. Tutto possono usarlo. Chiunque può migliorarlo”.
47: “Terreni comuni generano tribù […]”.
48: “Su Internet la distanza tra le tribù si azzera […]”.
52: “[…] I Mercati sono conversazioni”.

La Gitmo della Rete

70: “Le pagine web creano connessioni. Le App. controllo”.
72: “Nel Regno delle App. siamo utenti, non creatori”.
73: “Ogni nuova pagina rende il Web più grande. Ogni nuovo link rende il Web più ricco”.
78: “Se per te la Rete è Facebook, allora ti sono stati messi addosso gli occhiali […]”.
91: Potremo comprendere che cosa vuol dire privato, solo quando avremo capito cosa vuol dire social […]”.

Una tasca piena di buone intenzioni

107: “La nostra cultura porta naturalmente alla condivisione, mentre la legge porta naturalmente alla difesa del copyright. Il copyright ha la sua funzione, ma nel dubbio, open è meglio”.
121: “Lunga vita ad Internet libero”.

Ho elencato quelle per me sono le più interessanti e su cui per ognuna potrebbe partire una lunga riflessione; sulla scia delle 95 tesi di Lutero, questo nuovo testo ci porta a riflettere su un terreno che esploriamo ogni giorno – spesso – non facendoci troppe domande, e alle volte solo l’interrogazione porta progresso.

INTERVISTE PER OUBLIETTE MAGAZINE

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Ultima mia Intervista rilasciata a Michela Zanarella al mio libro “La guerra degli amori distanti” edito da ego di David and Matthaus .

Ecco il link per poterla leggere: http://oubliettemagazine.com/2014/12/24/intervista-di-michela-zanarella-a-gino-centofante-autore-del-libro-la-guerra-degli-amori-distanti/

Un mio contributo: “Hey, leggiamo?”: spicchi di entusiasmo editoriale

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“Quando ero piccolo c’era una grande libreria nel corridoio di casa, e in quel corridoio ho imparato a sgambettare. Incespicavo per un metro e alla fine del percorso, ridendo, forse, sbavando, probabilmente, mi buttavo nelle braccia di mia madre. Poi lei mi lasciava lì, tornava da dove ero partito e io facevo il viaggio di ritorno.

Ho imparato a camminare passando e ripassando davanti alla grande libreria nel corridoio di casa, nella quale c’erano fumetti all’altezza delle mie piccole caviglie, libri alle ginocchia, libri alle spalle, libri alla testa e un giorno, quando già sapevo camminare, o comunque fare più di un metro, devo aver guardato verso l’alto e visto una parete altissima di libri dentro uno scrigno cavo di noce scuro. Un totem di libri, così alto, e io così piccolo, che il totem quasi prendeva una forma curva e a cuspide nella sua parte più alta. C’erano libri sopra di me, e sopra mio padre, quando già capace di una convinta deambulazione, lui lasciava il romanzo aperto sul torace, con la copertina rigida a fare da tetto spiovente, e io entravo nella camera da letto, la sera tardi, per dargli la buonanotte.

Libri, riviste, opuscoli, testi ovunque in casa. E mio padre che leggeva, leggeva tanto, leggeva sempre, che sorrideva mentre leggeva, e mi dava quel bacio della buonanotte con la mia coda dell’occhio riempita dalla costa del romanzo tenuto aperto sul petto.

E un giorno l’ho sfilato anch’io un libro da quel totem altissimo, e ho iniziato a leggere, dopo avere imparato a scuola come farlo.
Non ho smesso più.
I bambini sono una creta bellissima e fragilissima, e potentissima. Prendono la forma che si dà loro e la modificano, e le danno spessore con la forza della loro imbattuta libertà di pensiero ed emozione. Non esistono propagande migliori della lettura di quelle che nascono da una normalità. La normalità è frutto della consuetudine, non di uno studio a tavolino. È una serie di abitudini percepite come volontarie, naturali.
Il libro non è una medicina. Ingoiala!
Il libro è una società. Vivila!

