LIBRI: PETRI, MELVILLE, PIKE

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“Figli dello stesso padre” di Romana Petri è un altro dei canditati al Premio Strega, narra la storia di due fratelli, o meglio fratellastri, Germano ed Emilio nati dallo stesso padre, ma con madri diverse. Loro sono diametralmente opposti, l’unica cosa che sembra accomunarli è l’amore, e la devozione, e anche la rabbia mista a delusione per quel padre Giovanni, affermato designer dall’animo appariscente. Germano è il primogenito, e non ha mai veramente accettato il divorzio del padre con sua madre, è il figlio preferito di Giovanni, e vede Emilio come la disgrazia e la mina che ha alterato quello stato di serenità che era solito vivere. Emilio invece ha vissuto un altro tipo di delusione, trauma, quello dell’essere il figlio non cercato, non voluto, venuto quasi per sbaglio, che cerca affetto nel padre e in Germano. Dopo un lungo silenzio tra i due fratelli, i due si rincontrano in occasione della mostra di Germano a Roma. I due hanno delle vite completamente opposte, l’uno artista sregolato, che ha un rapporto morboso con la madre, e che non riesce ad avere relazioni stabili per paura di legarsi, l’altro seppure ha una famiglia felice ha tutti i suoi demoni passati che costantemente lo vengono a trovare e che gli ricordano tutte le cose spiacevoli che ha dovuto subire, affrontare.
Nel libro i diversi punti di vista si alternano ognuno con la propria visione, anche la figura del padre è presente nella narrazione, ed è tutt’altro che figura marginale. Un libro che narra di un incontro, del passato, di un presente che è destinato ad essere riscritto.

 

“I loro sguardi ogni tanto si incrociavano e sembravano dirsi solo una cosa: riappacifichiamoci o dichiariamoci guerra per sempre, ma facciamolo per bene, e prima di morire.”

 

 

“Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street” è un racconto di Herman Melville. Esso fu per la prima volta pubblicato anonimo, in due parti, sulla rivista Putnam’s Magazine nel 1853, e fu poi incluso nella raccolta The Piazza Tales nel 1856 con qualche piccola variante testuale. A quanto pare l’opera fu ispirata a Melville dalla lettura di Emerson, tanto che sono stati trovati dei paralleli con il saggio di Emerson Il trascendentalista. Il racconto è stato adattato per lo schermo due volte: nel 1970, con Paul Scofield, e nel 2001, con Crispin Glover.
Leggendo questo libro e vedendo l’agire dell’anziano avvocato, che decide un giorno di non obbedire più a ordini prescritti, dichiarando sempre di “avere preferenza di no”, ci si chiede cosa si nasconda dietro l’animo di questa persona, così misteriosa, così sovversiva, così tanto diplomatica, da usare una forma di dissenso ibrida, che non depone nel ricevitore che ascolta il diniego quel senso di arrabbiatura, di rivolta, di smottamento, di ribellione. Un personaggio geniale, nel suo genere che mi ha fatto ricordare un po’ due strani personaggi come: i due personaggi che in aperta campagna nell’opera di Beckett aspettano Godot, e poi Meursault che vive grazie alla penna di Camus il quale si rinchiude e vive il mondo attraverso un assordante apatia.
Racconto precursore della letteratura dell’assurdo, che come ogni genio, al suo tempo non ebbe il riscontro che meritava.
Per quanto riguarda gli altri e due racconti, che per me sono solo di appendice e di poca attrattiva: del primo posso dire che è quasi incomprensibile, un uomo che sente un gallo cantare, e da quel momento se ne ossessiona. L’altro è un racconto che sembra ancora acerbo, incompiuto da rivedere, narra di un rapporto di invidia tra un marinaio e un maestro d’armi, inoltre sono molti lenti entrambi rispetto al primo racconto, e sono infarciti di fastidiosi termini marinareschi.

