LIBRI LETTI: ADICHIE

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Ho scelto volutamente un libro breve dell’autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie per entrare nel suo mondo, per iniziare a conoscerla, per istaurare un legame con lei.
Dovremmo essere tutti femministi è un piccolo libro che raccoglie l’intervento che l’autrice ha tenuto TEDx, l’obiettivo dei relatori è quello di scuotere e ispirare gli ascoltatori con brevi discorsi. Chimamanda lo fa portandoci la sua testimonianza di femminismo, un femminismo del XXI secondo che attinge fortemente dal suo passato, dalla sua cultura d’origine.
«[…] La parola «femminista» si porta dietro un bagaglio negativo notevole: odi gli uomini, odi i reggiseni, odi la cultura africana, pensi che le donne dovrebbero sempre essere ai posti di comando, non ti trucchi, non ti depili, sei perennemente arrabbiata, non hai senso dell’umorismo, non usi il deodorante.
[…]
C’è chi chiede: «Perché la parola “femminista”? Perché non dici semplicemente che credi nei diritti umani, o giù di lì?» Perché non sarebbe onesto. Il femminismo ovviamente è legato al tema dei diritti umani, ma scegliere di usare un’espressione vaga come «diritti umani» vuol dire negare la specificità del problema del genere. Vorrebbe dire tacere che le donne sono state escluse per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema del genere riguarda le donne, la condizione dell’essere umano donna, e non dell’essere umano in generale. Per centinaia di anni il mondo ha diviso gli esseri umani in due categorie, per poi escludere e opprimere uno dei due gruppi. È giusto che la soluzione al problema riconosca questo fatto.
Alcuni uomini si sentono minacciati dall’idea del femminismo. Credo sia dovuto all’insicurezza provocata dalla loro educazione, per cui la loro autostima diminuisce se non sono «naturalmente» al comando in quanto uomini».
Si legge in fretta, e lascia materiale su cui riflettere, soprattutto negli uomini – che troppo spesso – non si pongono il problema di una differenza di genere che penalizza, toglie diritti, vive di retaggi culturali inconsistenti. L’autrice ci porta nel suo mondo e lo fa attraverso piccoli spezzoni della vita quotidiana, raccontandoci aneddoti come questo: «conosco una famiglia con un figlio e una figlia. Hanno un anno di differenza e sono entrambi bravissimi a scuola. Quando il maschio ha fame, i genitori dicono alla femmina: «Vai a fare dei noodles per tuo fratello». A lei non piace preparare i noodles, ma è una ragazza e deve farlo. E se i genitori, fin dall’inizio, avessero insegnato a entrambi i figli a cucinare i noodles? Tra l’altro, saper cucinare è una competenza pratica molto utile per un ragazzo. Ho sempre trovato assurdo delegare una cosa fondamentale come la possibilità di nutrirsi.
Conosco una donna che ha gli stessi titoli di studio e lo stesso lavoro del marito. Quando tornano a casa, è lei a occuparsi di gran parte delle faccende domestiche, e questo accade in molti matrimoni, ma la cosa che mi ha colpita è che quando lui cambia il pannolino al bambino lei lo ringrazia. E se invece le sembrasse normale e naturale che il marito si occupi del figlio?».
Bello, mi piacerebbe leggere una collana di interventi di questo tipo, sugli argomenti più disparati scritti da personalità di rilievo. Consigliato, dovremmo essere tutti femministi, anche quando ce ne dimentichiamo.

 

LIBRI LETTI: MCGRATH

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Follia è forse il più famoso libro dello scrittore inglese Patrick McGrath. Si narra di un’ossessione sessuale tra Stella, moglie insoddisfatta e triste di Max, vicedirettore di un grande manicomio in quel di Londra, e Edgar Stark, un paziente in regime di semilibertà che si dedica ogni giorno al giardinaggio e al restauro di una serra fatiscente.
Dall’incontro tra questi due si svolgerà tutta la vicenda, tra intrighi, omissioni, incontri fugaci, fino alla capitolazione dei sentimenti di facciata per andare incontro ad una libertà cercata, desiderata senza risparmiarsi. Perché Stella «per la prima volta sentiva che era valsa la pena di saltare nel vuoto, perché alla fine avrebbero trovato il posto sicuro dove amarsi senza paura. E fu in quello spirito che fecero l’amore: senza paura, liberamente, mentre i treni rombavano sul viadotto nella notte. E Stella lo fece ridendo, gridando, urlando al magazzino intero tutta la vita che aveva dentro».
Non c’è che dire un bel libro, però non mi ha fatto propriamente impazzire. Per due motivi: lo stile narrativo troppo ‘clinico’ che permea tutto il romanzo e il punto di vista della narrazione, raccontata da uno psichiatra, quasi come se osservasse dall’alto tutta la vicenda, e non intervenisse mai. Sapesse in anticipo, ma per scopo della narrazione restasse immobile. Forse avevo più alte aspettative, non so. L’idea di McGrath della testa però rimane geniale!