E nulla può cambiare se gli individui adulti che compongono quella società e la dirigono in ogni piccolo gesto quotidiano non fanno dei libri la loro normalità. Una società diventa quello che essa fa. Non esistono sconti, detrazioni, incentivi più forti della consapevolezza dell’importanza del sapere, e se qualcosa si vuole fare per i libri, la si deve fare alle radice di essi, non avendo in mente l’oggetto libro, ma tenendo presente la terra da cui prendono forza: la cultura. Intesa come desiderio di conoscere, non come l’insipida spocchia di sciorinare date e particolari presi, dimenticandosene un secondo dopo, da Wikipedia.

Per diffondere i libri, l’unica soluzione è allargare i confini etici e culturali dell’Italia, e lo si può fare giorno per giorno solo con la volontà di volerlo fare. Non è un tasto da schiacciare, un clic da fare; è un fiume giornaliero, perpetuo, di piccoli atti voti alla diffusione del sapere, all’interno di ogni nucleo familiare, di ogni uomo, donna, e per spontaneità, di ogni bambino.”

(di Sergio Donato)

“I libri sono come delle vie d’uscita dalla vita, dei segnali d’orientamento, dei mondi con cui confrontarsi, immergersi, persino scontrarsi.

Troppo spesso oggi si tende a vedere l’oggetto libro come un qualcosa di noioso e che ha poca attrattiva, quante volte ci siamo sentiti dire: «Sicuramente leggi perché non hai nient’altro di meglio da fare…».

Sempre mi sono trovato a rispondere che il tempo per i libri è un tempo soprattutto per se stessi, per il proprio percorso di crescita e di consapevolezza, figlia di un cammino travagliato d’indagine che si crea tra la persona che legge e il libro letto.

C’è sempre questa dualità tra il lettore e lo scrittore: il libro che si legge è il tramite per aprire nuovi mondi, nuove strade, per sorprendersi, per informarsi e stupirsi di quanto la vita attraverso fitte pagine di inchiostro rilegate racchiude.

Siamo figli di una cultura troppo istituzionalizzata, e oltremodo arcaica; confrontandomi con i miei coetanei ho potuto notare un distacco enorme dovuto ai libri, soprattutto per una letteratura che è ormai nei vari percorsi scolastici, obbligata, e troppo statica.

Chi nel suo percorso formativo non si è visto obbligato a leggere un Manzoni, a studiare un Tasso, ad analizzare un Ariosto, o ad imparare una lirica D’Annunziana?

Certo con questo non sto dicendo che i vari pilastri di riferimento debbano essere abbattuti, ma questo non preclude che anche nella cultura scolastica, oltre alla propria cultura personale, – che mi ha visto leggere con piacere autori che non trovano spazio, vuoi per motivi di tempo, vuoi ormai per una forma culturale nei programmi ministeriali, o comunque se ci sono raramente vengono affrontati con gli allievi – non debbano essere affrontati autori che vanno da Buzzati, a Pavese, a Bassani, a Calvino, a Tondelli, a Pasolini, a Sciascia, Fenoglio, a Landolfi e così si potrebbe continuare citando altri autori di illustre memoria.

Dobbiamo, ed oggi è più che un’esigenza, un dovere di tutti gli organi che ruotano attorno al mondo dell’editoria, cercare o perlomeno dare uno scossone a questo sistema che sempre più sta allontanando i giovani da una formazione della propria cultura libera da vincoli, che sia tessuto ed analisi di tutti i fenomeni sociali.

Non mi piace pensare che questa situazione di stallo e di allontanamento sia ormai una realtà che fa comodo, che imbonisce le masse, che le rende schiave e succubi di un pensiero che si uniforma sempre più, e a cui non interessa difendersi con le armi, le stesse armi che hanno smosso per tanti secoli tanti pensatori: quella di un pensiero personale, critico, non passivo.

Dobbiamo impegnarci tutti, ognuno nel suo piccolo per imparare ad imparare, cercando sempre con intelligenza la verità oltre quello che ogni giorno ci viene detto.

La funzione che oggi hanno forum, blog, e più in generale Internet un tempo era impensabile, inarrivabile, dovremmo aver fatto passi da gigante, e invece ci ritroviamo qui a difendere e a esortare lo sviluppo di una cultura che si impoverendo, che si trascina a fatica, che è sterile nelle sue infinite potenzialità.

