LIBRI LETTI: HADDON

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«Spunta l’alba e per un breve momento il pontile in rovina è bellissimo, ma l’epicentro di una cittadina si sta già spostando a est, lungo la passeggiata in direzione del delfinario e della piscina d’acqua salata. Il pontile sta già diventando qualcosa da lasciarsi alle spalle. La gente va a ritirare le foto delle vacanze. Qualcuna contiene le ultime immagini di familiari che adesso sono morti. Sorridono, si riparano gli occhi, mangiano patatine e tengono in braccio enormi orsacchiotti di pezza. Hanno solo pochi minuti di vita ancora. In una, veramente pazzesca, un adolescente sta già cadendo, la bocca spalancata come se stesse cantando. Si celebrano i funerali e comincia la battaglia legale. La vernice si scrosta, il metallo arrugginisce. I gabbiani si radunano sulle giostre e sui belvedere. Le lampadine si spaccano, i colori sbiadiscono. I cormorani nidificano sull’impalco marcio. Quando il vento si alza le cabine della ruota paronimica oscillano e cigolano. La galleria degli orrori diventa un covo di pipistrelli grandi e piccoli; il groviglio di travi sott’acqua una dimora per le anguille di mare e i polpi. Tre anni dopo un uomo che cammina lungo la spiaggia col cane troverà un teschio sbiancato dal mare gettato a riva di una tempesta invernale. Verrà seppellito con regolare rito funebre in un angolo del cimitero della St Bartholomew’s Church sotto una lapide su cui ci sono incise queste parole: ‘anche il regno dei cieli è simile a una rete gettata dal mare, che raccoglie ogni sorta di cose’.

 

Già da questo stralcio evocativo si può capire la dimensione onirica, ma anche lirica e intensa che Haddon ci regala. Il libro è composto da 9 racconti molto diversi tra di loro: ci si imbatte in un ospite inaspettato nel giorno di Natale, un vecchio pontile che crolla sotto gli occhi sorpresi dei villeggianti, di una storia sul peso della propria corporeità e di come questa diventa un macigno, una zavorra (forse il più bel racconto, quanto doloroso, della raccolta), di una foresta tropicale che nasconde e oscura il passaggio di uomini non ancora coscienti del proprio mondo interiore, due ragazzini alle prese con una semiautomatica e per gioco e quasi per caso vedono segnare per sempre il loro destino. I ragazzi che se ne andarono di casa in cerca della paura è una raccolta che merita la lettura, in quanto l’autore dà prova di versatilità, e dopo l’indimenticabile Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte in maniera diversa e opposta ci racconta di altre paure, di animi umani in conflitto, di sentimenti voluti e a volte non rispettati, di un mondo interiore, e di una terra che a volte ci è amica ma tante altre è lì pronta per farci pagare il conto per azioni sconsiderate commesse.

 

“Non riesce a credere che qualcuno sia in grado di sopportare questo genere di dolore. Pensa ai pastori insonni nella neve azzurra, stretti nelle loro pelli, in attesa dei lupi, armati solo di una fionda. Pensa ai soldati che tornano da ogni campagna estiva senza gambe e senza braccia, i monconi come cera fusa. Pensa alle donne che partoriscono in tuguri di pietra con tetti che perdono e pavimenti di fango. Pensa a quel che occorre sopportare per vivere vite del genere, e comincia a capire che la richezza l’ha privata dell’unica dote che le serve adesso”.

LIBRI LETTI: OATES

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Figli randagi è il titolo di un raccolta di racconti edita da E/O della ormai autorevole Joyce Carol Oates. La raccolta di racconti è composta da sei storie scritte fra il 1965 e il 1972, quando l’autrice, comincia ad ottenere i primi riconoscimenti importanti, si pensi al National Book Award che le viene conferito nel 1970.
I racconti che compongono la raccolta sono:
– Dove stai andando, dove sei stata?
– Desideri appagati
– Figli randagi
– Una ragazza sull’orlo dell’oceano
– Nella regione di ghiaccio
– Sabato di follia

