LIBRI: ARRIGONI, STOKER, CALVINO

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«Don Milani mostrò loro una foto su un giornale, nella quale si vedevano degli uomini al muro pronti a essere fucilati da altri uomini. Chiese ai suoi ragazzi: «Voi con chi state?»  «Con quelli al muro», risposero tutti senza esitazioni e senza sapere se si trattasse di francesi, algerini, o se fossero partigiani. Si stava dalla parte di chi veniva ucciso, non di chi impugnava le armi. Quella immagine e quel ricordo li ho sempre portati nel mio cuore e li riproponevo a Vittorio come riflessione.

Ci era naturale scegliere la parte del più debole, di colui che soffre, anche senza conoscere le ragioni del conflitto. Quando Vittorio si schierava, non lo faceva in base a elucubrazioni mentali o calcoli politici. Verificava solo chi fosse la vittima e chi l’aggressore; quasi sempre era semplicissimo capirlo. Ricordo quando, prima della sua partenza per il Congo come osservatore dell’ONU, mi disse: «Vorrei far vedere agli africani che c’è un occidente amico e non solo quello neocolonialista e sfruttatore».
Vittorio non si definiva comunista, ma amava dire di essere nato in una famiglia di sinistra. Ero io ad avere la nomea di «comunista» per il mio impegno a Bulciago.»
Questo stralcio potrebbe presentarci Vittorio, e la storia di un ragazzo che sino ai suoi primi anni di vita ha mostrato spiccate doti intellettive, ma soprattutto umane, che lo faranno crescere e decidere d’agire per il bene degli altri, del mondo.
In giro con l’appoggio di diverse associazioni umanitarie andrà per rendere merito a quel senso individualistico di portare la sua voce all’altro, di poter dipingere con un suo gesto nuovi orizzonti, di poter redigere e costruire sia con le parole, – che saranno una costante della sua vita – , sia con i veri e propri atti sul campo, per lasciare una cicatrice, quella del bene che non marcisce, che non è proteso verso quell’orientamento, o verso quella specifica idea, ma è altruismo, è cambiamento, è atto di fede verso le proprie idee, e contro chi vuole mascherarle, opprimerle, gettarle nel mare della stoltezza.
Una comunicazione costante con i familiari, ma soprattutto con la madre che potremmo definire la sua guida, il suo muro del pianto, la lente e la soluzione ad ogni arcano accadere. Dietro all’animo dei figli, c’è sempre anche l’animo della famiglia che ti cresce, ti coltiva, ti annusa, ti riempie di quell’amore che come marmellata quando lo vivi e te lo senti addosso sembra quasi un oppressione, una scorsa amara da mandare giù, ma poi solo dopo capisci quanto di genuino dentro c’era e c’è ancora, e quel retrogusto amarognolo diventa solo nutrimento, vitamina vitale dell’agire.
Egidia una donna anch’essa da ammirare: “Era un modo di screditarmi , di tagliarmi le gambe, ma a me faceva sorridere, come quando, in fabbrica, mi chiamavano «la pasionaria» come Dolores Ibárruri. A chi aveva il coraggio di dirmelo in faccia, rispondevo: «Io non ho mai letto Carlo Marx e sul comodino ho il Vangelo. Cerco di seguire i suoi insegnamenti, stando dalla parte di chi ha più bisogno, e se per questo per voi significa essere comunista, dite pure che lo sono».
Una donna che mai si perde d’animo, mai non riesce a sopportare quella continua assenza, quei continui viaggi, quel non essere presente fisicamente, è proprio vero che le parole riescono ad annullare la distanza, a creare ponti, a rendere vivi e costanti sentimenti che non sottostanno a semplici ragioni geografiche, ma si alimentano con l’essere simbolo d’amore, quello da cui Vittorio più volte trarrà forza.
“Vittorio  non ha mai sostenuto di essere il classico pacifista, ed è riduttivo descriverlo semplicemente così, anche perché le etichette a casa nostra non sono mai piaciute.” Un ragazzo che è da prendere ad esempio, un ragazzo che con la forza delle idee ha costruito un suo mondo, ed è riuscito a diventare un mediatore dell’informazione, ad essere lui informazione, a crearla e a diffonderla anche e soprattutto attraverso prima i giornali e poi il suo blog, spazzando via e disarcionando ogni tipo di oscurantismo che la classe mediatica è solita imporre.
Un animo sin dall’infanzia irrequieto, ma pieno di vita, di sete di conoscenza, di voglia di darsi e proporsi come braccio di assistenza verso il prossimo, prosecutore come le sue figure ideali quali: Gandhi, Martin Luther King, Rosa Parks, ma anche con i suoi autori musicali preferiti come Jeff Buckley, Skin, R.E.M., I Guns N’Roses o i suoi miti letterari che girano tutti attorno al profilo della beat generation, leggeva Bukowski, Artaud, Camus, Rimbaud, Buaudelaire, Whitman, Pasolini, ma anche Tiziano Terzani che sarà il suo autore del cuore che l’accompagnerà in ogni suo viaggio. Vittorio un animo profondo, una forza della vita, una simbolo delle idee che non vanno denigrate, ma vanno portare avanti, anche quando fa male, anche quando non sempre si è felici, anche quando tu sei solo e senti i brividi che lungo la schiena ti ricordano che al mondo possiamo decidere veramente da che parte stare: se “Restare umani” o se “Essere bestie”.
Dove c’era Vittorio c’era il sole, l’animo del militante battagliero sapeva portare in ogni possibile situazione un sorriso, una parola di conforto, un corpo da cui riceve calore, non solo semplicemente corporeo, ma proprio umano, in senso fraterno, quasi una trasfusione virtuale di affetto gettato.
Grazie, ad Egidia, a tutta la famiglia di Vittorio, e a lui per essersi fatto portavoce, per essersi schierato in prima linea, nonostante gli ostacoli, le cadute, gli sbattimenti d’animo, grazie a queste parole, a questa storia che riesce a scaldarti il cuore, riesce a non lasciarti passivo, ma ti cambia, ti stratifica, ti dona quel pezzo del cuore cui Vittorio era solito dare. Grazie, ad oggi posso dire di avere un cuore un po’ più grande, e di poter imparare, e magari essere almeno un minimo di ciò che era, ed è la vittoria umana, Vittorio.