Sicuramente si dovrebbe puntare di più nel miglioramento, e nel potenziamento di questi social, che diventano sempre più momenti di aggregazione, di confronto, e vuoi perché no anche di rilassamento, di curiosità, di crescita.

Tutto questo va portato avanti da un ultimo elemento essenziale, che è quello della Condivisione, non dobbiamo tenerci solo per noi ciò che apprendiamo, di cui veniamo a conoscenza, che sentiamo, leggiamo, ascoltiamo: è attraverso il semplice consiglio che si crea una fitta rete di passaparola, ad esempio se si legge un libro e lo si trova importante, e si pensa che merita di essere conosciuto anche da altri, non ci resta far altro che consigliarlo a nostra volta, così magari anche la persona a cui l’abbiamo consigliato a sua volta lo riconsiglierà, è tutto un circolo. Il circolo della conoscenza, quella pura.

Penso che solo così riusciremo pian piano a svecchiare questi corridoi tra cui ogni giorno passano milioni e milioni di giovani, ansiosi di apprendere, con la fame del nuovo, con gli occhi lucidi di novità, che poi inevitabilmente si scontrano, rimangono perplessi e delusi verso una cultura e una forma di pensiero che fatica a tenere il passo dei tempi moderni.”

(di Gino Centofante)

ESPERIMENTI LETTERAL-CULINARI

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2014-10-16_2117Ho provato a fare questa ricetta, incantato e con l’acquolina alla gola che mi veniva leggendo il romanzo di F. Flagg. Devo dire che sono davvero buoni, ed il segreto è davvero nella SALSA. Vi posto di seguito la ricetta dei POMODORI VERDI FRITTI CON SALSA AL LATTE che viene citata nel romanzo di F. FLAGG.

– 3 cucchiai di grasso di pancetta
– farina
– 4 pomodori verdi affettati
– latte
– uova sbattute
– sale
– pangrattato
– pepe

Scaldate il grasso in una padella per friggere.
Bagnate i pomodori nell’uovo sbattuto, quindi passateli nel pangrattato.
Friggeteli fino a quando non saranno coloriti da entrambi i lati e
sistemateli su un piatto.
Per ogni cucchiaio di grasso rimasto nella padella, aggiungetene uno di
farina e mescolate bene.
Versate sempre mescolando una tazza di latte tiepido e lasciate cuocere
finchè la salsa non si addensa, senza mai smettere di mescolare.
Aggiungete sale e pepe a piacere.
Versate la salsa al latte sui pomodori e servite caldissimi.

LIBRI GAARDER

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0422c75c2678a8328a79ab308c66ad42-il-mondo-di-sofiaIl mondo di Sofia è un romanzo sulla storia della filosofia, è il romanzo sullo svolgersi filosofico che sin dai tempi più antichi riguarda tutti noi. Pubblicato nel ’91 mostra un’attualità e un aiuto verso chi voglia avvicinarsi alla filosofia – credendola come qualcosa difficile e poco comprensibile – davvero prezioso. La protagonista del libro è una quattordicenne, Sofia Amundsen, che un giorno incomincia a ricevere delle lettere anonime su cui sono trascritte delle domande filosofiche, come: “Chi sei tu?” o “Da dove viene il mondo?”. Le lettere man mano cominciano a presentarci e spiegare la storia della filosofia attraverso esempi concreti e con estrema semplicità, attraverso proiezioni quotidiane.  Queste lettere porteranno la ragazza ad incontrare il suo maestro, Alberto, che l’inizierà attraverso uno studio sincronico dei vari filosofi: dai primordi con il Giardino dell’Eden  ai Miti, da Democrito a Socrate, da Platone all’Ellenismo, dal Medioevo per arrivare a Spinoza, dall’Illuminismo al Romanticismo, da Kierkegaard a Freud, infine ritornando alle origini della nascita del mondo. Il lettore si troverà davanti nel corso della lettura – e diventerà cosciente – che Sofia e Alberto non sono altro che un espediente letterario usato da un maggiore delle forze di pace dell’ONU per cercare di spiegare la storia della filosofia a sua figlia Hilde, è tutto programmato per un regalo di compleanno tutt’altro che convenzionale. La suspance aumenta quando Sofia ed Alberto si ribellano a tutto ciò e cercano di uscire dalla mente del maggiore. Il romanzo così come inizia gettando un sasso nello stagno della vita, ponendoci la domanda sul senso del nostro esistere ed esserci al mondo, così si conclude dando una visione più che positiva, esortandoci a non dare tutto per scontato, a non rinchiudersi dietro mura già erette, ma invece ad essere sempre propositivi, flessibili verso non solo se stessi, ma verso anche tutto ciò che il mondo ci presenta ogni giorno, sia nelle sue bellezze che nei suoi elementi negativi, perché non dobbiamo affatto sprofondare nel cilindro del mondo, ma uscire come quel coniglio e ammirare dall’alto le infinite possibilità del creato. Un libro che si gusta pian piano, che non ricade nel nozionismo, ma che può essere benissimo ritenuto un libro da consultazione; un libro sulla filosofia che verte meno sulla descrizione dei vari personaggi che sono tratteggiati marginalmente, ma in un romanzo del genere questa scelta ci sta tutta, non mi sento affatto di considerarlo un elemento negativo. Consigliato per chi voglia avvicinarsi alla filosofia in maniera molto semplice.

