LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DI UNA VITA DI UN SANTO O DI UNA SANTA

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È la storia di un incontro, questo libro intimo e provocatorio: tra una grande scrittrice che ha fatto della parola il proprio strumento per raccontare la realtà e una donna intelligente e volitiva a cui la parola è stata negata. Non potrebbero essere più diverse, Dacia Maraini e Chiara di Assisi, la santa che nella grande Storia scritta dagli uomini ha sempre vissuto all’ombra di Francesco. Eppure sono indissolubilmente legate dal bisogno di esprimere sempre la propria voce. Chiara ha dodici anni appena quando vede “il matto” di Assisi spogliarsi davanti al vescovo e alla città. È bella, nobile e destinata a un ottimo matrimonio, ma quel giorno la sua vita si accende del fuoco della chiamata: seguirà lo scandaloso trentenne dalle orecchie a sventola e si ritirerà dal mondo per abbracciare, nella solitudine di un’esistenza quasi carceraria, la povertà e la libertà di non possedere. Sta tutta qui la disobbedienza di Chiara, in questo strappo creativo alle convenzioni di un’epoca declinata al maschile. Perché, ieri come oggi, avere coraggio significa per una donna pensare e scegliere con la propria testa, anche attraverso un silenzio nutrito di idee. In questo racconto, che a volte si fa scontro appassionato, segnato da sogni e continue domande, Dacia Maraini traccia per noi il ritratto vivido di una Chiara che prima è donna, poi santa dal corpo tormentato ma felice: una creatura che ha saputo dare vita a un linguaggio rivoluzionario e superare le regole del suo tempo… Letto per pura curiosità sulla vita della santa, mi ha piacevolmente colpito, anche per il modo in cui è nato il libro – che non si colloca in una vera e propria biografia o agiografia, meglio dire una ricostruzione storica che si serve del saggio – attraverso una scambio di e-mail scambiate tra Chiara Mandalà, una studentessa diciannovenne e la scrittrice, che invita la Maraini a scrivere a capire qualcosa in più della Santa Chiara del passato per scoprire un po’ di più della Chiara – che le scrive – di oggi. Il ritratto della Chiara che esce è il seguente: « […] una antesignana della difesa dei diritti della donne, anche se non ha mai pensato in termini di rivendicazione, sentimento lontano dalla sua natura e dalle sue scelte di vita. Ma certamente ha messo in pratica quello che molte donne avrebbero voluto e non hanno potuto fare: conciliare una adesione formale alle regole misogine disposte dall’altro con una prassi di libertà. Una libertà non dettata da egoismi e vendette, ma da una fedeltà ancora più profonda alle proprie scelte religione. Padrona di sé, autonoma nella elaborazione di un pensiero proprio, rivendicatrice di una libertà se non sociale, cosa impossibile per quei tempi, per lo meno psichica e mentale».

 

LIBRI LETTI: TRUSS

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Un manuale sulla punteggiatura, inaspettato e clamoroso bestseller in Inghilterra e negli Stati Uniti, scritto da una giornalista stanca di rabbrividire leggendo testi in cui punti e virgole sono messi al posto sbagliato. Tra esilaranti equivoci e clamorosi errori derivanti da un uso improprio della punteggiatura, Lynne Truss ci insegna a comunicare nel rispetto della lingua e delle sue regole. L’autrice usando in pieno l’humor britannico – con cui non sono entrato proprio in sintonia devo dire – ci racconta la storia, l’uso e l’abuso dei segni di punteggiatura: virgola, punto, apostrofo, virgolette, trattini. L’elemento che più penalizza il libro, o meglio il lettore italiano è una non proprio adeguata traduzione che riporta gli esempi/consigli che l’autrice ha confezionato con l’inglese, e ovviamente poi nella traduzione italiana perdono, e in più di qualche caso sono completamente diversi. Peccato, peccato per una traduzione non accurata, o meglio per la mancanza di equivalenti italiani. Bella idea, bello il fatto che sia diventato un bestseller su un argomento di così non proprio largo respiro, meno la riuscita, ma non sempre le ciambelle riescono col buco.

LIBRI LETTI: VOLPE

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«Le nostre azioni non sono solo nostre, riguardano sempre anche il resto del mondo, così come la nostra vita finisce per non essere mai esclusivamente nostra, ma un po’ anche di chi viene toccato dai nostri gesti».