Protagonista assoluta della raccolta è l’adolescenza, un periodo della vita tanto caro all’autrice e più volte descritto nei suoi racconti e romanzi.
I protagonisti sempre ben caratterizzati, sono giovani e giovanissimi, che si avvicinano al mondo degli adulti con incertezza, e sembrano non capirlo, o non riescono ad adeguarvisi.
Dall’altro lato anche gli adulti raccontati non riescono a trovare un proprio centro, una propria stabilità, sono in perenne conferma della propria identità, ma dalla loro hanno l’età che spesso è sinonimo di maturità ma che alle volte è solo apparenza.
Nelle storie un senso di inadeguatezza e solitudine accompagna ad ogni passo questi giovani, a rinforzo di ciò come se non bastasse la Oates – come ormai ci ha abituato – racconta della violenza, che sia essa fisica o psicologica, che fa parte della natura umana così come può essere l’amore e il desiderio.
Un libro che per gli amanti della scrittrice sicuramente non va perso, anzi, racconta in maniera interessante ciò che sul nostro corpo è già scritto: tracce di violenza, solitudine, durezza di vita quotidiana, amore e bisogno d’amore.

Piccola curiosità: Dove stai andando, dove sei stata?, il racconto che apre la raccolta, ha trovato felicemente anche una trasposizione cinematografica nel 1985 con il film Smooth Talk interpretato da Laura Dem e Treat Williams per la regia di Joyce Chopra.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO IN CUI LA MUSICA DIVENTA ROMANZO

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«Tre colori, tre favole piene di poesia e di emozioni. La prima storia, “Neve”, è bianca e riposante, come la neve e l’Asia che la ispirano. Yuko è un giovane poeta giapponese. Nei suoi haiku sa cantare solo lo splendore e la bianchezza della neve. Soseki è un anziano pittore divenuto cieco che vive nel ricordo di un amore perduto. Neve è una ragazza bellissima. Il suo corpo giace per sempre tra i ghiacci. A legare i loro destini, un filo, disperatamente teso tra le cime di due montagne, come simbolo di un esercizio funambolico impossibile da eseguire. “Il violino nero” è la seconda storia, nera come le note del pentagramma, inquietante come l’atmosfera di una Venezia silenziosa ma percorsa da echi della coscienza e dei desideri. Un giovane genio coltiva l’ambizione di “mutare in musica la propria vita”. Una donna misteriosa esprime in un canto dalle divine sonorità la profonda innocenza della sua anima. Un anziano liutaio ha creato uno splendido violino, nero come gli occhi e la chioma di quella donna. “L’apicoltore”, la terza storia, ha il colore dell’oro come il sogno folle di un giovane che dal Sud della Francia parte per l’Africa. Aurélien cerca in ogni cosa l’oro della vita, ossia la bellezza, la magia, il colore caldo del sole, ed è incantato dalle api, “che possono morire d’amore per un fiore”. Dopo infinite avventure farà ritorno a casa per scoprire dentro di sé il seme di un puro amore per l’unica donna che lo ha da sempre aspettato, piena di fiducia e speranza».
Non conoscevo prima di leggere questa trilogia Maxence Fermine, autore francese, che con levità ed estrema poesia confeziona queste tre storie deliziose. Che si leggono tutte di un fiato. Non si riesce a smettere perché ogni capitolo – di circa una pagina – chiama l’altro, e diventa una corsa per sapere il destino di Yuko, del giovane che insegue la partitura perfetta, e dell’utopico quando scanzonato Aurélien. Ci si trova leggere pagine bellissime come: «[…] Sì, una donna. Perché l’amore è l’arte più difficile. E scrivere, danzare, comporre, dipingere, sono la stessa cosa che amare. Funambolismi. La cosa più difficile è avanzare senza cadere. Soseki, invece, alla fine cadde per via dell’amore per una donna. Ma l’arte lo salvò dalla disperazione e dalla morte […]». O ancora stralci sul senso della scrittura: «[…] In verità, il poeta, il vero poeta, possiede l’arte del funambolo. Scrivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo della poesia, di un’opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio, aiutato dal bilanciere della penna. Non è neppure andar dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quando la cascata di una virgola o l’ostacolo di un punto. No, il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all’altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure per qualche istante, dalla corda dell’immaginazione. In verità, il difficile è diventare funambolo della parola». Per concludere un’esternazione efficace sulla guerra: «Era dunque quella, la guerra? Quella carneficina incessante, quei feriti e quei morti intorno a lui con in bocca un gusto di sangue e di fango? Quei soldati laceri, lerci e maleodoranti, privi tanto di pane quanto di anima? Quello strepito assordante che gli percuoteva i timpani fino a farlo urlare di dolore? Dov’era finita la musica che fino a poche ore prima gli cullava la vita al suono del violino? La guerra non era dunque altro che quella bocca famelica e mai sazia?». Sei un po’ vi ha incuriosito, leggetelo!