LIBRI: SAPEGNO

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downloadE’ doveroso per me fare una piccola premessa. Ho avuto il piacere di conoscere il dott. Nobili al di fuori delle aule universitarie accorgendomi della sua spiccata sensibilità e eleganza nel relazionarsi con le persone. Dopo un interessante dibattito sulla sua materia d’insegnamento – La Linguistica – ho pensato subito che lui fosse la persona adatta da invitare nella mia facoltà di studio, nel ciclo di incontri e seminari su politica, società, comunicazione e arti visive organizzati e portati avanti da tempo dall’illustre Fiorenza Taricone docente di Storia delle dottrine politiche e questione femminile. Il seminario che il dott. Nobili ha avuto il piacere di presentarci riporta il seguente titolo: “La grande bellezza”: dalla sensibilità alla scelta delle parole, un momento unico, che resterà nella mia mente per sempre. Perché le cose belle e che hanno valore non si dimenticano. Ma ora veniamo al motivo principale per cui mi trovo a scrivere, un libro a cui il dott. Nobili ha dato un importante contributo.

 

Il libro di cui mi trovo a parlare oggi è un testo che al di là dei tempi ha un’importanza disarmante. Un problema – quello dell’uso della lingua – che affliggerà i/le parlanti di ogni epoca. Sono sicuro che da qui a cinquanta/settanta anni ancora si starà qui a scrivere, a leggere, a parlare di un uso davvero consapevole – auspicato – della lingua. Perché in fondo questo è il problema, la poca consapevolezza delle infinite possibilità della lingua. Ma ora veniamo al libro in questione: “Che genere di lingua? – Sessismo e potere discriminatorio delle parole – a cura di Maria Serena Sapegno docente di Letteratura italiana e Studi delle donne e di genere all’Università “Sapienza” di Roma. Il volume edito da Carocci è diviso in tre parti, la prima che analizza il sessismo nella lingua con un’introduzione che ripercorre la storia partendo dalla prima Conferenza mondiale sulle donne nel ’75 a Città del Messico, per arrivare a parlare di uno dei testi cardine per un uso non sessista della lingua ad opera di Alma Sabatini, pioniera dell’antidiscriminazione linguistica. In tal senso è da annoverare il progetto POLITE  che pone la necessità di valorizzare la differenza di genere anche e soprattutto nella cultura scolastica. Come afferma Giulio Lepschy: «Siamo noi a essere parlati dalla nostra lingua, anziché essere noi a parlarla», quindi diventiamo lo specchio di ciò che produciamo, con tutte le negatività (ahimé tante) e tutte le positività del caso. Successivamente vengono analizzati il linguaggio, lo stile di scrittura e la composizione, che secondo Patrizia Violi danno voce a un singolo soggetto, apparentemente neutro e universale, il maschile. Quasi in contraddizione con l’effettivo uso della lingua che – troppo spesso – attraverso il genere neutro oscura la donna – il femminile – e la relega al margine. Due delle prime femministe che si distanziarono dalla consuetudine – sbagliata –  imperante furono: Ursula Le Guin che cerca di narrare «la storia non ancora narrata» e Hélèn Cixous che rifiuta la logica che contrappone la parola alla scrittura. Nel terzo capitolo viene affrontato il tema del ‘femminile’ nei dizionari facendo i vari confronti tra il Piccolo dizionario, il DELI e infine il GRADIT con diversi lemmi, come madre, padre etc. che anche nella loro origine mostrano una subalternità della donna rispetto all’uomo. Nel quarto capitolo