La traiettoria dell’amore, ultimo romanzo di Claudio Volpe, in lizza per il Premio Strega – ma non rientrato tra i 12 finalisti di quest’anno – ci racconta proprio dell’amore, nelle sue molteplici sfaccettature. Quell’amore che porta con sé l’incomprensione, la delusione, la colpa, il rimorso, ma che richiede anche un’indagine di sé e una presa di coscienza.
Protagonisti del romanzo sono Sara e Giuseppe, che hanno un rapporto difficile, particolare, strano, non si vedono da troppo tempo, Giuseppe ha deciso che l’omosessualità della sorella che è fidanzata con Andrea non può essere accettata, quindi meglio tenerla lontana. Tenere a distanza una sorella perché ama una donna? Perché vive l’amore? Perché esprime i propri sentimenti e non si nega? Sì, e questa è una storia comune, una realtà vicina a tante piccole – e meno piccole – famiglie italiane. Dove per un amore sbagliato si cancellano d’un tratto gli affetti.
Nel romanzo attraverso un espediente narrativo – che richiama un gioco che i due fratelli facevano da bambini – si arriva alla tragedia, allo sbaglio, – non vorrei esagerare dicendo – alla rivincita condotta dal fato, perché quel Giuseppe che aveva allontanato sua sorella sarà costretto a mani basse a chiedere aiuto alla sorella. Giuseppe che ritorna sui proprio passi. Giuseppe che non parla. Giuseppe che si tiene dentro tutto e poi esplode. Un tachimetro difettoso, e l’acceleratore ha decretato la sua condanna.
Il romanzo di Volpe è cupo, ansiogeno, ti cattura e ti fa inoltrare senza filtri in questa vicenda in cui la traiettoria dell’amore spariglia le sue direzioni. Direzioni che chiamano riflessione, chiamano colpa, chiamano momenti bui, chiamano aiuto e fuga, senza soluzioni di luce, come un tunnel che percorri su un auto senza freni e senza mai vedere la luce e tutto ad un tratto senti un rumore assordante, l’auto si spegne, scendi dall’auto e li ha inizio quella parte di vita che mai avresti desiderato, non solo per te, ma anche per tutti quelli che ti stanno intorno. Perché uno sbaglio, una colpa, è un sistema complesso che interessa oltre te, tante altre anime, piccole particelle, atomi d’amore soggetti alla rottura, dimenticando spesso l’atto del resistere.

«Non chiederti perché la gente diventa pazza, chiediti perché non lo diventa. Davanti a tutto quello che possiamo perdere in un giorno, in un istante, è meglio chiedersi cos’è che ti fa restare in piedi».

LIBRI LETTI: OATES

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«Mi invitò a cena: era la sera del 23 ottobre 1960, e io accettai. Cenammo insieme anche la sera dopo, e quella dopo ancora, e così via, finché mangiare insieme divenne una consuetudine. Un mese più tardi, il 23 novembre, dopo una cena improvvisata nella piccola stanza d’affitto di Ray, ci fidanzammo. Il 23 gennaio 1961 ci sposammo nella piccola chiesa cattolica di Madison. Siamo rimasti assieme – quasi sempre l’uno accanto all’altra – per quarantasette anni e venticinque giorni. La mattina dell’11 febbraio 2008, ho accompagnato mio marito al pronto soccorso del Medical Center di Princeton, e lì è iniziata la tragedia […]»

