LIBRI: GNOMO TWINS, WOOLF

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Ho accolto con sorpresa l’uscita del nuovo libro dell’amica Federica Gnomo Twins. Da subito leggendo la trama sono stato entusiasta da ciò che la storia potesse raccontarmi, esprimermi, donarmi. Ho aspettato qualche giorno prima di leggerlo, oggi sono stato chiamato proprio da queste pagine, dall’odore della storia, dalla fragranza dell’incontro di due esseri umani, che travalicano ogni tipo di giudizio: perché l’età non può niente, quando l’amore diviene fonte di sopravvivenza, ossessione, cibo, e benessere dell’anima. Sì oggi l’ho letto, e subito a caldo voglio esprimere tutto ciò che in me si è avvicendato, si è fatto spazio; ero in viaggio nel treno, il rumore mi infastidiva i timpani, fuori il colore dell’estate sembrava rendere tutto più roseo, ho incominciato sfogliando le pagine, poi leggendo la retrocopertina, e poi tuffandomi tra le parole.
La protagonista della storia è Federica, quarantenne madre di due gemelli che esce da un divorzio con il suo ormai passato compagno, che a detta sua non è stato mai in realtà un vero uomo. Tutto inizia grazie ad un consiglio di una sua amica, Lia, che la invoglia a partire con i suoi pargoletti per farsi una piccola vacanza in Sardegna. Subito la donna pubblica degli annunci per trovare una baby-sitter per essere aiuta con i piccoli. Ma a presentarsi all’annuncio non è una donna, come ci si potrebbe aspettare banalmente, ma è un uomo, più propriamente “au pair”, il ragazzo alla pari. Lui si chiama Tom, ed è un ragazzo ventitreenne, che fin dal primo incontro riuscirà ad sintonizzarsi sul flusso d’onda e con l’animo di una donna ferita, smarrita, persa, una mina vagante in cerca di sé stessa. Sembra che in realtà si conoscano da più tempo, ma tutto succede senza che neanche entrambi se ne accorgano, a piccoli sorsi, con piccoli gesti, con sguardi scottanti, e con parole sussurrate a mezza bocca. Tutto però non è florido, nella mente di Federica costantemente si pongono degli interrogativi legittimi: “Chi è quest’uomo in realtà?”, “Perché avrà deciso di lasciare la sua vita ordinaria per fare il ragazzo alla pari?”, “Agisce sempre in buonafede, o nasconde qualcosa dietro il suo animo sempre gentile, e dolce?” . Interrogativi che non sto qui a svelarvi e che troveranno risposta solo se deciderete di leggere questo splendido libro. Della trama ho detto già fin troppo, ora voglio concentrarmi su mie considerazioni personali. Il libro può essere un po’ la storia di qualsiasi donna, di qualsiasi animo che esce da un periodo buio, burrascoso, nero, e che prova inconsapevolmente ad uscirne. E’ giusto riversare tutte le sue preoccupazioni su una persona appena conosciuta? E’ giusto attaccarsi, e delegare, anzi per meglio dire passare ogni singolo dilemma, problema, confusione all’altro? Il peso che esce fuori dalla propria persona in modo spropositato, forse troppo pesante, è forse ciò che ha rovinato la sua vita – sorreggere e tenere in braccio tutte le difficoltà della vita non è affatto facile, e a volte inevitabilmente si soccombe sotto questo peso – gridando agli  altri il proprio dolore, la propria impotenza, il primo sentirsi nullo davanti alla vita. Ciò che Federica innescherà in questa vacanza, che potrebbe essere definito più un viaggio alla ricerca della propria persona, del proprio corpo, del proprio essere donna, è una rivalutazione di ciò che l’essere umano vale, escludendo sessi, escludendo rapporti che sottostanno a rigide prescrizioni morali. Indagando dentro di sé, riuscirà a far rinascere quella fenice, che si era ormai spenta, ormai insabbiata dalla sua stessa cenere, un ritorno alla vita, al guizzo dell’esistenza, al mangiare il corpo con gli occhi, e ella stessa farsi mangiare la pelle libidinosamente.
Un sincretismo amoroso, ma anche culturale, una fusione che ci dà le coordinate per non arrendersi mai, per non spegnere quella fiaccola che può trovare la sua ombra parallela, un incontro che è espressione e radice del buono, del sentimento che dona una nuova consapevolezza.
Un rapporto che sarà l’idillio della mente, del gettarsi a capofitto a dispetto di una passato che è segnato da tante privazioni, un osare che si rivelerà una sonora risata alla vita, e che evolverà come canti serali di discordia in mari che da limpido orizzonte entreranno in una condizione di burrasca, di sorpresa, di emarginazione, di quella stessa cosa che era: l’inizio, il sogno, il preludio del bello che arriva inaspettatamente, del cuore che raggiunge pulsazioni mai provate, della mente che entra in cortocircuito, che ti fa sobbalzare e che ti toglie ogni minima razionalità.
Un arrivo inaspettato, un gemello, il rapporto che si incrina, il caos che prende piede in quel nucleo che ormai all’apparenza aveva trovato il suo ritmo, la sua nota che era ed è espressione di quel sentimento che può tramutarsi anche in odio efferato, gelosia spasmodica, in ritorno alle proprie origini in nome della rimostranza di ciò che è possedimento.
Il romanzo di Federica Gnomo Twins analizza le dinamiche relazionali, i conflitti, il ritrovarsi intimamente diversi, la sfida, l’amore, il sesso che è segno e tratto della passione che raggiunge i corpi e che chiede soddisfacimento, ma ancora si analizza il concetto dell’altro, della dipendenza, del sentirsi prima una luce fulgida che brilla nel cielo stellato, e poi una goccia che cade a terra per toccare il suolo e infrangersi prendendo coscienza obbligatoriamente di ciò che la realtà è diventata.
Lo consiglio, a nome della stessa autrice, una lettura senza tante pretese, ma questo non significa che le parole, e la storia non si fanno portavoce di riflessioni che non possono che espandere l’animo di ogni possibile lettore. E poi non volete sapere se l’amore avrà la meglio sugli aspetti inaspettati della vita?