 

LIBRI LETTI: ROBINSON

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«Si deve perdonare per poter capire. Fino a quando non perdoni ti difendi dalla possibilità di capire».

Proseguo della trilogia di Marilynne Robinson, Casa, è il secondo della serie, dopo Gilead. Ma di cosa parla il libro? Parla del ritorno a casa di Jack Boughton, dopo anni e anni di assenza, quando la sua vita era data per spacciata si ripresenta sull’uscio di casa in cerca di riparo. Il patriarca senza remore decide di accoglierlo, lui fratello di altri 7 figli, forse il più amato tra gli altri ma anche il più problematico, il più corrotto, il meno ligio al dovere e alla buona condotta.
Siamo sempre nella culla del radicalismo a Gilead e ad accudire il padre negli anni c’è stata Glory, una donna di trentotto anni che per una delusione e sporca menzogna si ritrova – nel obiettivo di farsi passare una delusione – nella cura del focolare domestico.
Ed è qui che i giochi e i retroscena familiari si riattivano: «via via che i giorni passavano, Jack la cercava sempre più spesso per parlare con lei, e quando le parole cedevano al silenzio a volte le sorrideva, quasi a dire: Fra tanta gente, proprio tu e io, e fra tanti posti, proprio qui, ad ammazzare il tempo perché non sappiamo cos’altro farci. Un estraneo avrebbe potuto guardarla così, al di là del tedio di quella situazione, al di là della compagnia fortuita derivata dal fatto di ingannarlo insieme, per farle sapere in maniera dignitosa e impersonale quanto gli facesse piacere la sua presenza.
E a volte, quando lavoravano in giardino o rigovernavano, Glory si accorgeva che si era tirato indietro per osservarla, valutarla, come se di colpo avesse accantonato ogni supposizione sul suo conto, come se lei fosse qualcuno che annoverava in qualche proposito e sul cui conto era consapevole di non sapere nulla di fondato, o nulla di importante, qualcuno che doveva riconsiderare attentamente. Dall’infanzia Glory non ricordava il vezzo che lui aveva adesso di passarsi la punta della lingua sul labbro inferiore, però le sembrava di ricordare l’estraniamento del suo sguardo, quell’espressione insistente di calcolo, di calma estremamente attenta. Non poteva che essere paura, e lei avrebbe voluto dirgli “Ti puoi fidare di me”, ma questo glielo avevano sempre detto tutti, e lui rideva fingendo di credere alle loro parole, e avrebbe voluto farlo, ne era sicura, ma non lo faceva mai. Il padre diceva sempre: “Quanta solitudine c’è in lui”, e quando Glory adesso gliela vedeva si sentiva sola, addirittura abbandonata per un attimo, fino a quando non ricominciava la celia confortevole e familiare. Lui le diceva: “Ehilà, bimba”, per distoglierla dai suoi pensieri. Erano davvero pensieri molto tristi, come dovevano esserlo anche i suoi, e le rivolgeva un sorriso solidale, quel compagno perplesso e improbabile».
La Robinson in questa seconda avventura, come fosse una parabola, ci racconta di perdono, di reintegrazione nel contesto familiare di origine, di accoglienza nella casa del padre: «forse il grande dolore o la grande colpa devono semplicemente essere accettati come assoluti, come una rivelazione. La mia iniquità/punizione è talmente grande che mi riesce insopportabile. In ebraico, diceva il padre, quell’unica parola aveva due significati e noi ne sceglievamo uno, trovando così maggiori difficoltà a capire perché il Signore avesse perdonato e protetto Caino, permettendogli di continuare la sua vita, di sposarsi, di avere un figlio, di edificare una città. Il suo delitto fu il suo castigo, e questo doveva significare che in fondo non era poi tanto malvagio. Forse un giorno avrebbe potuto menzionare questo fatto a Jack, se mai avesse avuto l’impressione che il discorso fosse arrivato a un punto in cui poteva osare, poteva trovare la delicatezza sufficiente per paragonarlo a Caino. Rise di sé stessa. Che idea».
Non mi resta che leggere Lila e vedere come fa a finire questa storia di perdono e pentimento, dove la Robinson fa trionfare i sentimenti anche quando questi non corrispondono solo a positività.