Di cosa parla questo memoir dal titolo Storia di una vedova?
Parla degli anni successivi alla morte di quello che è stato l’uomo della vita, Raymond Smith, di Joyce Carol Oates.
Ma il libro – che costa di ben 600 pp. – racchiude molto altro di più. Non parla solo della vedovanza della scrittrice, ma narra anche degli anni insieme a Smith, dei loro vari trasferimenti, dei rapporti accademici e istituzionali, dei rapporti anche solo amicali, oltre che con personalità di spicco del mondo della letteratura. Di quello che negli anni è stato per loro la letteratura, la filosofia, la scrittura, la parola scritta e la parola parlata, di quella che è stata la pietra miliare condivisa: la Ontario Review.
Il libro – in pieno stile dell’autrice – raccoglie e-mail, lettere, appunti, apparati documentari che nel corso degli anni hanno riempito quel vuoto incolmabile nell’animo di questa donna spezzata: «dalle vostre parti c’è per caso qualche “gruppo di sostegno per il lutto?” Potrei iniziare a frequentarlo…Non sono sicura di potercela fare da sola. Mi sembra di vivere dimezzata. Specialmente di notte. Di solito, mi trovo piuttosto bene quando sto con gli altri, ma crollo appena resto sola. Mi pare proprio di non riuscire a prendere coscienza del fatto che Ray non c’è più. Che non si trova semplicemente da qualche parte dove non posso vederlo. Mi sembra davvero impossibile…Mi serve un gruppo tipo Alcolisti Anonimi – suona così nabokoviano […]».
Il libro interroga più volte il sé della scrittrice, prima donna, prima moglie che non riesce a reagire a questa assenza arrivando più volte anche all’idea di soccombere al dolore, attraverso il suicidio, – e si leggono pagine bellissime quanto dolorose –: «Se mi toglierò la vita, non sarà un atto premeditato, bensì impulsivo. Un giorno, o più facilmente, una notte, il senso di solitudine sarà così schiacciante e infinito – e io mi sentirò stanca fino al midollo e avrò la consapevolezza che tale condizione non recederà, ma prevarrà o peggiorerà, indebolendomi ulteriormente – che forse riuscirò a trovare un’ultima stilla di forza, la determinazione a farla finita. Proprio come chi è fermo e trema sull’orlo di un trampolino – un trampolino molto alto, al di sotto del qualche sorge una superficie luccicante, increspata, “plasticosa”, di profondità indefinibile –, mi tufferò verso la scorta di pillole, la mia soluzione.
Ma come, e dove, lascerò queste annotazioni, queste parole incerte e confuse? Perché, di certo, voglio che siano ritrovate. Comunque, con il mio gesto, non intendo negare che la vita sia ricca, meravigliosa, varia, sempre sorprendente e preziosa – io, però, non riesco più a far parte di essa. Non voglio sostenere che il mondo non sia bello – perlomeno, in alcune manifestazioni. Per me, comunque, questo mondo è diventato remoto e inaccessibile.
Circondata da un guazzabuglio di detriti da burrasca, un’imbarcazione – un traghetto, una barca a vela, o una nave da crociera – sta staccandosi dal molo, e tu sulla riva resti immobile a guardarla, mentre si allontana in un alone di luce, musica, voci e risate. Che tu saluti o no quella partenza, è indifferente: nessuno lo nota, e il naviglio prende il largo». E ancora la scrittrice in maniera illuminante e superba riflette sul senso di essere vedova, sul senso della perdita: «Ora comincio a capire: questo memoir è un pellegrinaggio. Tutti i memoriali sono viaggi, investigazioni; alcuni si configurano come dei pellegrinaggi.
Parti dal punto “A” per arrivare al punto “Z”. Dovrai arrivare alla fine, in qualche modo. All’inizio, nel confuso incubo diurno/notturno successivo alla morte di Ray, lo spazio (familiare) in cui mi muovevo era diventato terrificante – non-familiare. Anche la casa in cui vivevo, la “nostra” casa, si era trasformata in un ambiente infido, pericoloso, persino orrido: talvolta lo è ancora e anch’essa mi appare “non-familiare”.
Il suo significato originario si è stemperato, è scomparso pian paino, proprio come un colore che viene sbiancato dal sole. L’umanità di un individuo deriva dal vivere un’esistenza che abbia un senso. Vivere un’esistenza priva di senso significa essere un essere subumano, un’entità che ha subito un danno irreversibile in un’area del cervello preposta al controllo del linguaggio, delle emozioni, della memoria. Nei primi giorni/settimane/mesi della sua nuova vita postuma, la vedova è costretta a vivere un’esistenza prima di senso, come in un’ontologica commedia degli orrori in cui sembra che gli altri stiano recitando sulla base di dettagliati copioni: sono attori che si muovono all’interno di un’elaborata trama insondabile, mentre lei – la vedova, quella che ha accusato una perdita irrevocabile, simile all’amputazione di un braccio, all’enucleazione di un occhio, o alla demenza senile – deve arrancare tra le scene, poiché ha smarrito ogni collegamento vitale con ciò che la circonda, con il significato della rappresentazione. Perché? […]».
Storia di una vedova – seppur impegnativo, come tutti i libri dell’autrice – ripreso più volte e letto a piccoli bocconi per il senso di afasia e di dolore traboccante tra le pagine rappresenta l’autentico Oatesiano, rappresenta la parte più vera e umana di Joyce – che i fan dell’autrice non possono lasciarsi sfuggire –, di:

«Lei [che] non si preoccupò mai di sapere
Cos’avesse a che fare l’amore con la morte;
Né si sforzò mai di capire
Perché per provare amore, dovesse versare [tanto] sangue».