 

“Vorrei mandare indietro il mio orgoglio e accelerare il suo. Per incontrarci in un luogo tutto nostro. Un luogo senza tempo, senza occhi, né vetrine. Un posto che forse già esiste. E’ quello dove nascono i sogni.”

 

“[…] Nulla è per sempre, e anche un piccolo sentimento per quanto insolito ha diritto a crescere e fare la sua parabola. Non voglio legarmi per l’eternità. Non importa. Ho capito che sono già legata e non voglio sciogliermi ora. Voglio vivere il presente.”

 

 

Una stanza tutta per sé è un saggio della celebre autrice inglese Virginia Woolf. Fu pubblicato per la prima volta il 24 ottobre 1929 e si è basata su due conferenze tenute a Newnham e Girton, College femminili dell’Università di Cambridge, nel 1928.
Due sono gli argomenti chiave su cui poi l’autrice farà una lingua dissertazione: la figura della donna al suo tempo, e il tema del romanzo.
La Woolf fa una lunga riflessione sulla creatività collegata ai fattori sociali, e immagina di ripercorrere una giornata qualunque come esempio di giornata tipo di una scrittrice del suo tempo. «La donna di classe media cominciò a scrivere. Poiché se Orgoglio e Pregiudizio è importante, se sono importanti Middlemarch, Vilette e Cime tempestose, è ancora più importante di quanto io possa dimostrare in un discorso di un’ora il fatto che le donne in genere, e non solo l’aristocratica isolata, chiusa nella sua casa di campagna fra i suoi in-folio e i suoi adulatori, presero a scrivere. Senza queste precorritrici,  né Jane Austen né le Brontë né George Eliot avrebbero potuto scrivere, più di quanto Shakespeare avrebbe potuto scrivere senza Marlowe, o Marlowe senza Chaucer, o Chaucer senza quei poeti dimenticati che gli aprirono la strada e addomesticarono la selvatichezza naturale della lingua. Perché i capolavori non nascono solitari e isolati; sono il risultato di molti anni di pensiero comune, il pensiero del corpo popolare, per cui dietro quella singola voce c’è l’esperienza della massa. Jane Austen avrebbe dovuto deporre una corona sulla tomba di Fanny Burney, e George Eliot rendere omaggio all’ombra robusta di Eliza Carter – quella vecchia coraggiosa che si era legata al letto un campanello per alzarsi presto a studiare il greco. E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn, che si trova assai scandalosamente ma direi giustamente, nell’abbazia di Westminster, perché fu lei a guadagnare loro il diritto di dar voce alla loro mente. E’ lei – quella donna ombrosa e amorosa – che questa sera mi permette di dirvi abbastanza realisticamente: guadagnatevi cinquecento sterline l’anno col vostro talento».
Questo saggio della scrittrice viene considerato come un manifesto della condizione del genere femminile e preso ad esempio dalle generazioni femministe: “Resta strano e quasi inesplicabile il fatto che nella città di Atene, dove le donne erano tenute in una reclusione quasi orientale, come odalische o serve, il teatro abbia ugualmente prodotto figure come Clitennestra e Cassandra, Atossa e Antigone, Fedra e Medea, e tutte le altre eroine che dominano tutti i drammi del “misogino” Euripide. Ma il paradosso di questo mondo, in cui nella vita reale una donna rispettabile non poteva farsi vedere sola per strada, e tuttavia sulla scena la donna uguaglia e supera l’uomo, non è stato mai spiegato in modo soddisfacente. Nella tragedia moderna esiste