«– Be’, dovresti ricordarli, Jack. Tua madre cuoceva sempre qualcosa al forno. In casa eravamo in dieci, e a quei tempi ricevevamo visite in continuazione. Era convinta di dover avere qualcosa di buono da offrire. Le ragazze venivano qui ad aiutarla, a preparare dolci e biscotti. Quante chiacchiere e risate. E di quando in quando anche un po’ di nervosismo e di baruffe. Sì. Ma tu eri sempre da qualche altra parte.
– Non sempre.
– No, non sempre. Era solo la mia impressione.
– Mi dispiace.
– Be’, sentivamo la tua mancanza, sai.
E adesso eccolo qui, pensò Glory, macilento e provvisorio, con ben poche tracce della sua giovinezza tranne quell’elusività, quella reticenza divertita, che sembrava addirittura portare sulla pelle. Era appoggiato contro il piano di lavoro con le braccia conserte e osservava il padre che lo soppesava, sorridendo con quel suo sorriso duro e malinconico di ciò che vedeva attraverso gli occhi del vecchio, quasi a dire: «In tutti questi anni ti ho risparmiato la consapevolezza che non ero degno del tuo dolore».

Ma il vecchio disse: – Vieni qui, figliolo, – e prese le mani di Jack, le carezzò e se le portò alla guancia. Disse: – È una cosa straordinaria, la famiglia.
E Jack rise. – Sì, signore. Sì, lo è. Questo lo so bene.
– Be’, – disse, – se non altro sei a casa».

«Era stata orgogliosa di tutto questo, paga all’idea che era provvidenziale che si fosse trovata là, dopo aver appena assaggiato lei stessa la feccia dell’esperienza, dopo aver conosciuto qualcosa di più squallido del normale insuccesso… era stata una dolce provvidenza a rimandarla a casa, a quel luogo di estrema ed infinità integrità, dove gli sforzi sinceri portavano tanto prevedibilmente al successo, al successo alla maniera dei Boughton, addirittura, quello soggetto a essere mezzo occultato dai rigori di sforzi ancora più sinceri. Non che riuscisse a dimenticare completamente l’amarezza della sua mortificazione, non che preferisse il corso che la sua vita aveva preso a quello che si era immaginata. Però era convinta di essersi salvata dalla vergogna del fallimento nudo e crudo grazie al bene che era in grado di fare al fratello».

RC2017, UN LIBRO SCRITTO DA UN PREMIO NOBEL

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«Voglio vedere,” disse Burton. “Se vi tagliate un dito e gli streptococchi entrano nella ferita, c’è una gonfiezza e un dolore. Il gonfiore è la lotta del vostro corpo, il dolore è la battaglia. Non potete dire chi vincerà, ma la ferita è il primo campo di battaglia. Se le cellule perdono il primo scontro i germi invadono e il combattimento si estende al braccio. Mac, questi vostri uomini sono simili all’infezione. Qualcosa è entrato nell’uomo, una piccola febbre si è sviluppata, e le ghiandole linfatiche sono all’opera. Io debbo vedere, e perciò debbo essere dov’è la ferita.”
“Uno sciopero è una ferita?”
“Sì. Gli uomini raggruppati prendono sempre qualche infezione e questa pare piuttosto seria. Voglio vedere, Mac. Voglio osservare questi gruppi perché essi mi appaiono come un nuovo individuo, non come un insieme di uomini. Un uomo in gruppo non è più se stesso; è la cellula di un organismo, che non è lui come le cellule del vostro corpo non sono voi […]».

Non siamo ai livelli di Furore, Uomini e Topi o Pian della Tortilla, da alcuni è considerato il suo capolavoro, ma non sono d’accordo, vuoi anche per la traduzione datata e che andrebbe revisionata di Montale.
Siamo alle prese con la Grande Depressione, in un America rurale ed è qui che si muovono tutti i personaggi: braccianti e contadini che oltre a fare i conti con la grave penuria alimentare devono sopportare e sottostare agli ingiusti soprusi dei grandi proprietari terrieri. Ed è da qui che prende vita la narrazione con i due protagonisti, membri del partitolo comunista, che organizzano uno sciopero – da qui il titolo la Battaglia – che acuirà la rabbia, lo sdegno di questi braccianti, fino al triste epilogo di un segno di svolta. Di una resistenza. Forse mancata, forse sfumata, o ancor meglio solo rimandata a tempi migliori.

Curioso di vedere la trasposizione proposta al cinema di James Franco, qui il trailer: https://www.youtube.com/watch?time_continue=39&v=yoWxNfTsrJA

LIBRI LETTI: YANAGIHARA

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“«Non abbiamo le famiglie che ci meritiamo» aveva detto Willem una volta che erano tutti belli stonati. Ovviamente, si riferiva a Jude.
«Sono d’accordo» avevo risposto JB. Ed era così. Nessuno di loro – che si trattasse di Willem, di Jude o di Malcolm – aveva la famiglia che meritava. Ma in segreto, si considerava l’eccezione. Lui ce l’aveva eccome, la famiglia che meritava. Erano tutte persone semplicemente magnifiche, e lo sapeva. Cosa ancor più importante, sapeva di meritarle.
«Ecco il mio ragazzo brillante» esclamava Yvette ogni volta che lo vedeva entrare in casa. Non gli era mai venuto in mente che potesse anche solo lontanamente essere in errore”.