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO SCRITTO IN FORMA EPISTOLARE

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«Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera senz’apprensione che l’estate non possa venire. Ché l’estate viene. Ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l’eternità giacesse avanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d’ogni ansia. Io l’imparo  ogni giorno, l’imparo tra dolori, cui sono riconoscente: pazienza è tutto!»

 

Libro prezioso di Rainer Maria Rilke, che raccoglie le lettere reali – tranne quella del lavoratore – scritte in epoche e a persone diverse. Il libro si divide in tre sezioni: Lettere a un giovane poeta, Lettere a una giovane signora, Su Dio, in cui l’autore parla dell’esistenza, della vita come levità e maestria fuori dal comune: «Voi domandate se i vostri versi siano buoni. Lo domandate a me. L’avete prima domandato ad altri. Li spedite a riviste. Li paragonate con altre poesie e v’inquietate se talune redazioni rifiutano i vostri tentativi. Ora (poiché voi m’avete permesso di consigliarvi) vi prego di abbandonare tutto questo. Voi guardate fuori, verso l’esterno e questo sopratutto voi non dovreste ora fare. Nessuno vi può consigliare e aiutare, nessuno. C’è una sola via. Penetrate in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice «debbo», allora edificate la vostra vita secondo questa necessità. La vostra vita fin dentro la sua più indifferente e minima ora deve farsi segno e testimonio di quest’impulso. Poi avvicinatevi alla natura. Tentate come un primo uomo al mondo di dire quello che vedete e vivete e amate e perdete. Non scrivete poesie d’amore; evitate all’inizio le forme troppo correnti e abituali: sono esse le più difficili, ché occorre una grande e già matura forza a dar qualcosa di proprio dove si offrono in gran numero buone tradizioni, anzi splendide in parte. Perciò salvatevi dai motivi generali in quelli che la vostra vita quotidiana vi offre; raffigurate le vostre tristezze, e nostalgie, i pensieri passeggeri e la fede in qualche bellezza, raffigurate tutto questo con intima, tranquilla, umile sincerità e usate, per esprimervi, le cose che vi circondano, le immagini dei vostri sogni e gli oggetti della vostra memoria. Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate; accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e indifferenti. E se anche foste in un carcere, le cui pareti non lasciassero filtrare alcuno dei rumori del mondo fino ai vostri sensi – non avreste ancora sempre la vostra infanzia, questa ricchezza preziosa, regale, questo tesoro dei ricordi? Rivolgete in quella parte la vostra attenzione. Tentate di risollevare le sensazioni sommerse di quel vasto passato; la vostra personalità si confermerà, la vostra solitudine s’amplierà e diverrà una dimora avvolta in un lume di crepuscolo, oltre cui passa lontano il rumore degli altri. E se da questo viaggio all’interno, da quest’immersione nel proprio mondo giungono versi, allora non penserete a interrogare alcuno se siano buoni versi; né tenterete d’interessare per questi lavori le riviste: ché in loro vedrete il vostro caro possesso naturale, una parte e una voce della vostra vita. Una opera d’arte è buona, s’è nata da necessità. In questa maniera della sua origine risiede il suo giudizio: non ve n’è altro. Perciò, egregio signore, io non vi so dare altro consiglio che questo: penetrare in voi stesso e provare le profondità in cui balza la vostra vita; alla sua fonte troverete voi la risposta alla domanda se dobbiate creare. Accoglietela come suona, senza perdervi in interpretazioni. Forse si dimostrerà che siete chiamato all’arte. Allora assumetevi tale sorte e portatela, col suo peso e la sua grandezza, senza mai chiedere il compenso, che potrebbe venir di fuori. Ché il creatore dev’essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura, cui s’è alleato. Ma forse anche dopo questa discesa in voi stesso e nella vostra solitudine dovrete rinunciare a divenire poeta; (basta, come ho detto, sentire che si potrebbe vivere senza scrivere, per non averne più il diritto). Ma anche allora questa immersione, di cui vi prego, non sarà stata invano. La vostra vita di lì innanzi troverà senza dubbio vie proprie, e che vogliano essere buone, ricche e vaste, questo io ve lo auguro più che non possa dire. Che vi debbo ancora dire? A me tutto sembra accentuato secondo il suo merito; e in fine volevo consigliarvi ancora solo di sostenere lo sviluppo calmo e serio; non lo potete disturbare più violentemente che se guardate fuori e attendete di fuori risposta a domande, cui può forse rispondere solo il vostro più intimo sentimento nella vostra ora più sommessa».