viene messo a confronto il linguaggio nella stampa scritta ticinese e italiana e la scelta d’uso di un agentivo neutralizzato e uno femminilizzato con ulteriori e più articolate differenze, che non sto qui ad elencare – anche per una correttezza verso chi vorrà leggere e studiare il testo -. La parte seconda è dedicata al sessismo nel linguaggio della politica, ponendo l’attenzione a vari studiosi del linguaggio come Otto Jespersen che in un capitolo di un suo testo – tra i più famosi – lo dedica interamente al discorso femminile o come Lakoff che ci parla dell’esistenza di un vero e proprio registro femminile. Altrettanto importante  è la differenziazione – non  affatto banale – fatta tra sesso e genere, e la stretta connessione  che viene ad avere la lingua con la cultura andando così ad influenzare la percezione del senso comune, per poi arrivare a parlare anche della spinosa questione del politically correct. Ulteriore spazio viene dedicato al linguaggio istituzionale e al concetto di patria: “[…] la patria evidentemente siamo noi, nella nostra pluralità di genere e di identità, di storia, di ruoli e così via”. La parte terza – ultima parte del volume – focalizza l’attenzione sul sessismo nel linguaggio della scuola, che diversamente da quanto dovrebbe essere alimenta gli stereotipi sessisti, e poco o nulla fa per porre fine a tale gap. Un primo passo è stato fatto dal progetto Sui generis che nel complesso ha dato risultati apprezzabili.  Come afferma una delle autrici del volume l’uso sessista della lingua di certo non è un problema solo linguistico, ma anche e soprattutto culturale, sociale e istituzionale. Successivamente viene analizzato il “didattichese” che viene ad essere un’antilingua come direbbe Calvino sulla scia degli altri linguaggi già consolidati come il sindacalese, politichese etc. Collegato al seguente capitolo viene data attenzione alla forme di sessismo nei libri di testo, ricordando sul come la mancata indipendenza economica e le limitazioni di ordine morale hanno posto le donne – troppo spesso – fuori dalle storie letterarie e dalle antologie scolastiche. Di fondamentale importanza è il percorso inserito sulle donne della letteratura più influenti che si sono susseguite negli anni: da Gaspara Stampa a Santa Caterina da Siena, da Teresa d’Avila a Margherita di Navarra, da Mary Shelley a Jane Austen per arrivare al Novecento con la Woolf, la Morante, la Ginzburg, la Maraini, la Merini, la Aleramo, l’Ortese, la Banti e così via, inoltre significativi risultano i questionari – sulla lettura – relativi alle scrittrici e poetesse svolti dagli studenti e dalle studentesse. Si approda poi allo studio – alquanto singolare – del dott. Nobili sulla lingua delle bacheche universitarie usate dagli studenti e studentesse di quattro atenei di Roma, tre statali e uno privato, evidenziando ulteriormente come quanto ancora il genere femminile venga omesso – come se veramente non fosse mai esistito – paradossalmente proprio da chi detiene e porta la maggioranza delle iscrizioni annuali. Concludo riprendendo uno scherzoso omaggio a Simone de Beauvoir, “Sessuati si nasce, sessisti si diventa”, già proprio così, almeno fino a quando noi (parlanti) non prenderemo veramente coscienza che negare linguisticamente – e non solo – un genere (il femminile), è un po’ come negare sé stessi, perché se senza lo 0 non esiste l’1, se senza l’oralità non esiste la scrittura, sicuramente senza la donna non esiste neanche l’uomo.