 

Una vita come tante può essere definito il romanzo dell’anno. Per tanti, troppi motivi. Chi mi conosce me l’ha consigliato caldamente e sapeva già in partenza che mi sarebbe piaciuto, che mi sarei affezionato alla vita di questi 4 protagonisti.
È un romanzo dalle fattezze classiche, con un numero di pagine imponente e con un’architettura narrativa complessa, ma non per questo difficile da seguire, anzi.
Il libro ha il pregio di farti entrare in un vortice, di portarti allo straniamento dalla realtà, di instillare nel lettore la voglia pagina dopo pagina di sapere di più della vita di questi giovani.
La vita di questi ragazzi che si presenta come degli affreschi, delle fotografie, che se all’inizio ci vengono presentate da lontano con lo scorrere della narrazione – quasi si avesse un zoom – ci si avvicina, si osserva sempre più da vicino, sentendosi spesso parte della narrazione stessa. Ci si sente smarriti, ma anche felici in una New York senza tempo e senza colori politici, una New York che muta insieme all’evolvere della vita stessa di Willem, di Jude, di JB e Malcolm, prima squattrinati studenti universitari poi ambiziosi uomini alla ricerca di un proprio centro nel mondo. Un posto nel mondo che si gioca sul filo della precarietà. Precarietà di sentimenti, precarietà di aspettative, precarietà di affetti, con uno sguardo sempre volto al passato. Quello che non si dimentica. Quello che fa di te ciò che sei oggi. Quello che anche quando non vuoi ti ricorda chi eri e chi sei stato. L’autrice rappresenta bene il sostrato su cui poggia tutto il romanzo, l’amicizia: «Ora non puoi capire le mie parole, ma un giorno le capirai: l’unico segreto dell’amicizia, credo, è trovare persone migliori di te – non più furbe o più vincenti, ma più gentili, più generose, e più comprensive –, apprezzarle per ciò che possono insegnarti, cercare di ascoltarle quando ti dicono qualcosa su di te, bella o brutta che sia, e fidarti di loro, che è la parte più difficile di tutte. Ma anche la più importante».
Per non dilungarmi troppo la Yanagihara ci racconta molto bene del dolore, ma anche delle gioie, delle conquiste, dei riscatti che questo gruppo di amici, e in particolare uno, si trova a vivere, segno che dopo un grande buio, un’incessante inverno, per tutti può esserci nuova luce, un nuovo inizio, anche per il Post-Umano, che pur essendo post mostra nelle sue cicatrici un’umanità infinita.

 

«Quello che forse non sapete è che questo corso rispecchia – splendidamente e sinteticamente – la struttura stessa della nostra società, i meccanismi di cui una società come la nostra ha bisogno per funzionare. Perché esista una qualunque forma di società, serve prima di tutto un insieme di istituzioni: a questo provvede il diritto costituzionale. Serve un sistema punitivo, e per questo abbiamo il diritto penale. Dovete poi sapere che esiste un sistema che fa sì che tutti gli altri sistemi funzionino: si chiama procedura civile. Occorre un sistema che regoli le proprietà, ed è il diritto privato. Dovete che si è tenuti a un risarcimento in denaro, in caso di danni a terzi, ed è di questo che si occupa il diritto civile. E per finire, dovere sapere che le persone rispetteranno gli accordi che hanno preso e onoreranno le loro promesse, e qui entra in gioco il diritto commerciale.
Fece una pausa. Ora, non voglio sembrarvi riduttivo, ma scommetto che metà di voi si trova qui perché spera, un giorno, do poter spremere denaro alla gente – gente che deve avere un risarcimento, non c’è niente di cui vergognarsi! – e l’altra metà è qui perché è convinta di poter cambiare il mondo. Siete qui perché sognate di discutere una causa davanti alla Corte Suprema, perché credete che la vera sfida della legge si celi negli spazi vuoti tra le righe della Costituzione. Ma sono qui per dirvi…che non è così. La branca del diritto più autentica, più intellettualmente stimolante, più ricca, è quella commerciale, che è alla base dei contratti. Un contratto non è solo un pezzo di carta che vi promette un lavoro, o una casa, o un’eredità; nella sua forma più pura, più autentica, più estensiva, un contratto regola ogni sfera del diritto. Nel momento in cui scegliamo di vivere in una società, scegliamo di accettare un contratto e di rispettarne le regole – la stessa Costituzione, per quanto malleabile, è un contratto, e quando si tratta di stabilire fino a che punto sia malleabile la legge si intreccia con la politica. Ed è in base alle regole, esplicite o meno, di quel che contratto che promettiamo di non uccidere, di pagare le tasse e di non rubare. In questo caso, però, il contratto è una nostra creazione, ma anche un vincolo: come cittadini di questo paese, ci siamo assunti fin dalla nascita l’obbligo di rispettarne e seguirne le regole, e lo facciamo ogni giorno […].