O ancora parla della giovinezza, dell’infanzia perduta: «Questo si deve poter raggiungere: essere soli come s’era soli da bambini, quando gli adulti andavano attorno, impigliati in cose che sembravano importanti e grandi, perché i grandi apparivano così affaccendati e nulla si comprendeva del loro agire». O ancora dell’arte, del senso della creazione, del sentimento di abbandono e solitudine, del processo creativo e artistico, della scrittura, di sé, dei moti dell’anima – spesso sconosciuti – agli uomini ma verso cui Rilke negli anni aveva trovato una propria dimensione. In ultimo parla di morte, ma anche di fede: «Mi preme dire: chi è – in altra maniera non posso ora esprimermi – chi è dunque questo Cristo, che s’immischia in ogni cosa? – Che nulla ha saputo di noi né del nostro lavoro né della nostra miseria, nulla della nostra gioia, quali oggi noi li adempiamo, sopportiamo e rechiamo a fioritura – e pure, sembra, desidera perpetuamente da capo d’essere il primo nella nostra vita. O solo altri gli pone in bocca questa esigenza? Che vuole egli da noi? Vuole aiutarci, si dice. Bene, ma si colloca al nostro fianco, del tutto sprovvisto. Le circostanze della sua vita erano così diverse. O veramente non hanno alcun peso le circostanze, – quando egli entrasse qui, da me, nella mia stanza, o là in fabbrica, d’un tratto sarebbe subito tutto mutato in bene? Balzerebbe d’un tratto in me il mio cuore, e seguirebbe – per così dire – il suo cammino in un altro piano e sempre incontro a lui? Il mio sentimento mi dice ch’egli non può venire; che sarebbe assurdo. Il nostro mondo è non solo esteriormente altro, – non ha alcun ingresso per lui. Egli non apparirebbe traverso un abito comprato fatto, non trasparirebbe. Non è un caso ch’egli andasse attorno in una veste senza cuciture, e io credo che il nocciolo luminoso in lui, ciò che lo rendeva così splendente, giorno e notte, sia ormai da gran tempo disciolto e spartito diversamente. Ma questo sarebbe anche, mi sembra, s’egli fu così grande, il minimo che noi possiamo richiedere da lui, ch’egli sia scomparso in certo modo senza residui, senz’alcun residuo – senza traccia. Io non mi posso raffigurare che dovesse rimanere la croce, ch’era insomma soltanto un crocevia. Non doveva certo venirci impressa da per tutto come un marchio di fuoco. In lui stesso doveva esser dissolta. Ché, non è così?, egli voleva semplicemente creare l’albero più alto, in cui noi potessimo meglio maturare. Egli, sulla croce, è questo nuovo albero in Dio, e noi dovremmo esserne i caldi frutti felici, là in alto». Un libro che serve a scoprirsi anche un po’, attraverso l’indagine che ogni pagina attiva prepotentemente nell’animo di chi legge. Legge per sapersi di più.

 

LIBRI LETTI: DI PIETRANTONIO

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«Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. La parola mamma si era annidata nella mia gola come un rospo. Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza
[…]
– Ma la tua mamma qual è? – mi ha domandato scoraggiata.
– Ne ho due. Una è tua madre».