 

“La storia siamo noi, la storia non la fanno i governanti codardi con le loro ignobili sudditanze ai governi militarmente più forti. La storia la fanno le persone semplici, gente comune, con famiglia a casa e un lavoro ordinario, che si impegnano per un ideale straordinario come la pace, per i diritti umani, per restare umani. La storia siamo noi, che mettendo a repentaglio le nostre vite, abbiamo concretizzato l’utopia, regalando un sogno, una speranza a centinaia di migliaia di persone. Che hanno pianto con noi, approdando al porto di Giza, come i tre anziani palestinesi vittime della diaspora imbarcati con noi, che non hanno mai potuto piangere sulle tombe dei familiari, hanno pianto, ma sono state lacrime di gioia. Il nostro messaggio è di pace è un invito alla mobilitazione per tutte le persone comuni, a non delegare la vita al burattinaio di turno, a prendersi di petto la responsabilità di una rivoluzione, rivoluzione interiore innanzitutto, verso l’amore, l’empatia, che di riflesso cambierà il mondo. Abbiamo dimostrato che la pace è possibile in Medio Oriente. Perché se un ebreo come Jeff Halper è accolto come un eroe, addirittura un liberatore, da decine di migliaia di persone festanti in estasi, da quelli che la politica e i media si impegnano a dipingere come filo terroristi , la pace non è un utopia, e se lo è abbiamo dimostrato che a volte le utopie si concretizzano. Basta crederci, fermamente impegnarsi, contro ogni intimidazione, timore, sconforto, semplicemente restando umani.

Restiamo umani.”

 

“Dracula” è un romanzo scritto dall’irlandese Bram Stoker nel 1897, ispirato alla figura di Vlad III principe di Valacchia.
Scritto in forma di stralci di diari e di lettere, Dracula è uno degli ultimi, se non l’ultimo, tra i grandi romanzi gotici. Riprendendo il mito del vampiro, lanciato nella letteratura da John William Polidori, Stoker realizza un romanzo dalle atmosfere cupe e oscure, in cui l’orrore e la minaccia, sempre ben presenti, assillano i protagonisti, in un crescendo di emozioni che conduce alla scoperta dell’orrore rappresentato dal tetro vampiro.
Il libro si apre con Jonathan Harker, l’avvocato del conte transilvano, che si occupa della parte burocratica e della firma per l’acquisto di una casa in Inghilterra. Ben presto però l’avvocato si accorgerà della stranezza dell’uomo, e delle sua ancora più strane abitudini notturne. Ogni singola persona che entrerà a contatto con il conte, vedrà stravolgersi il proprio presente, restando coinvolti in mirabolanti avventure, che poco hanno a che fare con la graziosità. Una scrittura che spazia da articoli a lettere, molto dettagliata, che ad oggi è diventata con l’opera celebre una sorta di archetipo del mondo dei succhiasangue notturni.
Ciò che emerge dalla lettura, e che forse per il tempo è stata anche una novità, è che il male non necessariamente lo si deve trovare in altre creature oscure, demoniache, e quant’altro, ma tante volte alberga proprio dentro di noi, e siamo noi i costruttori di ogni nostro gesto.

 

 

Il cavaliere inesistente” è un romanzo di Italo Calvino scritto nel 1959, terzo capitolo della “trilogia araldica” intitolata “I nostri antenati”, dopo Il visconte dimezzato (1952) e Il barone rampante (1957).
Siamo a Parigi in compagnia di Carlo Magno che sta passando in rassegna tutto il suo esercito, fin quando non si accorge che tra le schiere dei suoi uomini c’è un “Cavaliere senza corpo”, di sola armatura vestito. Questo cavaliere è Agilulfo, non visto di buon occhio dai suoi compagni perché troppo preso dalla stessa vita militare. Questo cavaliere ha una sua missione, ritrovare Sofronia, la fanciulla che aveva salvato in passato, a rincorrerlo ci sarà però Bradamante follemente innamorata di lui. Proprio quando Agilulfo troverà la sua donna amata, dubbi, incertezza, come il suo corpo apparente si dissolveranno per ritornare rottami.
Una storia godibile, in tutti e tre i romanzi sicuramente c’è un tema comune quello dell’inverosimile, dei mondi immaginari, irreali, con epoche lontane. E ancora una volta si legge tra le righe un altro tema molto importante quello dell’identità, del ritrovarsi, del riconoscersi. E’ sempre bello leggere Calvino, evasione pura!