LIBRI LETTI: ROBINSON

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Gilead cos’è? Uno potrebbe affermare semplicemente che sia una cittadina dell’Iowa, la fulgida stella del radicalismo, ma Gilead è molto di più. Gilead è anima e corpo, è sentimento e riflessione è peccato e pentimento. Gilead è il nulla, ma diviene il tutto attraverso l’opera di John Ames, pastore congregazionista, di 76 anni, che in questo libro in maniera evocativa quanto profonda lascia un testamento spirituale al figlio di appena 7 anni, con il dolore di un padre che osserva ed è consapevole che per colpa del divario generazionale non potrà vedere crescere la sua creatura.
John ci parla della sua vita, la analizza, e come un entomologo ne disegna e ne rappresenta tutti i suoi tratti. Ci parla del nonno abolizionista e del padre pacifista, parla del suo primo matrimonio e dei profondi dolori provocati dallo stesso, della conoscenza di sua mamma Lila, e dell’esperienza di una genitorialità indiretta con il figlio del suo migliore amico. Il tutto con uno stile lento, quasi cronometrato dal suono dei risvegli e dei riposi, tracciando una linea che in progressione disegna il messaggio evangelico, dalla «[…] benedizione, che ritengo la componente primaria del battesimo, una concretezza. Non esalta la sacralità, bensì la riconosce, e questo fatto racchiude una forza. L’ho sentita trapassarmi, per così dire. È la sensazione di conoscere veramente una creatura, sì, insomma, sentire veramente e al medesimo tempo la sua vita misteriosa e la tua vita misteriosa», all’intercessione attraverso le Sacre Scritture di ciò che rappresenta la paternità, la nascita: «quello che voglio dire è che l’immensa carità e provvidenza del Signore hanno dato alla maggior parte di noi qualcuno da onorare: al figlio il genitore, al genitore il figlio. Ho un grande rispetto per l’integrità del tuo carattere e per la bontà del tuo cuore, e tua madre non potrebbe amarti di più né essere più fiera di te. Ha assistito a quasi ogni momento della tua vita, e ti ama come ti ama Dio, fino al midollo delle tue ossa. Quindi, questo è onorare il figlio. Come vedi, amare l’essere di qualcuno è un atto estremamente divino. La tua esistenza è per noi un diletto. Spero che non dovrai mai agognare un figlio come ho fatto io, ma ah, che meraviglia è stata quando finalmente sei arrivato, e che dono del cielo è stato potermi pascere di te ormai da quasi sette anni».
Quando può essere delicata e profondamente bella l’espressione “potermi pascere di te ormai da quasi sette anni?”. Sublime.
Ma John Ames, e la Robinson che muove le redini del reverendo, fa ancor di più, prova a spiegarci cosa è la fede e quale è la distanza materiale e spirituale da tenere: «Per quanto concerne la fede, ho sempre pensato che le perorazioni abbiano la stessa irrilevanza delle critiche cui dovrebbero rispondere. Secondo me, il tentativo di difendere la fede può in realtà turbarla, perché i ragionamenti sulle questioni fondamentali hanno sempre un che di inadeguato. Prendiamo parte in toto all’Essere. Nessun respiro, nessun pensiero, nessun bitorzolo o basettone, è immerso nell’Essere in misura minore di quanto potrebbe. Eppure nessuno è in grado di dire che cosa sia l’Essere. Se definissi quello che un pensiero e un basettone hanno in comune, e un tifone e un rialzo nel mercato azionario, a prescindere dall’«esistenza», che riafferma semplicemente che occupano un posto nel nostro elenco di cose conosciute e nominabili (e che porterebbe all’intuizione: l’essere equivale all’esistenza!), avresti compiuto un’impresa meravigliosa, ma comunque troppo infinitamente parziale per avere un qualunque significato.
Ho perso il filo. Volevo dire che puoi affermare l’esistenza di qualcosa – l’Essere – senza avere la più pallida idea di cosa sia. Ma Dio corrisponde a un livello decisamente anteriore; se Dio è l’Artefice dell’Esistenza, cosa può significare dire che Dio esiste? È un problema di vocabolario. Avrebbe dovuto appartenere a una condizione precedente all’esistenza che la scarsità della nostra comprensione può soltanto chiamare esistenza. Questo chiaramente genera confusione. Ci sarebbe bisogno di un altro termine per definire uno stato o un attributo di cui non abbiamo alcuna esperienza, con cui l’esistenza così come la conosciamo può avere soltanto una lontanissima somiglianza o affinità. Perciò, creare prove in base a qualsiasi genere di esperienza è come costruire una scala che arrivi alla luna. Sembra possibile, fino a quando non ti fermi a considerare la natura del problema. Quindi, il mio consiglio è: non cercare prove. Non starci a perdere tempo. Non sono mai all’altezza della questione, e sono sempre un po’ impertinenti, secondo me, perché pretendono per Dio un posto entro la nostra portata concettuale. E, probabilmente, ti sembreranno sbagliate anche se potranno servirti a convincere qualcun altro. Alla lunga, è causa di grande sconcerto. «Così risplendano le vostre opere davanti agli uomini» ecc. È stato Coleridge a dire che il Cristianesimo è una vita, e non una dottrina, il senso era quello. Non ti sto dicendo di non dubitare o domandare mai. Il Signore ti ha dato un cervello perché ne facessi buon uso. Ti sto dicendo che devi essere sicuro che i dubbi e le domande siano tuoi, e non, per così dire, la foggia di baffi e il bastone da passeggio che vanno di moda in un determinato momento».