Donatella di Pietrantonio conferma la sua bravura, anzi, secondo me con questo romanzo evolve anche nella scrittura e nella storia che regala al lettore. Siamo di fronte alla storia di un bambina, l’Arminauta, la ritornata, una ragazzina appena tredicenne che da un giorno all’altro dalla sua famiglia viene portata da dei parenti senza un motivo, una spiegazione. Lei crede che la mamma sta male e ha voluto allontanarla per non farle vivere di riflesso il dolore, ma è veramente questa la motivazione? L’Arminauta sarà catapultata dentro un nuovo nucleo familiare, diverso per interessi e possibilità, non più la piscina, le amiche, la scuola di danza o le chiacchiere in giardino, ma una casa angusta, dei genitori adottivi particolari, una stanza da letto condivisa col fiato dei fratellastri di più età e Adriana sua vera prima compagna/sorella con cui condividere il letto. Le esperienze. La scoperta di sé e dell’altro sesso.
Donatella di Pietrantonio con un registro linguistico regionale, tipico abruzzese – come ci aveva abituato nei precedenti romanzi – ci racconta della famiglia, ma ancor di più della maternità, del senso del materno che decade: «Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure». Per poi riprendere, ridare linfa, rimettere ogni tassello scomposto al proprio posto, anche riassettando quell’equilibrio che la ritornata pareva essersi creato, e invece tutto daccapo di nuovo, un po’ a reinventare un po’ di sé, a lasciare quella vischiosa pelle in un letto che forse le è sempre appartenuto ma di cui aveva dimenticato l’odore, il sapore, il fiato, l’identità.
«Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori. Se dovevo rivolgermi a lei con urgenza, cercavo di catturarne l’attenzione in modi diversi. A volte, se tenevo il bambino in braccio, gli pizzicavo le gambe per farlo piangere. Allora lei si girava nella nostra direzione e le parlavo».

LIBRI LETTI: SIGNORELLI

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Siamo di fronte alla storia di Afrodite e la sua incontrovertibile bellezza e di Efesto e della sua poca avvenenza, di un colpo di scena, e di un amore cercato, ma non per questo desiderato.
Siamo di fronte ad Ercole e le sue stramberie, con i suoi pensieri e le metamorfosi, con i suoi pesci rossi e mari di incomprensione, se non con un misero farmaco altisonante: Risperidone.
Siamo di fronte alla storia di un’amicizia, ma anche di un aiuto psicologico che si rivelerà fatale tra Francesca e l’irresistibile Narciso: «posso aiutare quel ragazzo bello come un angelo e infelice di vivere. Proprio io che non riesco neanche ad aiutare me stessa. Solo io lo posso aiutare in questo momento».
Siamo di fronte alla storia di Elena e Menelao di un caffè atteso, di una baruffa, e dell’inaspettato condito da elementi surreali e grotteschi con cui si dovrà fare i conti.
Siamo di fronte alla storia di Cristina, Mario e Daniela di schermaglie personali e di accidentali eventi lavorativi, del piano di simmetria tra privato e pubblico, tra quel che si vorrebbe per gli altri e quello che forse non si vuol vedere/scoprire di sé.
Siamo di fronte alla storia di Mida, di sua moglie, dei figli e dell’arrivo sempre più intenso dei migranti; di come la famiglia si relaziona e di come la struttura sociale stia evolvendo.
Siamo di fronte alla storia di Penelope e Ulisse, di un ritorno immaginato, sperato; di una distanza, del tempo ritrovato, atteso, dilatato, ma anche della menzogna, ma poi: «finirà che tornerai. Ti aspetto per l’ultimo viaggio e saremo come struzzi che si contano le rughe del collo e ridono. Perché si ride quando si è finito di piangere».
Siamo di fronte alla storia di Megera, Sergio ed Ada, di un intreccio familiare 3.0 tinto di qualche elemento surreale – come piace all’autrice – che evolverà nell’esigenza di una propria intimità.
Siamo di fronte alla storia di Anna e dei suoi tulipani, o meglio della ricerca minuziosa dei tulipani perfetti, non gialli o con sfumature di colore diverse, ma rossi, di tonalità non troppo viva, ma anche della sua incertezza, della mani che tremano di un rimorso per un gesto mancato.
Siamo di fronte a Persefone e alla mamma – in pieno stile british – e di quell’arte millenaria che è la degustazione del tè, ma siamo anche di fronte all’incomprensione, all’Inferno e il Paradiso che può generare la distanza.
Siamo di fronte all’amore di Arianna e Teseo, del romantico Teseo che delicatamente si lascia cullare dai ricordi per poi venir svegliato dalla realtà, da ciò che l’amore ti getta indosso anche quando non ti aspetti. Non ci si può far niente, l’amore è anche questo, negazione di un attimo che si vorrebbe rimanesse eterno, e invece poi ti trovi confuso, non riconosci la via d’uscita, perdi l’orientamento, tutto sembra una finestra sulla perdizione.
Siamo di fronte alla storia di una casa di riposo, Villa Serena, di Gino, di Gemma, e di Luciana amorevole assistente degli anziani che si diverte a punzecchiare e rivitalizzare i sogni strambi e stonati di anime che aspettano il passaggio dal qui e ora all’altrove.
Il ciclo delle storie si chiude con il vaso di Pandora, da dove tutto nacque e da dove tutti i mali – e eufemisticamente – anche le storie son venute fuori. Storie che richiamo tutti un riferimento al mondo della mitologia, con contaminazione moderne e hi-tech che l’autrice ha saputo ben gestire, oltre allo stile spesso canzonatorio che non stanca e distende tutta la narrazione.
Se volete entrare e conoscere il vaso di Pandora macchiato di tinte mitologiche ma anche fortemente moderne il libro di Stefania Signorelli può a fare al caso vostro, perché se Afrodite bacia tutti, di certo tutti non sono all’altezza di poter baciare Afrodite.