 

 

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO SULLA MAFIA

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«A certi uomini tocca il mondo intero, a certi altri un’ex prostituta e un viaggio in Arizona. Tu sei tra i primi, ma, mio Dio, non ti invidio il sangue che hai sulla coscienza».

L.A. Confidential è un romanzo poliziesco scritto da James Ellroy, pubblicato negli Stati Uniti nel 1990. «La storia è costruita intorno a tre poliziotti, Bud White, Jack Vincennes ed Ed Exley nella Los Angeles (L.A.) dei primi anni cinquanta, la Los Angeles di Hollywood, delle dive del cinema e della polizia più efficiente al mondo. Dopo aver costruito ad arte una tensione feroce fra i tre protagonisti, in occasione del cosiddetto Natale di Sangue (una gigantesca zuffa scoppiata fra poliziotti e criminali proprio la notte del Natale del 1951 e che avrà strascichi pesantissimi per il Dipartimento), Ellroy fa del massacro del Nite Owl (sei persone massacrate in un coffee shop losangelino, apparentemente senza moventi precisi e senza che vi siano prove schiaccianti a carico di chicchessia) il cuore dell’intricatissima trama del romanzo: a poco a poco, emergerà un verminaio fatto di collusioni fra polizia e stampa sensazionalistica, polizia e criminalità organizzata dedita alla produzione di materiale pornografico estremo e al traffico di droga, potere politico e criminalità. E nessuno dei protagonisti potrà non fare i conti con sé stesso e con il proprio passato (specie Ed Exley, figlio dell’influentissimo ex-capo della Polizia Preston Exley, in realtà anche lui tragicamente coinvolto nelle oscure trame della vicenda). Proprio il Nite Owl scombussolerà le vite dei protagonisti per sempre, mettendoli faccia a faccia alla ricerca di una verità scottante e terribile. Nel romanzo appaiono o vengono citati personaggi realmente esistiti come il magnate Howard Hughes, l’allora capo della polizia di Los Angeles William H. Parker, l’editore Robert Harrison, il musicista Spade Cooley, il mafioso Jack Dragna, il noto gangster Mickey Cohen e il suo braccio destro Johnny Stompanato, il quale ebbe veramente una relazione con l’attrice Lana Turner e fu successivamente ucciso dalla figlia di questa.
Un romanzo che tiene alta la tensione nel corso di tutta la narrazione, anche se avrei sfoltito qui e li più di qualche pagina. Ormai, un cult del genere noir, se vi piacciono gli intrighi spy-story e criminalità questo è il libro che fa per voi.

 

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO DI UN AUTORE CHE NON AVETE MAI LETTO

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Corri, Coniglio è un romanzo di John Updike del 1960. Il romanzo introduce il personaggio di Harry Angstrom, detto “Coniglio”, che è poi apparso nei romanzi Il ritorno di Coniglio (1971), Sei ricco, Coniglio (1981), e Riposa Coniglio (1992).

Per parlare di questo libro voglio introdurre le parole scritte dallo stesso autore in una postfazione inedita uscita per i tipi di Einaudi:

«[…] Corri, Coniglio, in armonia con il suo protagonista irrequieto e indeciso, esiste in più forme di qualsiasi altro dei miei libri. Eppure avevo uno scopo piuttosto semplice: raffigurare un campione sportivo del liceo sulla scia dei suoi giorni di gloria. Mio padre insegnava in una scuola superiore, e uno dei suoi compiti extracurriculari consisteva nel controllare il ricavato dalla vendita di biglietti dei nostri incontri di basket. Accompagnandolo, in casa e in trasferta, assistei all’epoca a moltissime partite scolastiche, e dieci anni dopo ero ancora profondamente imbevuto della loro epopea, dispiegata tra trionfi e sudore nell’intimità vividamente illuminata delle sovraffollate palestre liceali. Inoltre, la nostra cittadina della Pennsylvania, Shillington, era piena di relitti di ex assi della pallacanestro e altri due scritti dedicati allo stesso tema avevano preceduto Coniglio sulla carta stampata, il racconto Asso nella manica e la poesia Ex Basketball Player.

Un tempo Flick giocava nella squadra del liceo, i Maghi.