 

 

Dopo tanto tempo, grazie ad uno scambio libresco sono riuscito ad accaparrarmi il secondo della quadrilogia della Pike, “Spells”, che devo dire già dal primo volume mi aveva affascinato non poco.
Protagonista è Laurel una ragazza che dopo svariate avventure raccontate in “Wings” scopre di essere una fata, lei è divisa tra due mondi, quello umano che ha portato a crearsi e ad istaurarsi legami affettivi con i genitori in prima battuta, poi con gli amici, e con il suo amore David, e il mondo diciamo parallelo che è regno del mondo fatato, in cui c’è il suo amico che vorrebbe però essere molto di più con lei, Tamani.
Da quando la madre sa che lei è una fata, sembra che il loro rapporto non è più come prima, sembra essersi affievolito, i loro gesti sembrano distanti, niente più abbracci, poche parole, sguardi sfuggevoli, a dispetto del rapporto con il padre che è un inno alla comprensione, e alla sintonia. Rientrata da un vacanza, sì fa per dire, dal mondo fatato, in cui ha dovuto apprendere le tecniche di magia e le arti manifatturiere la vita sembra riprendere la sua vecchia piega. La scuola, gli impegni, gli amici, le feste, le serate passate a sussurrarsi parole dolci, stravolgimenti amorosi delle proprie amiche. Ma non tutto sempre può andare bene, come era stata avvertita i troll – esseri malvagi che vogliono uccidere Laurel – sono pronti a tornare e a colpirla nel momento che meno se lo aspetta, quando sarà vulnerabile, e priva di ogni difesa.
Di tanto in tanto lei andrà a far visita al mondo parallelo frequentando l’Accademia, avrà anche un incontro ravvicinato con questi mostri, e riuscirà a scamparla grazie all’aiuto di una eroina Klea, che desta molti sospetti, e tanta diffidenza.
Della trama non voglio svelare tanto di più, non voglio togliervi il gusto di leggervi tutto il resto, e tutte gli avvenimenti inaspettati; in questo secondo capitolo ho apprezzato molto la dovizia di particolari, l’entrare molto di più a fondo nel mondo delle fate, il continuo parallelo mondo terreno, mondo soprannaturale, ed è davvero magico quell’Albero Mondo che alberga nel mondo di Tamani e che è la stratificazione vivente di storie, di vite, di amori, di tanti animi che decidono di sospingersi per raggiungere quel tutt’uno che è principio di superiorità, di potenza, di coraggio. Spero presto di riuscire ad acquistare i due libri successivi per poter completare la saga.
«Ti ho fatto studiare un’enorme varietà di piante e il loro uso. Ma quello di cui forse non ti rendi conto è che fare pozioni, sieri ed elisir non significa semplicemente mescolare insieme le essenze nella giusta quantità. C’è sempre un metodo – una ricetta, se preferisci – ma il processo, così come il risultato, è diverso da fata a fata. Perciò qui all’Accademia non diamo ricette, ma ti insegniamo a seguire il tuo intuito, a fidarti di un’abilità che ti appartiene per diritto di nascita e a sfruttare la conoscenza della natura per migliorare la vita di tutti. Perché l’ingrediente essenziale di ogni pozione sei tu, in quanto fata d’Autunno. Nessun altro potrebbe ottenere gli stessi risultati, nemmeno se seguisse i rituali con la massima precisione. Frugò nella borsa e tirò fuori un vasetto con una piantina verde che aveva le gemme ancora chiuse. Devi imparare a sentire l’essenza più intima della natura con cui lavori, continuò toccando dolcemente la piantina, e a stabilire con lei una connessione così profonda, che non solo saprai come piegare alla tua volontà i suoi componenti…prese una bottiglietta, la aprì e fece scivolare fra le sue dita una goccia del contenuto…ma anche sprigionare il suo potenziale permettendogli di svilupparsi come nessun altro potrebbe fare. A quel punto toccò con grande cura ogni gemma e, quando ritrasse la mano, i boccioli si aprirono rivelando dei bellissimi fiori fucsia».