In questo romanzo pieno di bellezza, John Ames, non fa altro che predicare, che deriva dal verbo latino praedicaere che significa annunziare, profetare. Per dare un senso alle difficoltà. Per dare un senso a sé, per disegnare, o meglio dare traccia, a quelle coordinate da seguire al termine della sua vita terrena.

 

«Ammesso che tu abbia qualche ricordo di me, mi capirai meglio grazie a quello che ti sto raccontando. Se potessi guardarmi con gli occhi di un uomo fatto anziché con quelli di un bambino, noteresti senz’altro in me un che di crepuscolare. Mentre leggi queste pagine, spero tu capisca che quando parlo della lunga notte che precedette questi miei giorni di felicità, più che la sofferenza e la solitudine ricordo la pace e il conforto: sofferenza, certo, ma mai senza conforto; e solitudine, ma mai senza pace. Quasi mai».

 

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLA DI FOLLIA

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«C’è così poco da ricordare di ciascuno, un aneddoto, una conversazione a tavola. Ma a ogni ricordo si ritorna più e più volte, e ogni parola, per quanto casuale, si iscrive nel cuore, nella speranza che il ricordo si attui un giorno, e diventi carne, e che i vagabondi trovino una strada verso casa, e che i morti, di cui sentiamo sempre la mancanza, passino finalmente attraverso la porta e ci accarezzino i capelli con affetto sognante e abituale, perché non avevano l’intenzione di farci attendere così a lungo».

Un libro difficile, complicato.
Un libro che richiede attenzione.
Un libro in cui la parola è misurata, come un pendolo che oscilla e ti ricorda il tempo che passa.
Un libro sull’assenza, sull’abbandono, sulla crescita che va gestita, su un’infanzia misera, quella di Ruth e Lucille, accudite dalla sorella minore della mamma Helen, Sylvie.
Sylvie la ragazza scomparsa. Sylvie la dimenticata. Sylvie la creatura solitaria, incompresa, Sylvie che ama il buio e nel buio ritrova sé stessa, Sylvie che ama i piccioni, Sylvie che ama le piccole cose, ma anche la casa, anche se non è proprio la mamma modello che tutti vorrebbero.
La Robinson ci racconta con delicatezza, in cui però c’è complessità la crescita di queste due fanciulle orfane, degli attimi di quotidianità, dei gesti semplici, della natura che sconfina con l’ordinario, della vita che più in generale sembra richiamarci ad ogni pagina un concetto semplice quando doloroso: scopo della vita è vivere, ma morire ne è il processo naturale.

Non l’ho amato, perché una storia del genere difficilmente si fa amare. Ma dopo questa lettura sono sicuro che voglio leggere altro dell’autrice, partendo da Gilead, primo della sua promettente trilogia.

«Sylvie non voleva perdermi. Non voleva che io diventassi gigantesca e multipla, tanto da riempire l’intera casa, e non voleva che diventassi sottile e solubile, tanto da passare attraverso le membrane che separano sogno da sogno. Non voleva ricordarmi. Preferiva di gran lunga la mia semplice, ordinaria presenza, per quanto silenziosa e goffa io potessi essere. Perché così poteva guardarmi senza forti emozioni: una forma familiare, una faccia familiare, un silenzio familiare. Poteva dimenticare che ero nella stanza. Poteva parlare tra sé, o a qualcuno nei suoi pensieri, con piacere e animazione, anche mentre sedevo accanto a lei – a tanto si spingeva la nostra intimità, fino al punto che lei non si dava per me alcun pensiero».