Note sull’autrice: Stefania Signorelli, classe 1973, è una maestra.Dopo aver conseguito i titoli in “Operatore dei servizi bibliotecari”, “Scienze dell’educazione”, e “Scienze della Formazione primaria” è uscita dal tunnel della saggistica e ne è lieta.

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO IL CUI TITOLO SIA FORMATO DA NOVE LETTERE

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Cosa parla Scomparsa di Joyce Carol Oates?
Parla innanzitutto di famiglia, un tema centrale e ricorrente nella sua produzione letteraria. Protagonista sventurata è Cressida Mayfield, di appena 19 anni, che una sera di luglio del 2005 è uscita di casa senza più far ritorno.
Perché questo?
Cressidra è scomparsa nel nulla, nella cittadina di Carthage e non è affatto semplice trovare le sue tracce, tutto sembra studiato a tavolino, premeditato, nessun passo falso commesso, nessun indizio che può aiutare la polizia a far chiarezza.
La famiglia Mayfield è ben nota nella cittadina, ed è composta dal padre Zeno, noto avvocato e anche ex sindaco dal carattere estremamente orgoglioso, la madre Arlette donna operosa e dedita al volontariato e dalla sorella Juliet, la bella della famiglia, la sorella senza difetti, che insegna alle elementari.
Ma Cressidra è stata rapita o si è allontanata volontariamente? Sembra da due testimonianze che sia stata vista in compagnia di Brett Kincaid, ex caporale dell’esercito rientrato da poco dall’Iraq nonché ex fidanzato, prossimo alla nozze con Juliet.
La vicenda è narrata da diversi punti di vista: i genitori in preda al panico e ad un dolore profondo che credono siano stati traditi proprio da quella persona che – ormai – credevano di famiglia; Cressidra che racconta le sue sofferenze e i suoi patemi interiori, amplificati da una forte solitudine e di Juliet – che alla fine del romanzo – mostra anche lei le sue fragilità essendo vittima del giudizio popolare.
Nel romanzo si affrontano svariate tematiche – in pieno stile Oatesiano – dalla famiglia, ai rapporti familiari, dalla violenza, al pregiudizio, dalle carceri al braccio della morte – a cui è dedicato una intera parte del romanzo – dalla guerra alla tema della fede, e ancora ci sarebbe da disquisire.
Ma cosa ha voluto raccontare l’Oates nel suo ennesimo – quanto difficile, quanto lento, quanto spesso prolisso e troppo dettagliato – romanzo? Una cosa che può sembrare banale: un evento traumatico quando avviene non colpisce solo la/le persona/e interessata/e ma si ripercuote inevitabilmente su tutto il sistema familiare e amicale producendo effetti evidenti – e inconsapevoli –. Si può reagire o sopravvivere ad una scomparsa di una sorella? Si può riuscire a rialzare la testa dopo una tragedia? Ecco leggetevi l’Oates che sicuramente qualche spunto di riflessione riesce a darvelo, a patto però che abbiate pazienza di entrarci in sintonia perché la sua genialità sia nella struttura che nelle argomentazioni che nelle evoluzioni narrative spesso è in contrasto con quel che oggi è un tutto e subito moderno, richiesto dal lettore tipo.