LIBRI: RUOTOLO

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image_book (1)In una giornata qualsiasi dei suoi cinquant’anni, Lorenzo Girosa riceve una lettera in cui qualcuno mostra di conoscere un segreto che da anni ha smesso di tormentarlo: un delitto commesso quando era poco più che bambino. Tentando di riannodare i fili di quell’epoca remota, Lorenzo racconta della grande villa in cui ha vissuto, generosa negli spazi ma gravata dalla malasorte di casa senza figli, e della sua famiglia, fatta di uomini inconcludenti e donne compromesse. È la storia del nonno Domenico che cerca fortuna in America, del padre Nicola che senza un mestiere e un talento diventa un rude saltimbanco chiamato Blacmàn, della madre Francesca che scappa di casa per andare sulla pubblicità del sapone LUX. Tutti loro rivivono nello sguardo di Lorenzo che, nascosto dietro le tende di una Villa Girosa ormai deserta, è ben determinato a proteggere quanto di oscuro c’è nel proprio passato. Con una prosa classica e una lingua di carne, “Ovunque, proteggici” denuncia la forza di un destino che è scelta e di un sangue che si riconosce solo nelle ferite.

 Così recita la trama di questo libro edito da Nottetempo, e che si è classificato tra i 12 finalisti del Premio Strega 2014.

Lorenzo è ormai un ragazzo solo, abbandonato a se stesso, e da troppo tempo ormai riceve continuamente lettere con su scritto una strana minaccia, racchiusa in una singola parola: “Assassino”. L’autrice ci presenta la storia di una famiglia raccontata da Lorenzo (unico ancora in vita), attraverso dei flashback. Il padre è il primo personaggio che viene descritto da Lorenzo, un uomo ridicolo, in ogni singolo atteggiamento, un uomo tutt’altro che responsabile, tantoché Lorenzo preferisce credersi adottato, piuttosto che figlio di tale energumeno. Il secondo personaggio presentatoci da Lorenzo è la madre, la donna Francesca, raffinata e bellissima, con il pallino del cinema, e di quella fama che ti prende e annienta i neuroni, che le farà abbandonare la famiglia per tentare il riscatto (individuale) in una pubblicità del sapone LUX. L’autrice ci fa conoscere e espande la lente d’ingrandimento sulla famiglia Girosa solo quando Lorenzo rimane orfano, e ci parla di una famiglia numerosissima che ogni domenica aveva l’abitudine di riunirsi tutti assieme, ma che poi con il tempo si è sgretolata, si è distaccata, ha perso la sua solidità, ha incontrato l’aridità, facendo rimane solo nella grande villa di famiglia, Lorenzo, con se stesso e i suoi pensieri. Il segreto di questa famiglia è racchiuso in una sola parola, in una singola parola, forse legata a quei viaggi di fortuna che al tempo erano l’unica speranza, è che invece della fortuna portano solo sventura. L’espressione “Ovunque proteggici” come ha detto l’autrice in un’intervista è:

 “Un augurio scaramantico per i protagonisti, una stirpe senza misericordia e senza protezione”.

 Perché anche le sventure devono venire alla luce, ormai siamo abituati solo alle storie belle e senza drammi, Elisa c’è ne dà la prova attraverso l’ultimo discendente della famiglia, con gli occhi e le gesta di Lorenzo.

LIBRI: MAGINI

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image_book (1)“Che stupido sono stato, che coglione! Ho eseguito gli ordini come un automa, senza comprendere che quella lista era l’unica possibilità per portare al sicuro più persone possibili. Sono stato così demente che ho fatto anche un censimento degli uomini non ancora partiti, pensando di poterli così mettere al sicuro, e non ho pensato di avere in mano l’unico strumento che avrebbe permesso di portare al sicuro anche solo una persona in più”.