lo stesso predominio. Ad ogni modo, una scorsa all’opera di Shakespeare (e anche a quella di Webster, ma non di Marlowe né di Jonson) basta a dimostrare che questo predominio, questa iniziativa delle donne persiste da Rosalind a Lady Macbeth. E’ così anche in Racine; sei delle sue tragedie portano il nome dell’eroina; e quali dei suoi personaggi maschili possiamo contrapporre ad Ermione e ad Andromaca, a Berenice e a Rossana, a Fedra e ad Atalia? Così di nuovo con Ibsen; quale uomo possiamo paragonare a Solveig e Nora, Hedda e Hilda Wangel e Rebecca West?”. Quanto in modo parossistico le donne sono state rappresentazione seppur nella loro continua svalutazione morale, fisica, ma soprattutto intellettuale? Tanto, forse troppo, e l’autrice in modo sapiente pone l’accento sulla condizione della donna e alla condizione di donna-scrittrice, mai veramente libera di poter dedicare il suo tempo a tale pratica, mai veramente indipendente per potersi dedicare alla Madre Arte, mai veramente riconosciuta fintanto ad avere, una stanza tutta per sé. “[…] Ad ogni modo, la primissima frase che voglio scrivere qui, dissi attraversando la stanza fino alla scrivania e prendendo la pagina intitolata Le donne e il romanzo, è che per chiunque scrive è fatale pensare al proprio sesso. E’ fatale essere un uomo o una donna, puramente e semplicemente; dobbiamo essere una donna maschile o un uomo femminile. E’ fatale per una donna mettere l’accento, anche minimo, sulle sue lagnanze; rivendicare la giustezza di qualunque causa; parlare comunque con la consapevolezza di essere donna. E questa fatalità non è una figura retorica; perché qualunque cosa scritta sotto quella forza consapevole è condannata a morire. Non è più fertile. Può sembrare, per un giorno o due, brillante ed efficace, potente e magistrale, ma al crepuscolo per forza avvizzirà; non può crescere nella mente altrui. Ci dev’essere nella mente qualche collaborazione fra la donna e l’uomo, prima che possa formarsi l’arte della creazione. Dev’essere consumato un matrimonio di contrari. La mente intera deve stare aperta, se vogliamo ricevere la sensazione che lo scrittore stia comunicando la sua esperienza con perfetta pienezza. Ci dev’essere libertà e ci dev’essere pace. Nessuna ruota deve cigolare, nessuna luce tremolare. Le tende devono essere ben chiuse. Lo scrittore, pensavo, finita la sua esperienza, deve sdraiarsi e lasciare che la sua mente celebri le sue nozze nel buio. Non deve né guardare né discutere ciò che sta accadendo. Piuttosto deve sfogliare i petali di una rosa o guardare i cigni che scivolano lungo il fiume. E rividi quella corrente che si era portata via il battello, lo studente e le foglie morte; e il taxi si è portato via l’uomo e la donna, pensavo, mentre li vedevo arrivare attraversando la strada; la corrente li ha spazzati via, pensavo – ascoltando il rumore lontano del traffico di Londra – in quella terribile corrente.” La Woolf ci presenta la donna a tutto tondo, e la stanza tutta per sé non è altro che la metafora della libertà, che è negata, denigrata, tolta, mai raggiunta, un miraggio, libertà che si chiama indipendenza dagli altri, da sé stessa, dal mondo sociale, dal macrocosmo che si fonde con il microcosmo che galleggia in fiumi d’inchiostro che forse, o sicuramente sono ciechi e privi di patetiche scelte dettate da bieche regole morali.