Era bravo: il migliore, in effetti. Nel ‘46

intascò trecentonovanta punti,

un record ancora imbattuto nella contea. La palla amava Flick.

L’ho visto segnarne trentotto o quaranta

in una sola partita giocata in casa. Le sue mani erano come uccelli

selvatici.

A questa impressione adolescenziale di eroica grandezza i miei anni di vita adulta avevano aggiunto sensazioni di interdipendenza domestica e di claustrofobia. Sulla strada, di Jack Kerouac, era uscito nel 1957 e, pur senza averlo letto, mi aveva irritato il suo apparente invito a tagliare i ponti; Corri, Coniglio voleva essere una realistica dimostrazione di quello che succede quando un giovane capofamiglia americano prende la via della libertà: le persone lasciata indietro soffrono. Non esisteva un sistema indolore per sfuggire alla maglie sfilettate, ma ancora salde, del tessuto sociale degli anni Cinquanta. Giungere ad una conclusione morale così perbenistica non era certo il mio unico intento: il libro finisce con una nota estatica e aperta che doveva mantenere questa sua apertura, a testimonianza della ricerca ostinata e amorale, cui i nostri cuori non sanno rinunciare, di quanto un tempo si chiamava grazia».

Postilla sul titolo: «Il titolo può essere interpretato come una sorta di consiglio (l’eco della canzone di un musical britannico del 1939, di Noel Gay e Ralph Butler, non è voluta: solo di recente ho avuto tra le mani lo spartito di Run Rabbit Run e ho potuto leggervi l’intimazione contenuta nelle parole: ‘Don’t give the farmer his fun, fun, fun. / He’ll get by without his rabbit pie’).

Desideroso di leggerlo da tanto, non mi è affatto dispiaciuto, anche se credo che leggerò tutta la quadrilogia a piccole dosi, non uno dietro l’altro. Harry Angstrom al di là delle sue stramberie si sa far voler bene, anche se un personaggio che mi è rimasto particolarmente nel cuore è il pastore Eccles che rappresenta un guida poco convenzionale per Coniglio, e nel romanzo ben rappresenta il rapporto duale tra spiritualità e senso di realtà.

LIBRI LETTI: SITI

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Se Resistere non serve a niente, Premio Strega 2013 non mi aveva propriamente entusiasmato e fatto stare con la tensione a mille, Bruciare tutto ci è riuscito. Ci è riuscito portando in scena un tema tanto difficile quanto scomodo, quello della pedofilia e del rapporto con la fede controverso. Il tema è trattato in maniera matura, in sintonia con tutta la storia, infatti, il rapporto con Leo e Massimo – un bambino – sorprende, ma non disturba. Di contorno gli altri personaggi un po’ meno caratterizzati, la Milano moderna, gli avvenimenti puntuali odierni, lo sfascio delle famiglie in crisi e ancora quel rapporto tra un tempo andato e un tempo presente, in cui la contemporaneità si tinge di una penna attenta e complessa che perciò richiede attenzione. Il finale onestamente non me l’aspettavo affatto, cioè, quello di Leo poteva essere prevedibile, quello di Andrea è stato un vero colpo di scena..l’idea di farlo in un modo particolare richiama forse la metafora della redenzione, dell’espiazione, della colpa che brucia e si dissolve, così dentro così fuori, e poi rimangono solo parole d’invocazione: «Tu però, mio Signore, devi dirmi perché io sono così – è psicologico, biologico, ereditario, stocastico? Disfunzioni ormonali, tossine nel sistema nervoso? Tu adesso vieni giù e mi spieghi, non puoi cavartela con l’onnipotenza indecifrabile. Se è un macigno da portare, per quale colpa l’ho meritato? Ma Dio restava muto» che resteranno senza risposta, un muro sordo che scivola nelle brame di un mondo giudicante.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO AMBIENTATO SU UN’ISOLA

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«Perché continui a chiamarmi Kirstie? Kirstie è morta. Mamma, io sono Lydia, è stata Kirstie a morire»

Nel silenzio della sera sull’isola di Skye, Sarah accarezza i biondi capelli della sua bimba di sette anni, Kirstie, appena addormentata. Capelli identici, come ogni altra cosa, a quelli della sorellina gemella Lydia. Ma un anno prima Lydia è morta improvvisamente, lasciando un vuoto così grande da costringere Sarah e la sua famiglia a fuggire da tutto e da tutti. Lì in Scozia, tra scogliere impervie e cieli immensi, Sarah spera di ritrovare la serenità. Ma, quando una violenta tempesta sferza l’isola, Sarah e Kirstie rimangono isolate. Nel buio, la bambina sussurra: «Mamma, perché continui a chiamarmi Kirstie? Io sono Lydia. Kirstie è morta, non io». Sarah è devastata e il tarlo del dubbio comincia a torturarla. Cos’è successo davvero il giorno in cui una delle gemelle è morta? È possibile che una madre possa non riconoscere sua figlia?