 

Questo è  il libro di Marco Magini candidato allo Strega 2014, che ci parla di uomini, di debolezze, di incertezze, della guerra che invade e sovrasta, ci parla di una strage: quella di Srebrenica. Il libro è scritto in prima persona presentandoci tre differenti voci narrative: il soldato serbo-bosniaco Dražen Erdemović, che ha partecipato all’atroce massacro consumatosi a Srebrenica nel luglio del 1995, il casco blu Dirk, del contingente olandese delle Nazioni Unite che presidiava l’area, colpevole di aver di fatto consegnato i civili di Srebrenica in mano a Mladić, segnandone la fine certa, ed il giudice dell’Aja Romeo González, che nel processo che seguirà farà parte del collegio giudicante Erdemović per il crimine compiuto. Il libro non si chiede tanto perché sia avvenuto l’assassinio a sangue freddo per mano serba nei confronti di civili bosniaci musulmani, ma se veramente può esserci giustizia tra gli uomini. Magini, sull’esempio di due saggi, uno di Drakulić  e l’altro della Harendt afferma che per giustiziare basta avere moglie e figli, o essere nati nel posto sbagliato, al momento sbagliato, per trovarsi complici di una Storia scritta da altri, per altri. Ci si interroga anche sul senso di giustizia, che resta vana, che non riporta di certo in vita le persone morte, per di più con una giustizia che trova colori politici di sorta, e che non è scevra da sovraintendimenti e schieramenti. Un libro che è apprezzabile, ma che però rimane lì, racconta i fatti come una telecamera distaccata, senza però entrarci dentro, dare un punto di vista; l’autore sembra aver scritto una storia proprio per gli occidentali, che di storia proprio non è che eccellono. Molti sono i refusi, e le distorture di alcuni lemmi, che forse per semplificazione vengono convertiti, ma che però così facendo perdono il senso della loro autenticità. Insomma un libro che consiglio, ma che di certo non eccelle rinchiudendosi dietro quel timore, – che non fa allungare la vista, l’udito, braccia – che ne blocca tutte le potenzialità, arrivando a non dare esso stesso il giusto pathos e sentimento a quelle vittime gioco di una guerra già decisa, e in cui ci si ritrova dentro diventando pedine di una politica bassa.

Pier Franco Brandimarte vince il Premio Calvino 2014 con il romanzo “L’Amalassunta”

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Il ventottenne teramano Pier Franco Brandimarte ha vinto la ventisettesima edizione del Premio Calvino, premio letterario per scrittori esordienti. Il romanzo di Brandimarte ha per titolo L’Amalassunta ed è un testo in equilibrio tra finzione e saggio. La giuria – composta da Antonia Arslan, Concita De Gregorio, Paolo Di Paolo, Barbara Lanati, Tommaso Pincio – ha decretato Brandimarte vincitore

per l’abilità e l’originalità dimostrate nel ricostruire, secondo molteplici registri narrativi e con scrittura impeccabile e compatta, la vicenda umana e artistica del pittore Osvaldo Licini compenetrandola, in studiata sinergia, con la vicenda esistenziale del narratore, e per l’ardimento mostrato nel raccontare una storia “ai margini” che ci interroga sulla precarietà della memoria e sulla misteriosa eclissi degli individui dalla storia collettiva.

Il romanzo L’Amalassunta ha un’idea di fondo molto originale: “non romanzo né saggio in senso stretto, ma opera letteraria capace di fondere, in maniera inusuale, con lingua nitida e di grande eleganza, narrazione, autobiografia, biografia e critica d’arte”. Il Premio Calvino definisce questo lavoro “un oggetto inusuale, perfetto nel suo genere, senza sbavature, che emerge con sprezzatura sull’odierno mainstream narrativo, tanto più notevole se si pensa alla giovane età dell’autore”.

Il Premio Calvino 2014 ha avuto anche due menzioni speciali della giuria: a Simone Giorgi, romano, classe 198, con L’ultima famiglia felice, un romanzo in cui risuona il rumore del presente che, secondo la giuria, palesa “un’immaginazione cinematografica” ed esibisce “una scrittura in superficie semplice, dietro cui si cela una mano di chirurgica esattezza”. L’altra menzione speciale va a Francesco Paolo Maria Di Salvia Salerno, classe 1982, autore del romanzo La circostanza – in cui traccia un ampio affresco della storia italiana dalla Resistenza all’inizio del nuovo millennio ¬– “per l’ambizione che vi traluce di costruire il grande romanzo italiano”.