LIBRI: SLOAN, WILDE, LAO-TZU

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“Il segreto della libreria sempre aperta” è il caso editoriale di Robin Sloan. Protagonista del libro è Clay Jannon, un giovane web designer che dopo il collasso economico si trova senza lavoro. Un giorno tra una passeggiata e l’altra viene attratto da un cartello vicino ad una libreria: “Cercasi commesso di notte”, ed è in questa libreria che comincerà la vera avventura. La libreria è gestita dal signor. Penumbra uno individuo alquanto strano, come la sua libreria che è sempre aperta, anche di notte, e che vede aggirarsi tra gli scaffali persone non tanto normali, circospette. Mentre tenta di far crescere le scarse vendite dei libri su Google, Robin si accorge che questi strani soggetti non leggono libri classici, ma libri formati da strani codici e scritte, all’apparenza indecifrabili. Il suo obiettivo per farla breve sarà insieme a dei suoi vecchi amici, come lui super esperti di tecnologia, e insieme alla sua fidanzata Kate Potente (nome a caso?!) quello di decriptare questi codici. Il libro si snoda e si concentra sul mondo della tecnologia, del digitale, fondendo e unendo due universi paralleli l’online e l’offline, nel libro è racchiusa anche una forte dosa di ironia, che allevia la lettura. Il libro sinceramente può risultare anche carino, ma forse riponevo troppe aspettative su di esso, un libro che può anche non essere letto, che ricorda quanto ogni libro di qualunque fattezza sia è portavoce di un’anima troppe volte poco compresa, o forse troppo.

 

 

Che dire di questo libro? Ogni parola sarebbe superflua. Chi almeno una volta nella vita non si è trovato ad usare un aforisma di Wilde? Si gusta davvero in tutta la sua bellezza, come quando mangi il tuo gelato preferito, e vorresti che non finisse mai, rallenti il grado di voracità per poterlo assaporare di più, a fondo, completamente.
Oscar è colui che ci troviamo di fronte ogni giorno, costantemente, su ogni social network, anche se lui ormai non c’è più, la sua anima e il suo pensiero risplende più vivo che mai. Grazie, da rileggere ogni qual volta si ha voglia di cose belle, e tanto altro ancora che la parola renderebbe vana.

 

«La letteratura è sempre il precursore della vita. Essa non imita la vita, ma la plasma ai suoi fini».

 

 

La dottrina del Tao, o la Via rappresenta in modo antonomastico la cultura cinese, influenzando anche alcune forme di Buddhismo che diedero vita alla corrente Zen. Un libro che si evolve attraverso pensieri dell’anima, ogni pensiero è associato ad un ideogramma, talvolta in alcuni passi non si capisce neanche bene cosa realmente si voglia esprimere attraverso determinate espressioni. Un’opera magistrale che rappresenta la Cina, ma potremmo dire che racchiude tutto il misticismo su cui poi si sono fondate le successive dottrine intimistiche. Una delle opere più tradotte al mondo, e che ha messo a dura prova moltissimi traduttori, che ne hanno di volta in volta versioni differenti, restandone sempre insoddisfatti. La traduzione di questo testo è un nodo centrale, un punto molto controverso che ancora è aperto, e che forse mai ritroverà soluzione, soprattutto per un motivo su tutti, alcuni termini risultano intraducibili nella nostra lingua, e ciò ne va a toccare diciamo in parte la bontà dell’opera.
Non sempre ho colto il messaggio della dottrina del Tao, ma comunque una lettura gradevole da alternare.

 

«Coloro che in antico hanno raggiunto l’unità:

 

Il cielo, raggiunta l’unità, divenne chiaro.
La terra, raggiunta l’unità, divenne tranquilla.
Gli spiriti, raggiunta l’unità, divennero potenti.
Le valli, raggiunta l’unità, divennero piene.
Tutte le creature, raggiunta l’unità, divennero vive.
I principi feudali, raggiunta l’unità, rettificarono l’impero.

 

La causa di tutto questo è l’unità.

 

Se il cielo non avesse ciò per cui è chiaro, temerei che si lacerasse.
Se la terra non avesse ciò per cui è tranquilla, temerei che si sollevasse.
Se gli spiriti non avessero ciò per cui sono potenti, temerei che cessassero.
Se le valli non avessero ciò per cui sono piene, temerei che si esaurissero.
Se tutte le creature non avessero ciò per cui sono vive, temerei che si estinguessero.
Se i principi feudali non avessero ciò per cui sono stimati (ed) eminenti, temerei che cadessero.

 

Poiché il nobile ha per radice il vile, l’alto ha per fondamento il basso, i principi feudali chiamano se stessi «orfano», «derelitto» «indigente». Questo perché considerano l’infimo come radice. Non è forse così? Poiché la gloria suprema, è senza gloria, non vogliono essere preziosi come giada ma insignificanti come ciottoli».