Una chicca che pochi sapranno, è che ne è stato tratto un film diretto da Bill Forsyth, col titolo, Una donna tutta particolare, qui potete trovare la scheda più completa: http://movieplayer.it/film/una-donna-tutta-particolare_19797/
Peccato che non si trovi né un trailer né in versione dvd o streaming.

LIBRI LETTI: OATES

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Misfatti, racconti di trasgressione è una raccolta di 21 racconti apparsi in diversi riviste e antologie. Si conferma la potenza narrativa, la poliedricità, l’eleganza e l’abilità infinita di Joyce Carol Oates che in ogni racconto non eccede, resta sempre misurata, mai una parola che eccede o che si sente mancare. L’equilibrio che si fa parola. La famiglia che diventa il regno consacrato e sconsacrato dall’autrice con le sue disfunzioni, quelle vendette covate in sordina, le follie di uomini fallocentrici e di donne ingombranti. L’esasperazione dei sessi. Tanto maschili quanto femminili. Il gioco a incastro e la dannazione dell’American way of life mancato, sfuggito.
Misfatti rappresenta il tratto che può insidiarsi dentro di noi. Persone comuni. Vite ordinarie in preda a una follia incontrollata. Misfatti che si compiono per vendetta, per sopravvivere, per salvarsi, per riprendersi da un tradimento, da una gelosia, per estendere la fantasia malata e circoscriverla nella realtà, provando a dominarla per poi esserne dominati.
I mali, o meglio i misfatti raccontati dall’autrice sono situazioni e contesti quotidiani, in cui chiunque potrebbe immedesimarsi, potrebbe rivedere davanti ai suoi occhi scene che hanno il sapore passato, in cui ogni protagonista cerca il riscatto, la sopravvivenza a ciò che come una spada di Damocle sembra pesargli troppo e così si finisce per eccedere, si annullano barriere, si ritorna ai primordi, all’origine senza valori etici, morali, sociali, sessuali, e si compiono i Misfatti, si trasgredisce con naturalezza, attraverso il morbo del male, spesso nascosto, perlopiù dominato da noi uomini, soggiogati dalla possibilità di una crudeltà spesso ricambiata.
La copertina raffigurante una macchina fotografica è davvero azzeccata e ben identificativa di questa raccolta di racconti che come fotografie, scatti, flash ci racconta di realtà sociale con valori impoveriti di uomo – in quanto essere vivente – disumanizzato, di disgregazioni sentimentali esasperate diventate ossessione. Una prigione.

 

LIBRI LETTI: CARTER

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«Il Principe che libera la Principessa dalla tana del drago è sempre costretto a sposarla, anche se fra i due non è nato del tenero. Questa è l’usanza. È questa regola vale senza dubbio anche per la trapezista che salva il clown».

È una notte londinese del 1899 e il tempo si è fermato. In un camerino dell’Alhambra Music Hall, «capolavoro di squallore squisitamente femminile», l’imberbe giornalista americano Jack Walser sta intervistando la star del momento: Fevvers, seducente trapezista vagabonda, un metro e ottantacinque per ottantotto chili, biondissima e dotata di un bel paio di ali. Una vera e propria leggenda. Scorrono fiumi di champagne e la diva racconta la sua vita rocambolesca: abbandonata in fasce sulla soglia di un bordello a Whitechapel e amorevolmente cresciuta dalla baffuta Lizzie, inizia presto a guadagnarsi da vivere prima come statua vivente di Cupido e poi come attrazione in un freak show. Ma Fevvers vuole volare alto. Il suo destino sono le luci della ribalta, e in poco tempo lei e il suo trapezio conquistano i palchi – e i cuori – di tutta Europa. Inizialmente scettico, Walser finisce per soccombere al fascino incontenibile della Venere cockney. Un po’ già innamorato e un po’ in cerca dello scoop della vita, decide di mollare tutto e si unisce al circo. Insieme alla scalcagnata compagnia circense – capitanata da un colonnello del Kentucky e la sua fidata Sybil, una scrofa intelligentissima in grado di fare lo spelling – in viaggio attraverso la Russia vivrà mille peripezie e incontrerà i personaggi più bizzarri, in un esilarante caleidoscopio in bilico fra realtà e fantasia.