LIBRI LETTI: COELHO

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Manuale del guerriero della luce è un libro di Paulo Coelho del 1997. Il volume, ad eccezione del prologo e dell’epilogo, è una raccolta di testi pubblicati nella rubrica Maktub del quotidiano A Folha de Sao Paulo e su vari giornali brasiliani e stranieri, dal 1993 al 1996.
Il libro si apre con un prologo, dove una misteriosa donna invita un bambino a scoprire un antico tempio che sorge su di un’isola. Una leggenda dice che le campane del tempio, ormai sprofondato negli abissi del mare, continuino a suonare. Il suono si manifesta dopo che il bambino si abitua ai vari suoni dell’ambiente circostante e quando egli, diventato adulto, torna sulla spiaggia della sua infanzia, incontra nuovamente la donna che gli consegna un quaderno azzurro e lo invita a prendere nota. Il libro procede come un manuale guida per il “guerriero della luce”, ovvero un’entità latente presente in tutti gli uomini, che si risveglia in noi quando vogliamo perseguire un sogno e comprendere il miracolo della vita. Il manuale descrive le varie sfide a cui i guerrieri sono sottoposti e le soluzioni ai problemi utilizzando numerosi paradossi.
Sicuramente non il più bello e intenso di Coelho, e neanche il più ‘illuminante’, qualche pagina ti lascia riflettere più delle altre, ma nel complesso non ho ritrovato quella profondità che in giro è decantata rispetto a questo libro..

LIBRI LETTI: RC2017, UN LIBRO CHE PARLI DI FANTASMI

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«Non possiamo sapere se agiamo o siamo agiti; se siamo pedine del gioco, o siamo noi stessi il gioco.»

Il maledetto tocca un genere con cui la Oates non ci aveva abituato – almeno in Italia –, quello del gotico. Il libro fa parte di una vera e propria saga – di cui ogni volume è autoconclusivo –, definita Gothic Saga, di cui Il Maledetto (The Accursed) è il quinto volume preceduto da Bellefleur (1980), A Bloodsmoor Romance (1982), Mysteries of Winterthurn (1984) e My Heart Laid Bare (1998), in Italia, ahinoi, ovviamente non pubblicati.
La Oates in questo libro veste i panni di uno storico – M.W. van Dyck – che nel 1984 racconta gli avvenimenti di un lontano 1904-1905.
Tutto si svolge a Princeton – centro nevralgico in cui vive e lavora l’autrice, e che quindi conosce molto bene – dove è in giro la Maledizione di Crosswicks che colpisce tutta la comunità, e che porta le persone ad avere comportamenti davvero strani e inaccettabili per il tempo: ragazze che fuggono con sconosciuti, visioni strambe e invocazioni di fantasmi, omicidi senza spiegazione alcuna. La comunità è in crisi, è in disordine. Il caos ha preso il sopravvento.
Ma chi sono i personaggi di questo affresco gotico proposto dalla Oates?
Personaggi che si muovono tra la finzione e la realtà, come: Wodroow Wilson, il presidente Cleveland, Teddy Roosvelt, Mark Twain e Jack London, Wilhelmina e Upton, Annabel, Micia, per citarne – forse – solo i più significativi.
Nel libro oltre allo svolgersi della storia spicca agl’occhi del lettore la capacità documentale di cui l’autrice si serve, mai esigua, sempre fortemente stratificata, con dialoghi serrati, stralci di diari segreti, ritagli di cronaca, il tutto alternato con diversi punti di vista e piani di lettura che il libro offre al lettore, creando anche un po’ di difficoltà.
Ma cos’è il Maledetto se non la rappresentazione di quello che ognuno di noi può essere/diventare? Un essere spregevole, maligno, un satana sceso in terra, o un diavolo vestito in borghese che detta le sue regole. Regole spietate. Regole ingiuste. Regole violente. Regole antirazziali. Regole che generano disordine e Male, quel male che nessuno ferma, quel male che ha mandato al linciaggio un giovane nero e sua sorella incinta – solo per dirne una – e nessuno si smuove, tutta affabulati dallo spettacolo del macabro, della morte in diretta, della colpa – sociale – che viene redenta.
Come dice la Oates: «la maledizione che perseguita i personaggi ha un’eco profonda: l’indifferenza della classe dominante, composta dai protestanti bianchi, nei confronti del dolore che i neri pativano.», e mi sembra che questa maledizione con cifre stilistiche e toni diversi sia anche uno dei tanti mali della modernità di cui la Oates ci ha raccontato, a volte esagerando nella narrazione, delle altre perdendosi dei pezzi per strada – vedasi la mancanza di caratterizzazione di alcuni personaggi rispetto ad altri –, ma regalandoci quasi 700 pagine di pathos, di memoria, di passato che è anche modernità, seppur – questo libro – non si colloca tra i miei preferiti dell’autrice, squisitamente per una questione di genere letterario.