Serve veramente cercare di sfuggire dai propri fantasmi rifugiandosi su un’isola deserta?Quando i fantasmi li abbiamo dentro nessun luogo ne geografie servono a rasserenare l’animo.

Un thriller psicologico che all’inizio fa faticare a decollare, nello sviluppo centrale si riprende bene, nel finale sembra voler strafare, si pensi alla modalità della tragedia e all’ingenuità su cui dovrebbe reggere tutta l’architettura testuale: una madre che in preda al dubbio/pazzia si chiede chi sia veramente la figlia rimasta in vita, Lydia o Kirstie? Ma una madre sa sempre riconoscere il/la figlio/a che ha di fronte, vuoi da un particolare, vuoi da un atteggiamento, vuoi da un vezzo infantile, vuoi da una piccola insenatura corporea che la identifichi. E invece no, l’autore vuol convincerci del contrario, ma io riserbo fortemente i miei dubbi. Senza svelare troppo del finale, un elemento su cui mi trovo d’accordo è che in queste tragedie dietro c’è sempre una situazione familiare precaria, debole, in affanno, come quel rapporto di odio di Angus nei confronti della moglie che solo il lettore che girerà l’ultima pagina saprà spiegarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DI UNA VITA DI UN SANTO O DI UNA SANTA

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È la storia di un incontro, questo libro intimo e provocatorio: tra una grande scrittrice che ha fatto della parola il proprio strumento per raccontare la realtà e una donna intelligente e volitiva a cui la parola è stata negata. Non potrebbero essere più diverse, Dacia Maraini e Chiara di Assisi, la santa che nella grande Storia scritta dagli uomini ha sempre vissuto all’ombra di Francesco. Eppure sono indissolubilmente legate dal bisogno di esprimere sempre la propria voce. Chiara ha dodici anni appena quando vede “il matto” di Assisi spogliarsi davanti al vescovo e alla città. È bella, nobile e destinata a un ottimo matrimonio, ma quel giorno la sua vita si accende del fuoco della chiamata: seguirà lo scandaloso trentenne dalle orecchie a sventola e si ritirerà dal mondo per abbracciare, nella solitudine di un’esistenza quasi carceraria, la povertà e la libertà di non possedere. Sta tutta qui la disobbedienza di Chiara, in questo strappo creativo alle convenzioni di un’epoca declinata al maschile. Perché, ieri come oggi, avere coraggio significa per una donna pensare e scegliere con la propria testa, anche attraverso un silenzio nutrito di idee. In questo racconto, che a volte si fa scontro appassionato, segnato da sogni e continue domande, Dacia Maraini traccia per noi il ritratto vivido di una Chiara che prima è donna, poi santa dal corpo tormentato ma felice: una creatura che ha saputo dare vita a un linguaggio rivoluzionario e superare le regole del suo tempo… Letto per pura curiosità sulla vita della santa, mi ha piacevolmente colpito, anche per il modo in cui è nato il libro – che non si colloca in una vera e propria biografia o agiografia, meglio dire una ricostruzione storica che si serve del saggio – attraverso una scambio di e-mail scambiate tra Chiara Mandalà, una studentessa diciannovenne e la scrittrice, che invita la Maraini a scrivere a capire qualcosa in più della Santa Chiara del passato per scoprire un po’ di più della Chiara – che le scrive – di oggi. Il ritratto della Chiara che esce è il seguente: « […] una antesignana della difesa dei diritti della donne, anche se non ha mai pensato in termini di rivendicazione, sentimento lontano dalla sua natura e dalle sue scelte di vita. Ma certamente ha messo in pratica quello che molte donne avrebbero voluto e non hanno potuto fare: conciliare una adesione formale alle regole misogine disposte dall’altro con una prassi di libertà. Una libertà non dettata da egoismi e vendette, ma da una fedeltà ancora più profonda alle proprie scelte religione. Padrona di sé, autonoma nella elaborazione di un pensiero proprio, rivendicatrice di una libertà se non sociale, cosa impossibile per quei tempi, per lo meno psichica e mentale».