 

Notti al circo è un romanzo di Angela Carter, pubblicato nel 1984 e vincitore, nello stesso anno, del James Tait Black Memorial Prize.
La protagonista del romanzo è Fewers, una ragazza londinese o, meglio “cockney”, che non conosce i propri genitori e che è – o vuol farci credere di essere – vergine. La storia si svolge nel 1899, anno in cui Fewers è ormai una famosa trapezista, un’artista sensazionale e sorprendente, che, durante un’intervista, cattura l’attenzione del giovane giornalista Jack Walser. Egli decide così di seguire il circo, finendo per prendervi parte e ritrovandosi in un mondo che nessuna delle sue esperienze giornalistiche lo aveva preparato a incontrare.
Così come in Figlie Sagge, edito sempre da Fazi, la Carter ci regala un caleidoscopio di personaggi, di storie, di vite che giocano la loro partita, più spesso rivincita o riscatto, dentro un circo. Il circo delle possibilità. Dove vive una legge fondamentale: la legge del desiderio. Desiderio di rinascita, desiderio di vendetta, desiderio di annullarsi al piacere, desiderio di conquista, desiderio di saltare e volare, come l’aeralist Fevver, per i più intimi Sophie, dove l’angelo alato, tra un trapezio e l’altro cerca la sua possibilità, smarcando l’amore per poi rimanerne eternamente vittima.

Rimane a margine del testo, come in Figlie Sagge, quella eccessività proposta dall’autrice, di un troppo di tutto, che fa si che la storia non sia per niente facile da seguire e la lettura diventa difficoltosa sia per personaggi che per evoluzione narrativa. Preferirei la stessa abbondanza narrativa ma con più ordine, a partire anche qui di corredo di uno schema dei personaggi per meglio seguire tutte le vicende.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DI VIAGGI

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«Per innumerevoli registi, scrittori, artisti, fotografi e giornalisti, i tremiladuecento chilometri che si estendono da Tijuana a Matamoros, da San Diego a Brownsville, dal Pacifico all’Atlantico, sono stati e continuano a essere un’inesauribile fonte d’ispirazione. Perché questa è la Frontiera per eccellenza, la linea che separa non solo due grandi paesi, ma anche due mondi contrapposti eppure ineluttabilmente attratti l’uno dall’altro, due filosofie del vivere, due diverse concezioni dell’esistente. L’opulenza consumistica e la penuria dignitosa. Il trionfo delle merci e il desiderio di ottenerle. La modernità che non conserva memoria del passato e l’accanita difesa delle proprie antiche radici e tradizioni ancestrali». Questo è il Messico.

Pino Cacucci ci regala un diario di viaggio unico, lontano dagli schemi usuali dei viaggiatori ordinari, che tra poesia e una vena romantica ci fa conoscere quello splendido territorio che è il Messico, attraverso i territori, tra El Paso e Ciudad Juárez, tra il Rìo Bravo e il deserto di Sonora fino allo stato di Chihuahua. Da Sinaloa a Los Mochis, da Topolobampo a La Paz. Da Acapulco sino ai monti di Lucio Cabanas, alla laguna di Chacahua, allo Yucatán, fino a Veracruz.
Ci racconta del Messico parlando dei personaggi che l’hanno vissuta e di quelli che ancora la vivono: da Octavio Paz a Pancho Villa, da Emiliano Zapata a Dolores Olmedo fino a Diego Rivera, da El Che a Cortés, e di tante altre personalità di spicco di questo immenso territorio.
Ci racconta di storie comuni, di esistenze vissute dietro le luci della ribalta, di curiosità e luoghi nascosti, di ciò che è il Messico e di quelli che sono i miti, le tradizioni, come: «i kunkaak [che] non piangono i loro morti. I parenti, dopo la sepoltura, si tagliano i capelli e si cospargono il capo di cenere, e se a morire è un bambino, si tingono il volto di nero, il colore del dolore profondo. Non versano lacrime sui loro volti austeri, scolpiti dal vento e corrosi dalle salsedine. I kunkaak urlano contro la morte, gridano quando il sole diventa rosso nel tramonto, quando i suoi raggi non feriscono le divinità dei morti che possono così scendere tra i defunti. Non è un lamento. È un urlo di rabbia e rimpianto, che fa rabbrividire chi lo sente in lontananza, a molti chilometri, perché il deserto non pone ostacoli alla voce e l’eco attraversa sterminate pianure. A volte un coyote risponde dall’alto di una roccia, e la tristezza dei kunkaak pervade gli animali nella notte, passando di vallata in vallata».
Cacucci col quel suo stile brioso ci fa innamorare del Messico, attraverso un libro che per gli amanti dell’America Latina è imperdibile, anche solo per viaggiare con la mente sperando un giorno di percorrere fisicamente l’itinerario da lui descritto, ritornando ai primordi della civiltà, quando l’opera dell’occidentalizzazione, ormai abituata solo ad analizzare e giudicare, non aveva ancora contaminato l’altro, il diverso, quella mexicanità sempreverde, col suo giudizio prepotente e quella assolute e insensate certezze fatiscenti.