 

LIBRI LETTI: TRUSS

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Un manuale sulla punteggiatura, inaspettato e clamoroso bestseller in Inghilterra e negli Stati Uniti, scritto da una giornalista stanca di rabbrividire leggendo testi in cui punti e virgole sono messi al posto sbagliato. Tra esilaranti equivoci e clamorosi errori derivanti da un uso improprio della punteggiatura, Lynne Truss ci insegna a comunicare nel rispetto della lingua e delle sue regole. L’autrice usando in pieno l’humor britannico – con cui non sono entrato proprio in sintonia devo dire – ci racconta la storia, l’uso e l’abuso dei segni di punteggiatura: virgola, punto, apostrofo, virgolette, trattini. L’elemento che più penalizza il libro, o meglio il lettore italiano è una non proprio adeguata traduzione che riporta gli esempi/consigli che l’autrice ha confezionato con l’inglese, e ovviamente poi nella traduzione italiana perdono, e in più di qualche caso sono completamente diversi. Peccato, peccato per una traduzione non accurata, o meglio per la mancanza di equivalenti italiani. Bella idea, bello il fatto che sia diventato un bestseller su un argomento di così non proprio largo respiro, meno la riuscita, ma non sempre le ciambelle riescono col buco.

LIBRI LETTI: VOLPE

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«Le nostre azioni non sono solo nostre, riguardano sempre anche il resto del mondo, così come la nostra vita finisce per non essere mai esclusivamente nostra, ma un po’ anche di chi viene toccato dai nostri gesti».

La traiettoria dell’amore, ultimo romanzo di Claudio Volpe, in lizza per il Premio Strega – ma non rientrato tra i 12 finalisti di quest’anno – ci racconta proprio dell’amore, nelle sue molteplici sfaccettature. Quell’amore che porta con sé l’incomprensione, la delusione, la colpa, il rimorso, ma che richiede anche un’indagine di sé e una presa di coscienza.
Protagonisti del romanzo sono Sara e Giuseppe, che hanno un rapporto difficile, particolare, strano, non si vedono da troppo tempo, Giuseppe ha deciso che l’omosessualità della sorella che è fidanzata con Andrea non può essere accettata, quindi meglio tenerla lontana. Tenere a distanza una sorella perché ama una donna? Perché vive l’amore? Perché esprime i propri sentimenti e non si nega? Sì, e questa è una storia comune, una realtà vicina a tante piccole – e meno piccole – famiglie italiane. Dove per un amore sbagliato si cancellano d’un tratto gli affetti.
Nel romanzo attraverso un espediente narrativo – che richiama un gioco che i due fratelli facevano da bambini – si arriva alla tragedia, allo sbaglio, – non vorrei esagerare dicendo – alla rivincita condotta dal fato, perché quel Giuseppe che aveva allontanato sua sorella sarà costretto a mani basse a chiedere aiuto alla sorella. Giuseppe che ritorna sui proprio passi. Giuseppe che non parla. Giuseppe che si tiene dentro tutto e poi esplode. Un tachimetro difettoso, e l’acceleratore ha decretato la sua condanna.
Il romanzo di Volpe è cupo, ansiogeno, ti cattura e ti fa inoltrare senza filtri in questa vicenda in cui la traiettoria dell’amore spariglia le sue direzioni. Direzioni che chiamano riflessione, chiamano colpa, chiamano momenti bui, chiamano aiuto e fuga, senza soluzioni di luce, come un tunnel che percorri su un auto senza freni e senza mai vedere la luce e tutto ad un tratto senti un rumore assordante, l’auto si spegne, scendi dall’auto e li ha inizio quella parte di vita che mai avresti desiderato, non solo per te, ma anche per tutti quelli che ti stanno intorno. Perché uno sbaglio, una colpa, è un sistema complesso che interessa oltre te, tante altre anime, piccole particelle, atomi d’amore soggetti alla rottura, dimenticando spesso l’atto del resistere.

«Non chiederti perché la gente diventa pazza, chiediti perché non lo diventa. Davanti a tutto quello che possiamo perdere in un giorno, in un istante, è meglio chiedersi cos’è che ti fa restare in piedi».